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L’unit? di "galantuomini" e faccendieri

Da Cavour e Garibaldi a Bossi e Berlusconi

di EUGENIO SCALFARI - da La Repubblica 10.10.10
domenica 10 ottobre 2010

Da Cavour e Garibaldi a Bossi e Berlusconi

LE CELEBRAZIONI dell’unit? d’Italia che avranno il loro culmine nel marzo dell’anno prossimo hanno riportato all’attualit? la storia del Risorgimento. Libri, spettacoli, film di ampio respiro, confronto di idee e d’interpretazioni. Ma dietro quest’apparenza c’? una pi? sostanziosa motivazione che spiega il "revival" risorgimentale ed ? il problema del federalismo, fiscale e istituzionale.

Questione meridionale e questione settentrionale si sfidano tra loro e infiammano la lotta politica. La prima ha alle sue spalle centocinquant’anni di storia, la seconda ? aperta da una ventina d’anni, da quando "Roma ladrona" ha dovuto stringere i cordoni della borsa perch? erano venute a mancare le risorse non solo per assistere il Sud ma anche per finanziare nel Nord il tessuto imprenditoriale rinnovando la rete insufficiente e invecchiata delle infrastrutture che costituiscono il sostegno delle piccole e medie imprese.

La sfida federalista ha riproposto con rinnovato vigore la lettura del Risorgimento e dei personaggi che ne costituiscono le icone. Tre soprattutto: Mazzini, Garibaldi, Cavour; e due pi? defilate per la loro posizione istituzionale ma che hanno comunque avuto un ruolo importante nello svolgimento risorgimentale: Carlo Alberto di Savoia e ancora di pi? il suo figlio e successore Vittorio Emanuele, primo re d’Italia nel 1861. Mi sembra perci? interessante rivisitare queste vicende e questi personaggi, sia pure con la brevit? imposta da un articolo di giornale.

Comincio da Giuseppe Mazzini non soltanto per ragioni di cronologia ma anche perch? spetta a lui il merito d’aver posto il tema dell’indipendenza e dell’unit? d’Italia - gi? toccati da gran tempo da poeti e letterati - sul terreno della politica e dell’azione.

* * *

Mazzini emigr? presto, prima in Svizzera poi in Inghilterra, inseguito da mandati di cattura e dalle polizie piemontese, austriaca, francese e poi, fino a quando mor?, italiana. In Italia ricomparve saltuariamente e clandestinamente salvo la breve parentesi della Repubblica romana del ’49, schiacciata dopo pochi mesi dagli zuavi di Oudinot.

Questa sua condizione di esule ha indotto molti memorialisti e scrittori che si sono occupati di lui a isolarlo dal contesto storico in cui oper?, quasi che i suoi rapporti si limitassero soltanto alla rete della Giovane Italia da lui fondata negli anni Trenta del suo secolo, agli affiliati di quell’associazione e ai giovani cospiratori che comunque lo ebbero come stella polare d’insegnamento e di azione. Un maestro in tutti i sensi e i suoi discepoli, distaccati l’uno e gli altri dalla realt? politica che si svolgeva contro di loro e senza di loro; una schiera di utopisti che si esaltavano a vicenda, molti dei quali affrontarono la morte e le galere con avventure votate all’insuccesso e comunque prive di effetti sulla realt?.

Questa visione, fatta propria dal recente film di Martone che tra poco apparir? nelle sale e che ? un bellissimo spettacolo, ? per? storicamente e politicamente lacunosa. Mazzini non fu affatto un isolato maestro allucinato da un’utopia sanguinaria e sanguinosa di complotti e di terrorismo. I complotti ci furono, i conati rivoluzionari finiti nel sangue e nella sconfitta anche; ma in quegli anni erano il solo modo per esprimere il programma d’una rivoluzione italiana fondata sulla libert? e l’indipendenza nazionale, sui diritti e sui doveri dei cittadini.

Storicamente fu il tentativo di dare un seguito agli ideali della rivoluzione francese che Napoleone aveva esportato in tutta Europa sovrapponendo tuttavia ad essi il potere militare e imperiale. Non ? un caso del resto che i primi moti risorgimentali in Italia avvennero nel 1820 e ’21 per iniziativa di ex ufficiali dell’esercito imperiale: Michele Morelli e Salvati in Calabria, Santorre Santarosa in Piemonte con la complicit? di Carlo Alberto.

E fu Gioacchino Murat, re delle Due Sicilie e maresciallo dell’Impero a tentare l’avventura italiana dopo Waterloo con il programma di Rimini e poi con la spedizione nel Sud conclusa con la sua fucilazione a Pizzo Calabro. Tutto ci? avvenne molto prima della fondazione della Giovane Italia, cos? come molto prima le "vendite" carbonare avevano costellato l’Italia con una rete clandestina. La rivoluzione napoletana del 1799 fu il primo segnale di questo lungo percorso risorgimentale e pag? quel tentativo con migliaia di morti e secoli di galera per i sopravvissuti. Non fu dunque Mazzini il primo a tentare insurrezioni che causarono morti e galera.

Quanto al suo isolamento politico, ricordo che i suoi contatti con Garibaldi furono intensi anche se spesso discordanti fino al 1860; ma ci furono anche contatti con Carlo Alberto e con Vittorio Emanuele ai quali scrisse lettere vibranti in occasione delle due guerre d’indipendenza intraprese dai Savoia. Infine fece parte dell’Internazionale, dove ebbe polemiche e scontri con Marx, Engels e Bakunin sulla lotta di classe e sulla rivoluzione sociale che Mazzini accettava nella versione di Pisacane ma respingeva in quella del Manifesto comunista. Un maestro isolato che mand? inutilmente al macello centinaia di giovani infatuati? Proprio non direi.

* * *

Si discute se la figura decisiva del Risorgimento e dell’Unit? sia stata quella di Garibaldi o del conte di Cavour. Discussione oziosa perch? quelle due personalit? ebbero lo stesso rilievo e furono egualmente indispensabili. Mazzini aveva gettato il seme, Garibaldi e Cavour coltivarono l’albero e ne fecero maturare i frutti. Senza Garibaldi l’Italia unita non ci sarebbe stata; senza Cavour non ci sarebbe stata l’indipendenza nazionale n? la fine del temporalismo papale.

Aggiungo: senza Carlo Alberto non ci sarebbe stato lo Statuto (il re delle Due Sicilie concesse anch’egli una Costituzione nel ’48 ma poi la ritir?) e senza Vittorio Emanuele non ci sarebbe stato Cavour n? Roma capitale. Quasi tutti gli storici del Risorgimento hanno rilevato che quel moto fu un fatto di minoranza, un sentimento elitario e "letterario" che si incroci? con gli interessi concreti di un ceto borghese che stava emergendo soprattutto in Lombardia e in Liguria. Molti di loro hanno anche osservato che manc? la partecipazione popolare cogliendo in questa mancanza la causa della fragilit? democratica italiana.

Non sono d’accordo con questa diagnosi. Non gi? sulla constatazione della mancata partecipazione popolare, che ? un dato di fatto incontestabile. Ma la partecipazione popolare non c’? mai stata nelle societ? contadine confinate nella povert?, nell’isolamento e nell’analfabetismo. Le rivoluzioni sono state sempre e dovunque fatti di minoranza. La pubblica opinione si forma come fenomeno culturale. La rivoluzione dell’Ottantanove ? un fatto di minoranza e cos? quella russa del 1917. Ma fatti di minoranza furono anche la rivoluzione di Cromwell e poi la guerra d’indipendenza americana guidata da Washington. Le societ? contadine sono state spesso agitate da procellose sommosse dovute alla povert? e alla fame. Sommosse, non rivoluzioni che inaugurano nuove epoche e nuove istituzioni.

Cos? il Risorgimento. Le masse furono assenti. Ma la perenne fragilit? della nostra democrazia non deriva da quell’assenza ma dal fatto che l’educazione delle plebi, come allora si diceva con aulico linguaggio, tard? e fu comunque incompleta. Le masse cattoliche furono educate al pane celeste ma assai poco al pane terreno che per molti anni fu anzi considerato un cibo infetto dal quale astenersi. Quanto alle masse socialiste, furono educate a reclamare sacrosanti diritti ma non riuscirono a coinvolgere n? la popolazione contadina n? quella artigiana che costituivano il tessuto portante della popolazione attiva. I luoghi di quell’educazione furono soltanto le industrie e il proletariato operaio che in esse form? la propria identit? sociale.

Quanto alla critica contro la centralizzazione del potere, anche questo a me sembra un falso problema. I grandi Stati nazionali europei sono nati tutti dalla concentrazione del potere. Cos? la Francia, cos? l’Inghilterra, cos? la Prussia, nocciolo dell’unit? tedesca. Il potere centrale ? stato un elemento di modernit?, Tocqueville ne fece l’analisi perfetta nell’Ancien R?gime et la R?volution.

L’aspetto negativo non ? stato dunque la centralizzazione ma la burocratizzazione. Sono due elementi distinti e sarebbe grave errore considerarli un "unicum"; molto spesso i poteri locali sono ancor pi? burocratici di quelli centrali e questo ? vero anche nell’Italia di oggi. Dovremo quindi impegnarci in un federalismo che preservi e anzi compia un disegno nazionale ancora largamente lacunoso, smantelli la burocratizzazione centrale e impedisca quella regionale e comunale gi? ampiamente presente. Si tratta dunque d’un cammino lungo, appena iniziato e purtroppo sotto cattivissime stelle.
(10 ottobre 2010)


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