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Nel ricordo di Pino Aprile

Nicola Zitara, un maestro

dal sito pinoaprile.it, di Pino Aprile
sabato 2 ottobre 2010
?Ti vuole conoscere?, mi dicono. Nicola Zitara ? ormai un esserino scarnificato, nel letto che condivide con il cancro che lo sta uccidendo; i tubicini che escono dalle lenzuola nascondono l?indecenza del male sotto il letto. Ma gli occhi, nerissimi, enormi olive senza distinzione di colore fra pupilla e iride, sono di vivezza e intelligenza giovani e roventi. Gli porgo la mano. ?Gira da quest?altra parte?, fa, ?voglio abbracciarti. Sei stato bravo?. I suoi allievi ed estimatori lo venerano, solleciti e discretissimi. Quando escono, per lasciarci soli, li segue con lo sguardo: ?Tutto questo affetto, queste attenzioni??, mormora, ?non credi che stia ricevendo pi? di quel che merito, proprio mentre me ne vado??. ? come se osservasse la sua condizione da estraneo. ?Ti d? fastidio se fumo??. Non rinuncia. E perch? dovrebbe, a questo punto?

Mi parla del libro che ? riuscito a scrivere, nonostante la chemio, i lunghi periodi di inabilit? non solo fisica, la scomodissima infermit? che gli rende difficili movimenti minimi, persino raggiungere il pacchetto di sigarette (e ti precede, per evitare di essere aiutato), figurarsi i libri che rendono l?intera casa e persino la stanza-ospedale un unico, contorto corridoio di biblioteca. Sta correggendo le bozze: ?Ma non riesco a licenziare pi? di venti pagine al giorno?. Gli ? difficoltoso pure leggere, lo aiutano la moglie, la figlia, che custodiscono il congiunto come un bene pubblico loro affidato dalla comunit?.

Ha ricostruito oltre due secoli di politiche bancarie e finanza, sino agl?inizi della nostra storia unitaria e della spoliazione scientifica del Sud. ?? necessario anche fare un?antologia della malefatte a danno del Mezzogiorno?, dice. ?Io non potr?. Devi farla tu. Tu e uno storico; tu per la capacit? divulgativa giornalistica, lo storico per il dettaglio documentale, la cui ricerca potrebbe riuscirti troppo dispendiosa?. Non so se si rende conto che sono vuoto, in questo periodo, incapace di pensare e fare: aspetto che dal sentire confuso emerga l?idea che porr? le altre in secondo piano. Non rispondo.

Finiamo per parlare di identit?; e mi racconta una storia. ?Ero giovane, insegnavo a Cremona, ero solo; e feci amicizia con un collega di qualche anno pi? giovane, ne avr? avuti 26, 27. Era figlio di un calabrese che non era pi? tornato nella sua regione. E della quale, lui non sapeva niente. Ne apprendeva da me. Quando tornai gi?, mi segu?; lo accompagnai a Sant?Eufemia d?Aspromonte, il paese della sua famiglia. Immagina cos?era pi? di mezzo secolo fa, con gli escrementi delle greggi per le strade, le misere case di pietra. E lui incontr?, per la prima volta, i suoi cugini: era un professore del Nord, ben vestito, di forbito parlare; i parenti erano analfabeti, poveri, mani callose e sporche di terra e lavoro, sudore; intimiditi dal giovin signore che avevano di fronte. Lo portarono dinanzi alla casa che era stata del nonno, quella da cui era partito suo padre. E l? accadde qualcosa che ancora oggi mi sconvolge?, e mentre lo dice, due rivoletti, gli scorrono dagli occhi sulle guance (?Non badarci?, si giustifica, ?succede ai vecchi?). ?Il mio amico cominci? a tremare, si avvicin? alla porta, si mise in ginocchio e scoppi? a piangere, con il viso fra le mani. Rimanemmo tutti muti, i suoi stupiti e ritrovati parenti e io. Torn? altre volte. E, infine, riport? al paese anche suo padre?.


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