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	<title>2S</title>
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	<description>Questo sito non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicit&#224;. Non pu&#242; pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 07.03.2001 Per contatti relativi all'associazione:associazione [at] duesicilie.orgNoi sosteniamo Roberto Saviano.Hosted By</description>
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		<title>2S</title>
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		<title>Tutti i peccati della Controriforma</title>
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&lt;p&gt;Tutti i peccati della Controriforma&lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt;
di Massimo Firpo&lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt; in &#8220;Il Sole 24 Ore&#8221; del 5 maggio 2013&lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt;
Secondo una vulgata storiografica ormai sedimentatasi nei manuali scolastici, dopo la conclusione del Concilio di Trento (1563) la Chiesa fu finalmente in grado di avviare un tenace processo di riforma, sia pur lento e difficile, ma alla fin fine vittorioso. Una riforma fondata sulla residenza dei vescovi nelle loro diocesi per combattere i molti e gravi abusi che inficiavano la cura d'anime, a (...)&lt;/p&gt;


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&lt;a href="http://www.duesicilie.org/spip.php?rubrique3" rel="directory"&gt;Storia&lt;/a&gt;


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 <content:encoded>&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;div align=justify&gt;&lt;h3 class=&quot;spip&quot;&gt;Tutti i peccati della Controriforma&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;di Massimo Firpo&lt;br&gt;&lt;i&gt;in &#8220;Il Sole 24 Ore&#8221; del 5 maggio 2013&lt;/i&gt;&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Secondo una vulgata storiografica ormai sedimentatasi nei manuali scolastici, dopo la conclusione del Concilio di Trento (1563) la Chiesa fu finalmente in grado di avviare un tenace processo di riforma, sia pur lento e difficile, ma alla fin fine vittorioso. Una riforma fondata sulla residenza dei vescovi nelle loro diocesi per combattere i molti e gravi abusi che inficiavano la cura d'anime, a cominciare da un clero inadeguato ai suoi compiti, del tutto ignorante di cose religiose e a malapena capace di celebrare i riti sacri pur senza intenderne il senso, spesso concubinario, assenteista, simoniaco e non di rado violento, dissoluto, bestemmiatore. Di qui l'impegno dei vescovi per promuovere la formazione dei preti con l'istituzione dei seminari, la rigorosa tutela del decoro di spazi e arredi sacri, la lotta contro la diffusissime pratiche magiche e superstiziose, la vigilanza sui doveri sacramentali dei fedeli e sulla disciplina di monasteri e conventi, il sostegno allo sforzo educativo e assistenziale dei nuovi ordini religiosi, mentre si irrobustivano parallelamente anche le istituzioni repressive (l'Inquisizione) e censorie (l'Indice dei libri proibiti) delle devianze dottrinali. Un processo di radicamento territoriale, di controllo sociale, di imposizione dell'obbedienza, di uniformazione normativa che avrebbe interessato negli stessi decenni anche le nuove Chiese protestanti e le autorit&#224; statali, il cui rafforzamento istituzionale comportava un analogo impegno nel Governo dei sudditi attraverso un comune processo di disciplinamento.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Dopo aver letto questo denso libro, tuttavia, c'&#232; da dubitare seriamente di tale tesi, della quale non &#232; peraltro difficile percepire le inflessioni apologetiche nel presentare la Chiesa all'avanguardia dei processi di modernizzazione (foucaultianamente) anche nelle sue strategie autoritarie. A dire il vero, gi&#224; in precedenza gli studiosi che non si erano basati solo sulle fonti normative (decreti, atti sinodali eccetera), ma avevano gettato lo sguardo nel mare magnum delle visite pastorali, vi avevano trovato la prova di comportamenti di chierici e laici tutt'altro che conformi alle prescrizioni tridentine, abbarbicati ad antiche abitudini e antichi vizi, come se nulla fosse successo tra l'inizio del Cinquecento e i primi del Settecento, quasi che gli ardori di rinnovamento di san Carlo Borromeo e della generazione di vescovi che a lui cerc&#242; di ispirarsi fosse passata sul clero italiano come una leggera brezza, incapace di incidere su una realt&#224; spesso impresentabile ma quasi sempre accettata dai fedeli, preoccupati non tanto del rigore morale dei loro preti (alla fin fine si poteva tollerare che il parroco fosse &#171;uno poco lecentiuso della brachetta&#187;), quanto della possibilit&#224; di usufruire del loro ruolo di mediatori del sacro nel rito della messa e in occasione di nascite e morti.&lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt;
Basandosi su un lavoro di ricerca immenso in molteplici fondi archivistici, tanto in Vaticano quanto in numerose diocesi e utilizzando fonti disparate, la corrispondenza delle congregazioni dei Vescovi e regolari e dell'Inquisizione, i fondi dei tribunali d'appello e delle nunziature, le relazioni presentate dai vescovi alla Santa sede e soprattutto gli atti dei processi criminali contro preti responsabili di reati comuni celebrati in tutta Italia da una caotica pluralit&#224; di tribunali (vescovi, nunzi, visitatori apostolici, ordini religiosi, dicasteri romani, Segnatura di giustizia, Sant'Ufficio, giudici civili), Mancino e Romeo tracciano un quadro tanto desolante quanto rigorosamente documentato del clero italiano in et&#224; postridentina. Desolante per la gravit&#224; dei reati (&#171;omicidi, violenze, pratiche sessuali di ogni genere, estorsioni, truffe, usura, falsificazione di atti o di moneta, contrabbando, abusi legati al ministero sacerdotale&#187;), per l'enorme quantit&#224; dei rei (non poche pecore nere, ma circa il 25% del clero secolare, decine di migliaia di preti!), per la continuit&#224; del fenomeno in un arco plurisecolare, ma ancor pi&#249; per l'atteggiamento della curia romana, schierata sempre e soltanto a difesa dell&quot;'onore&quot; del ceto sacerdotale e dell'istituzione ecclesiastica, quand'anche si trattasse di coprire delitti gravissimi, senza esitare a sconfessare i vescovi zelanti che avevano avviato i processi e a rispedire i colpevoli - anche plurirecidivi - ai loro compiti di cura d'anime, dove molti di essi sarebbero tornati a delinquere ancor pi&#249; e ancor peggio, ormai coscienti della loro sostanziale impunit&#224;. Cos&#236; in ogni parte d'Italia, senza sostanziali differenze, da Venezia a Telese, da Pisa a Napoli.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Fu proprio nei decenni che avrebbero dovuto vedere il pi&#249; incisivo slancio riformatore, infatti, che le cause criminali contro membri del clero conobbero un incremento impressionante, nell'intento di sottrarle alla giustizia civile e consegnarle a tribunali a dir poco compiacenti, fino a scavare &#171;un solco sempre pi&#249; profondo fra laici ed ecclesiastici, con conseguenze devastanti per l'evangelizzazione e il radicamento di un nuovo modo di vivere la fede&#187;. Non &#232; necessario sottolineare come proprio in questi antecedenti storici affondi le radici lo scandaloso tentativo di nascondere o depotenziare i molti episodi di pedofilia che di recente in varie parti del mondo hanno visto come protagonisti e rei confessi anche vescovi e cardinali, con comprensibile indignazione dell'opinione pubblica, di fronte alla quale alcuni prelati hanno continuato a rivendicare con protervia un presunto diritto a lavare i panni sporchi in famiglia, evitando l'intervento della magistratura.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&#200; dunque ancora una volta alla storia che occorre rivolgersi per capire, e in particolare all'affossamento di ogni autentico riformismo pastorale imposto dalla curia romana nella lunga stagione della Controriforma, con buona pace di chi si ostina a vedere nei decreti del Tridentino la sorgente di rinnovamento capace di dotare la Chiesa delle vitali energie che nei decenni e secoli seguenti avrebbero nutrito una duratura e pervasiva riforma cattolica. Le cose, in realt&#224;, andarono molto diversamente e i veri sconfitti furono proprio i vescovi zelanti della prima generazione postconciliare, regolarmente emarginati e smentiti (e non di rado redarguiti) dai tribunali d'appello romani e dai nunzi, gli uni e gli altri sensibili non tanto alle ragioni pastorali quanto a quelle politiche della curia, preoccupata anzitutto (per non dire soltanto) della tutela delle immunit&#224; giurisdizionali del clero, pronta a piegarsi di fronte ai potenti in sede locale, disponibile a ogni compromesso che salvasse la faccia ai chierici corrotti. Quanto ai preti delinquenti, ladri o stupratori che fossero, furbeschi sfruttatori della piet&#224; popolare o banditi da strada, poco importava di fronte all'esigenza primaria di tutelare il potere, i diritti, l'autorit&#224; e l'immagine della Chiesa come societas perfecta, per quanto brutalmente contraddetta dalla realt&#224; effettuale delle cose.&lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt;
Fu il Concilio, insomma, a essere messo quasi subito in soffitta per salvaguardare anzitutto il centralismo romano e il buon nome del clero, la cui tutela non tard&#242; a imporsi sull'&#171;obiettivo di reprimere i delitti dei suoi rappresentanti&#187;. &#171;Nel giro di pochi anni - concludono gli autori - aspetti qualificanti del processo di riforma conciliare si perdono nel nulla&#187;.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Ne scatur&#236; la lunga durata di un clero i cui comportamenti disordinati e violenti traevano incentivo dalla sua sostanziale esenzione da ogni pur blanda giustizia. Omicidi, pedofili, stupratori, veri e propri criminali di professione (i cosiddetti &quot;chierici selvaggi del Regno di Napoli&quot;, per esempio) poterono cos&#236; continuare a farla franca, o pagando il prezzo di pene lievissime e spesso subito rimesse, in maniera tanto pi&#249; inaccettabile in quanto ben altre - e non di rado severissime - erano le punizioni inflitte ai laici per reati identici o assai pi&#249; lievi. Da questo punto di vista a fine Seicento poco o nulla era cambiato rispetto all'odiosa realt&#224; denunciata da un nunzio papale all'inizio del Cinquecento, vale a dire che quando a delinquere erano un chierico e un laico insieme, succedeva che &#171;il laico fusse appiccato e il chierico andasse a sollazzo per la terra&#187;. Amare vicende di donne violentate costrette a chiedere perdono ai propri stupratori, di bambine condannate a pene umilianti per aver detto la verit&#224; sugli abusi di cui erano state fatte oggetto, sono solo alcune delle molte e talora raccapriccianti storie narrate in queste pagine. Esente da ogni tono scandalistico, il libro ripercorre con pacata lucidit&#224; e saldo rigore critico una tragica storia, gettando lo sguardo in profondit&#224; sulle tenaci resistenze della Chiesa a ogni incisiva riforma religiosa, sempre osteggiata in quanto temibile insidia ai poteri della gerarchia, come si &#232; visto d'altra parte nelle tenaci resistenze che hanno finito con l'affossare le speranze scaturite dal Vaticano II.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Il libro di Michele Mancino e Giovanni Romeo si intitola &#171;&lt;i&gt;Clero criminale. L'onore della Chiesa e i delitti degli ecclesiastici nell'Italia della Controriforma&lt;/i&gt;&#187; (edito da Laterza, pagg. 248, Euro 22.00, disponibile anche in ebook) ed &#232; in uscita questa settimana.. Teatro della ricerca &#232; l'Italia del Cinque-Seicento, alle prese con gli eccessi di varia natura di chierici, preti e frati delinquenti e con le scelte di giudici quasi sempre conniventi e interessati soprattutto a tutelare l'onore del clero e della Chiesa tutta. Il libro, che d&#224; ampio spazio alla vita quotidiana, apre squarci sorprendenti su dimensioni della storia religiosa e civile della penisola pressoch&#233; sconosciute.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;small&gt;Su &lt;a href=&quot;http://www.laterza.it/&quot; class=&#039;spip_url spip_out auto&#039; rel=&#039;nofollow external&#039;&gt;www.laterza.it&lt;/a&gt; e su &lt;a href=&quot;http://www.fedoa.unina.it/&quot; class=&#039;spip_url spip_out auto&#039; rel=&#039;nofollow external&#039;&gt;www.fedoa.unina.it&lt;/a&gt; (Archivio istituzionale della Universit&#224; degli Studi Federico II) un'ampia selezione dei documenti presi in esame. Michele Mancino e Giovanni Romeo insegnano entrambi Storia moderna nell'Universit&#224; di Napoli Federico II.&lt;/small&gt;&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt; &lt;p&gt;&lt;span class=&#039;spip_document_352 spip_documents spip_documents_center&#039;&gt;
&lt;img src=&#039;http://www.duesicilie.org/IMG/jpg/71rhuwuqubl._aa1500_.jpg&#039; width=&#039;500&#039; height=&#039;500&#039; alt=&quot;&quot; style=&#039;&#039; /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt;
&lt;span class=&#039;spip_document_353 spip_documents spip_documents_center&#039;&gt;
&lt;img src=&#039;http://www.duesicilie.org/IMG/jpg/81z-i11l35l._aa1500_.jpg&#039; width=&#039;500&#039; height=&#039;500&#039; alt=&quot;&quot; style=&#039;&#039; /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		&lt;div class="hyperlien"&gt;Vedi on line : &lt;a href="http://www.amazon.it/gp/product/8858106741/ref=oh_details_o00_s00_i00?ie=UTF8&amp;psc=1" class="spip_out"&gt;Per acquistare il libro&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
		
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	</item>
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		<title>Il cattivo tedesco e il bravo italiano. La rimozione delle colpe della seconda guerra mondiale</title>
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&lt;p&gt;Manca ancora una riflessione collettiva nazionale sul fascismo e sulle responsabilit&#224; e le colpe italiane. I tedeschi continuano ad essere &#171;una grande risorsa per la tranquillit&#224; della nostra coscienza&#187;, come temeva Vittorio Foa. E c'&#232; chi, come il comune di Affile, innalza addirittura mausolei a un criminale di guerra (il maresciallo Rodolfo Graziani).&lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt;
Il cattivo tedesco e il bravo italiano di Filippo Focardi&lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt;
Cattivo tedesco. Barbaro, sanguinario, imbevuto di ideologia razzista e pronto a (...)&lt;/p&gt;


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&lt;a href="http://www.duesicilie.org/spip.php?rubrique3" rel="directory"&gt;Storia&lt;/a&gt;


		</description>


 <content:encoded>&lt;div class='rss_chapo'&gt;&lt;p&gt;Manca ancora una riflessione collettiva nazionale sul fascismo e sulle responsabilit&#224; e le colpe italiane. I tedeschi continuano ad essere &#171;una grande risorsa per la tranquillit&#224; della nostra coscienza&#187;, come temeva Vittorio Foa. E c'&#232; chi, come il comune di Affile, innalza addirittura mausolei a un criminale di guerra (il maresciallo Rodolfo Graziani).&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;h3 class=&quot;spip&quot;&gt;Il cattivo tedesco e il bravo italiano di Filippo Focardi&lt;/h3&gt;&lt;div align=justify&gt;
&lt;span class=&#039;spip_document_351 spip_documents&#039;&gt;
&lt;img src=&#039;http://www.duesicilie.org/local/cache-vignettes/L376xH232/capitanocorelli-cadc3.jpg&#039; width=&#039;376&#039; height=&#039;232&#039; alt=&quot;&quot; style=&#039;&#039; /&gt;&lt;/span&gt;
&lt;p&gt;Cattivo tedesco. Barbaro, sanguinario, imbevuto di ideologia razzista e pronto a eseguire gli ordini con brutalit&#224;. Al contrario, bravo italiano. Pacifico, empatico, contrario alla guerra, cordiale e generoso anche quando vestiva i panni dell'occupante.&lt;br&gt;&lt;strong&gt;Filippo Focardi&lt;/strong&gt; in &lt;i&gt;Il cattivo tedesco e il bravo italiano&lt;/i&gt;. &lt;i&gt;La rimozione delle colpe della seconda guerra mondiale&lt;/i&gt; &lt;strong&gt;analizza i due stereotipi che hanno segnato la memoria pubblica nazionale&lt;/strong&gt; e consentito il formarsi di una zona d'ombra: non fare i conti con gli aspetti aggressivi e criminali della guerra combattuta dall'Italia monarchico-fascista a fianco del Terzo Reich. &lt;br&gt;A distinguere fra Italia e Germania era stata innanzitutto la propaganda degli Alleati: la responsabilit&#224; della guerra non gravava sul popolo italiano ma su Mussolini e sul regime, che avevano messo il destino del paese nelle mani del sanguinario camerata germanico. Gli italiani non avevano colpe e il vero nemico della nazione era il Tedesco. Gli argomenti furono ripresi e rilanciati dopo l'8 settembre dal re e da Badoglio e da tutte le forze dell'antifascismo, prima impegnati a mobilitare la nazione contro l'&#8216;oppressore tedesco e il traditore fascista', poi a rivendicare per il paese sconfitto una pace non punitiva. La giusta esaltazione dei meriti guadagnati nella guerra di Liberazione ha finito cos&#236; per oscurare le responsabilit&#224; italiane ed &#232; prevalsa un'immagine autoassolutoria che ha addossato sui tedeschi il peso esclusivo dei crimini dell'Asse, non senza l'interessato beneplacito e l'impegno attivo di uomini e istituzioni che avevano sostenuto la tragica avventura del fascismo.&lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt;
Ecco un breve estratto del saggio di Focardi.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&quot;[...] Alla base della lunga persistenza in Italia e all'estero di stereotipi e miti sui tedeschi e sugli italiani sta il fatto che essi abbiano corrisposto effettivamente a comportamenti e gradi di responsabilit&#224; molto differenti dei due ex alleati. Esiste cio&#232; alla loro base un forte nucleo di verit&#224;. A fronte della guerra totale di annientamento condotta dalla Wehrmacht e della Shoah, stavano ad esempio l'aiuto prestato dagli italiani agli ebrei in Francia come in Jugoslavia o in Grecia, il soccorso offerto alle popolazioni serbe in Croazia, la mancanza di crimini di massa di tipo genocidiario come quelli pianificati e messi in pratica dai tedeschi, specialmente nei territori orientali non solo contro gli ebrei ma anche contro gli zingari o i prigionieri di guerra sovietici. E tuttavia &lt;strong&gt;gli stereotipi del &#171;bravo italiano&#187; e del &#171;cattivo tedesco &#187; sono serviti egregiamente a mascherare e rimuovere aspetti altrettanto reali della guerra fascista e prima ancora della politica coloniale e antisemita del regime&lt;/strong&gt;: il carattere aggressivo di quella guerra e le responsabilit&#224; del regime nel suo scatenamento; il fatto che molti italiani l'abbiano combattuta &#8211; almeno per un pezzo &#8211; con convinzione ideologica; i gravi crimini commessi nei Balcani o in Russia che si aggiungevano a quelli gi&#224; perpetrati su larga scala in Libia e in Etiopia; la persecuzione antisemita nel 1938 non imposta da Berlino e la collaborazione poi prestata dalla RSI allo sterminio degli ebrei, braccati e consegnati nelle mani dei carnefici hitleriani. Gran parte del carico delle colpe italiane ha finito cos&#236; per essere messo sulle spalle (gi&#224; molto provate) dei tedeschi per poi essere rapidamente rimosso.&lt;br&gt;Come ha osservato &lt;strong&gt;Vittorio Foa&lt;/strong&gt;, una delle figure pi&#249; lucide dell'antifascismo italiano, non si &#232; trattato di &#171;una rimozione in senso psicanalitico&#187;, quanto piuttosto di &#171;&lt;strong&gt;una comoda ma delittuosa cancellazione della storia&lt;/strong&gt;&#187;, poich&#233; quando &#171;&lt;strong&gt;dopo avere ucciso, non si riconosce la vittima, si &#232; ucciso due volte&lt;/strong&gt;&#187;. E la cattiva Germania, a suo giudizio, &#232; servita allo scopo funzionando a meraviglia da comodo alibi per gli italiani. &#171;I tedeschi &#8211; egli ha aggiunto &#8211; sono diventati una grande risorsa per la tranquillit&#224; della nostra coscienza. Ma &#232; necessario ricordare il male della nostra parte se non vogliamo abbandonare al caso il nostro domani&#187;. Queste parole eticamente ispirate risalgono al 1996. Il periodo coincide con l'inizio di una nuova stagione storiografica che &#8211; riprendendo gli studi avviati negli anni settanta da Del Boca, Rochat, Sala e Collotti &#8211; ha cercato di far piena luce sulle &#8216;pagine oscure' del passato nazionale: i massacri nelle colonie; la politica razzista del fascismo contro slavi, africani ed ebrei; le occupazioni militari durante la guerra dell'Asse con le pratiche di guerra ai civili; le deportazioni di massa di uomini donne e bambini; la questione della mancata punizione dei criminali di guerra italiani. &lt;strong&gt;Gli storici hanno ormai sgretolato buona parte dei tasselli che formavano il mito del &#171;bravo italiano&#187;. Ma i risultati della ricerca hanno prodotto solo flebili effetti sull'opinione pubblica, toccata alla superficie&lt;/strong&gt;. Documentari televisivi come lo stesso &lt;a href=&quot;http://www.duesicilie.org/spip.php?article478&quot; class=&#039;spip_in&#039;&gt;Fascist Legacy&lt;/a&gt; di Ken Kirby o &lt;a href=&quot;http://www.duesicilie.org/spip.php?article479&quot; class=&#039;spip_in&#039;&gt;La guerra sporca di Mussolini&lt;/a&gt; di Giovanni Donfrancesco sono stati messi in onda quasi esclusivamente sui canali satellitari di storia come History Channel, cui si &#232; aggiunto qualche fugace passaggio sulle reti televisive nazionali. Il successo di vendite di alcuni libri di alta divulgazione &#8211; come i volumi di Angelo Del Boca Italiani brava gente? e di Gianni Oliva &#171;Si ammazza troppo poco&#187; &#8211; indica che un pubblico qualificato di una certa ampiezza ha ormai scoperto questi temi. Tuttavia una consapevolezza diffusa nel paese tuttora manca. Nessuna delle numerose fiction televisive di argomento storico si &#232; arrischiata a toccare il delicato argomento. Ma anche gli stessi manuali di storia per le scuole e le universit&#224; &#8211; salvo eccezioni &#8211; ancora non trattano o non trattano a sufficienza il tema delle responsabilit&#224; italiane nei crimini coloniali o nella guerra di aggressione dell'Asse. Soprattutto, questa dimensione moralmente ingombrante del nostro passato non ha trovato fino adesso alcuno spazio nella ridefinizione delle coordinate della memoria pubblica nazionale, che ha preso avvio all'inizio degli anni novanta dopo il crollo della cosiddetta &#171;prima repubblica&#187;.&lt;br&gt;[&#8230;]&lt;br&gt;Se prendiamo in considerazione le due ricorrenze fondate su avvenimenti della seconda guerra mondiale, capaci peraltro di produrre il maggiore impatto nel dibattito pubblico, ovvero la giornata della Shoah e quella delle foibe, risulta evidente come le nuove commemorazioni, con le loro prassi celebrative predominanti, abbiano avuto l'effetto di confermare e rilanciare l'immagine del &#171;bravo italiano &#187; e del &#171;cattivo tedesco&#187; piuttosto che metterla in dubbio. Gi&#224; di per s&#233; significativa &#232; stata ad esempio la scelta per la giornata della Shoah del 27 gennaio &#8211; in riferimento alla liberazione nel 1944 del campo di sterminio di Auschwitz &#8211; al posto del 16 ottobre, inizialmente proposto con riferimento alla data del rastrellamento del ghetto di Roma nel 1943, rappresentando la prima una data simbolica legata all'azione criminale della Germania nazista e alludendo invece la seconda a un contesto italiano che chiamava in causa anche le responsabilit&#224; dei nostri solerti collaboratori antisemiti. &lt;strong&gt;Ma soprattutto le commemorazioni della giornata della memoria sono state l'occasione non solo per ricordare le vittime italiane della violenza nazista (militari, oppositori politici, ebrei) e approfondire la conoscenza della loro persecuzione, ma anche &#8211; in particolare in molte proposte celebrative promosse dal centrodestra &#8211; per vantare piuttosto le benemerenze umanitarie di tanti italiani prodighi nel soccorso e nel salvataggio degli ebrei&lt;/strong&gt;. A questo scopo sono state esaltate figure davvero encomiabili come il commerciante Giorgio Perlasca, che con coraggio e abnegazione mise in salvo in Ungheria migliaia di ebrei, o altre pi&#249; controverse come il funzionario di polizia Giovanni Palatucci, comunque accomunate dal fatto di aver nutrito allora sentimenti di fedelt&#224; al regime o alle sue istituzioni. Dunque, a un tempo esempi emblematici di &#171;italiani brava gente&#187; di cui andare fieri come nazione ed ennesima dimostrazione della differenza intercorsa fra il fascismo e il nazismo eliminazionista.&lt;br&gt;[&#8230;]&lt;br&gt;&#200; inevitabile che la costruzione istituzionale della memoria punti su un legame assai stretto con la dimensione dell'identit&#224;, in questo caso dell'identit&#224; unitaria del paese. Ma come ha osservato il sociologo Paolo Jedlowski, &#232; altres&#236; i&lt;strong&gt;mportante che venga coltivato un nesso fra la memoria e la giustizia, attraverso il quale la memoria &#8211; quale consapevolezza critica del passato &#8211; si faccia assunzione di responsabilit&#224; ovvero capacit&#224; di rispondere dei nostri atti. Da questo punto di vista, il valore etico pi&#249; alto &#8211; non solo per un individuo ma anche per una nazione &#8211; diventa l'impegno a rendere conto delle proprie colpe, delle violenze e dei crimini commessi.&lt;/strong&gt;&lt;br&gt;&#200; questo percorso di &#171;elaborazione del passato&#187; che, a partire almeno dagli anni sessanta, ha dimostrato di saper affrontare con coraggio e sofferenza la Germania, prima da Bonn e poi da Berlino, anche perch&#233; costretta dal peso gigantesco delle proprie responsabilit&#224; storiche e dalla pressione internazionale che le impediva una rimozione (pur tentata in varie forme negli anni cinquanta e sempre a rischio di essere intrapresa in futuro). &#200; il percorso che resta ancora da imboccare da parte dell'Italia, oggi alle prese con la crisi economica e le minacce portate alla sua coesione nazionale. Sul come affrontare il passato per guardare al futuro da democrazia consapevole vale l'esempio della Germania; bisogna dunque &#171;imitare&#187; i tedeschi provando a fare i conti fino in fondo col fascismo come loro hanno fatto (e continuano a fare) col nazismo.&lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt;
Sarebbe auspicabile ad esempio che un'alta carica dello Stato possa compiere un gesto come quello dell'ex presidente tedesco Johannes Rau, che nell'aprile 2002 si rec&#242; insieme al presidente Ciampi alle commemorazioni della strage di Marzabotto Monte Sole. A quando una visita ufficiale italiana a Domenikon o all'isola di Raab in Croazia, sede di un famigerato campo di concentramento per slavi? Ma insieme ai gesti simbolici, e prima ancora di essi, servirebbe una ben maggiore diffusione della conoscenza della nostra storia, a partire dalle scuole. &#200; doveroso che gli studenti conoscano Sant'Anna di Stazzema e Monte Sole, come Auschwitz e le foibe, ma dovrebbero sapere anche che cosa hanno rappresentato Domenikon e Raab, per non dire di Debr&#224; Liban&#242;s in Etiopia. Allo stesso modo pu&#242; avere un valore formativo che venga loro additato l'esempio di un Giorgio Perlasca, ma non dovrebbero essere taciute le colpe di un Rodolfo Graziani o di un Mario Roatta. Anche cos&#236; si costruisce &lt;strong&gt;una memoria europea fondata sull'etica della responsabilit&#224; e aperta alla dimensione globale e multietnica delle societ&#224; in cui viviamo, al di l&#224; di una memoria nazionale finora centrata su se stessa, vittimistica e autocelebrativa.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;float:left;width:100%;max-width:675px;font-family:&#039;Lucida Grande&#039;,&#039;Lucida Sans unicode&#039;,Arial,Helvetica;background: #fff;color:#666;font-size:11px;text-align:left;margin:10px 0 10px 0;border-top:1px solid #ccc;border-bottom:1px solid #ccc;padding:10px 0 0px 0;&quot;&gt;&lt;div style=&quot;float:left;margin-right:15px;margin-bottom:10px;&quot; &gt;&lt;a href=&quot;http://www.laterza.it/index.php?option=com_laterza&amp;Itemid=97&amp;task=schedalibro&amp;isbn=9788858104309&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;img style=&#039;border:1px solid #666;&#039; src=&quot;http://www.duesicilie.org/local/cache-vignettes/L104xH156/978885810430391c-45489.jpg&quot; alt=&quot;Il cattivo tedesco e il bravo italiano&quot; width=&#039;104&#039; height=&#039;156&#039; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;float:left;width:70%;text-align:left;&quot;&gt;&lt;div style=&quot;color:#000;font-weight:bold;&quot;&gt;Filippo Focardi&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;a style=&quot;font-size:12px;font-weight:bold;text-align:left;color:#af251c;&quot; href=&quot;http://www.laterza.it/index.php?option=com_laterza&amp;Itemid=97&amp;task=schedalibro&amp;isbn=9788858104309&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;Il cattivo tedesco e il bravo italiano&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align:left;font-style:italic;&quot;&gt;La rimozione delle colpe della seconda guerra mondiale&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align:left;margin-top:10px;&quot;&gt; - disponibile anche in &lt;a href=&quot;http://www.laterza.it/schedalibro.asp?isbn=9788858106952&quot;&gt;ebook&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;margin-top:10px;&quot;&gt;&lt;table style=&quot;border:none;margin:0;padding:0;&quot;&gt;&lt;tr&gt;&lt;td style=&quot;vertical-align:top;text-align:right;&quot;&gt;Edizione:&lt;/td&gt;&lt;td style=&quot;vertical-align:top;&quot;&gt;2013&lt;sup&gt;&lt;/sup&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;tr&gt;&lt;td style=&quot;vertical-align:top;text-align:right;&quot;&gt;Collana:&lt;/td&gt;&lt;td style=&quot;vertical-align:top;&quot;&gt;Storia e Societ&#224;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;tr&gt;&lt;td style=&quot;vertical-align:top;text-align:right;&quot;&gt;ISBN:&lt;/td&gt;&lt;td style=&quot;vertical-align:top;&quot;&gt;9788858104309&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;tr&gt;&lt;td style=&quot;vertical-align:top;text-align:right;&quot;&gt;pp:&lt;/td&gt;&lt;td style=&quot;vertical-align:top;&quot;&gt;308&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;tr&gt;&lt;td style=&quot;vertical-align:top;text-align:right;&quot;&gt;Prezzo:&lt;/td&gt;&lt;td style=&quot;vertical-align:top;&quot;&gt;24,00 Euro&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;/table&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;clear:both;&quot;&gt; &lt;/div&gt;&lt;/div&gt;
		
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	</item>
<item xml:lang="it">
		<title>La guerra sporca di Mussolini</title>
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		<dc:date>2013-02-09T09:34:13Z</dc:date>
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		<description>
&lt;p&gt;Documentario sui crimini di guerra italiani durante l'occupazione della Grecia (1940-1943), con focus sulla strage di Domenikon, in Tessaglia, e riferimenti ad altri crimini compiuti dal Regio esercito in Jugoslavia e Africa.&lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt;
Regia di Giovanni Donfrancesco. Consulenza storica di Lidia Santarelli.&lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt;
Con la partecipazione di Stathis Psomiadis (nipote di uno dei trucidati di Domenikon) e alcuni superstiti del massacro, e interventi di storici come Filippo Focardi, Lutz Klinkhammer e altri, (...)&lt;/p&gt;


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&lt;a href="http://www.duesicilie.org/spip.php?rubrique3" rel="directory"&gt;Storia&lt;/a&gt;


		</description>


 <content:encoded>&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;p&gt;Documentario sui crimini di guerra italiani durante l'occupazione della Grecia (1940-1943), con focus sulla strage di Domenikon, in Tessaglia, e riferimenti ad altri crimini compiuti dal Regio esercito in Jugoslavia e Africa.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Regia di Giovanni Donfrancesco. Consulenza storica di Lidia Santarelli.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Con la partecipazione di Stathis Psomiadis (nipote di uno dei trucidati di Domenikon) e alcuni superstiti del massacro, e interventi di storici come Filippo Focardi, Lutz Klinkhammer e altri, oltrech&#233; del sostituto procuratore militare Sergio Dini.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Una coproduzione GA&amp;A Productions e ERT,&lt;br&gt;in associazione con Fox Channels Italy, RTI e Histoire&lt;br&gt;e in collaborazione con la Radiotelevisione della Svizzera Italiana.&lt;/p&gt;
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	</item>
<item xml:lang="it">
		<title>Fascist Legacy - Un'eredit&#224; scomoda</title>
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		<dc:date>2013-02-09T09:23:27Z</dc:date>
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&lt;p&gt;Fascist Legacy (&quot;L'eredit&#224; del fascismo&quot;) &#232; un documentario della BBC sui crimini di guerra commessi dagli italiani durante la Seconda Guerra Mondiale. La RAI acquist&#242; una copia del programma, che per&#242; non fu mai mostrato al pubblico. La7 ne ha trasmesso ampi stralci nel 2004. Il documentario, diretto da Ken Kirby, ricostruisce le terribili vicende che accaddero nel corso della guerra di conquista coloniale in Etiopia &#8211; e negli anni successivi &#8211; e delle ancora pi&#249; terribili vicende durante (...)&lt;/p&gt;


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&lt;a href="http://www.duesicilie.org/spip.php?rubrique3" rel="directory"&gt;Storia&lt;/a&gt;


		</description>


 <content:encoded>&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;p&gt;Fascist Legacy (&quot;L'eredit&#224; del fascismo&quot;) &#232; un documentario della BBC sui crimini di guerra commessi dagli italiani durante la Seconda Guerra Mondiale. La RAI acquist&#242; una copia del programma, che per&#242; non fu mai mostrato al pubblico. La7 ne ha trasmesso ampi stralci nel 2004. Il documentario, diretto da Ken Kirby, ricostruisce le terribili vicende che accaddero nel corso della guerra di conquista coloniale in Etiopia &#8211; e negli anni successivi &#8211; e delle ancora pi&#249; terribili vicende durante l'occupazione nazifascista della Jugoslavia tra gli anni 1941 e 1943. Particolarmente crudele la repressione delle milizie fasciste italiane nella guerriglia antipartigiana in Montenegro ed in altre regioni dei Balcani. Tali azioni vengono mostrate con ottima, ed esclusiva, documentazione filmata di repertorio e con testimonianze registrate sui luoghi storici nella I puntata del film. Il documentario mostra anche i crimini fascisti in Libia e in Etiopia. Nella II puntata il documentario cerca di spiegare le ragioni per le quali i responsabili militari e politici fascisti -colpevoli dei crimini- non sono stati condannati ai sensi del codice del Tribunale Militare Internazionale di Norimberga, per crimini di guerra e crimini contro l'umanit&#224;. Conduttore del film &#232; lo storico americano Michael Palumbo, autore del libro &#8220;L'olocausto rimosso&#8221;, edito -in Italia- da Rizzoli. Nel film vengono intervistati -fra gli altri- gli storici italiani Angelo Del Boca, Giorgio Rochat, Claudio Pavone e lo storico inglese David Ellwood.&lt;/p&gt;
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&lt;p&gt;&lt;br&gt;&lt;/p&gt;
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&lt;p&gt;&lt;br&gt;&lt;/p&gt;
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&lt;p&gt;&lt;br&gt;&lt;/p&gt;
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&lt;p&gt;&lt;br&gt;&lt;/p&gt;
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		&lt;div class="hyperlien"&gt;Vedi on line : &lt;a href="http://temi.repubblica.it/micromega-online/fascist-legacy-uneredita-scomoda/" class="spip_out"&gt;Link all'articolo originale&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
		
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	</item>
<item xml:lang="it">
		<title>Matrimoni tra gay, la sessuofobia piemontese e la tolleranza di quei &#8220;retrivi&#8221; del sud</title>
		<link>http://www.duesicilie.org/spip.php?article476</link>
		<guid isPermaLink="true">http://www.duesicilie.org/spip.php?article476</guid>
		<dc:date>2013-02-07T00:24:47Z</dc:date>
		<dc:format>text/html</dc:format>
		<dc:language>it</dc:language>
		



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&lt;p&gt;Matrimoni tra gay, la sessuofobia piemontese e la tolleranza di quei &#8220;retrivi&#8221; del sud&lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt;
di Gigi Di Fiore - Da Il Mattino 4 febbraio 2013&lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt;
Proteste o non proteste in piazza, il Parlamento francese va avanti con la legge sul matrimonio tra gay. Tuona il cardinale Bagnasco, mentre in Italia la campagna elettorale si riempie di detto e non detto sui diritti degli omosessuali. Per qualche votuncolo in pi&#249;!. Niente di nuovo, nel nostro Paese: &#232; il nostro vecchio conflitto tra cultura laica e cultura (...)&lt;/p&gt;


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&lt;a href="http://www.duesicilie.org/spip.php?rubrique3" rel="directory"&gt;Storia&lt;/a&gt;


		</description>


 <content:encoded>&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;div align=justify&gt;&lt;h3 class=&quot;spip&quot;&gt;Matrimoni tra gay, la sessuofobia piemontese e la tolleranza di quei &#8220;retrivi&#8221; del sud&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;di &lt;strong&gt;Gigi Di Fiore&lt;/strong&gt; - Da&lt;i&gt; Il Mattino&lt;/i&gt; 4 febbraio 2013&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Proteste o non proteste in piazza, il Parlamento francese va avanti con la legge sul matrimonio tra gay. Tuona il cardinale Bagnasco, mentre in Italia la campagna elettorale si riempie di detto e non detto sui diritti degli omosessuali. Per qualche votuncolo in pi&#249;!. Niente di nuovo, nel nostro Paese: &#232; il nostro vecchio conflitto tra cultura laica e cultura cattolica. L'abbiamo nel Dna.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Ah, la Chiesa e il Papa, ah quei retrivi Borbone con le loro chiusure mentali, che hanno marchiato il modo di pensare italiano! Ah, invece, quella benedetta cultura laica che fu di Cavour, Torino, il regno di Sardegna, i Savoia! Ma fu davvero cos&#236;? O invece siamo di fronte ad un altro falso storico, per prevenzioni da non conoscenza? Per rispondere, basta un po' di curiosit&#224;, leggere cosa c'era scritto nei diversi codici penali preunitari. Uno sguardo al nord e uno al sud.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Regno di Sardegna, anno 1839, sul trono c'&#232; l'amletico cattolico Carlo Alberto. Articolo 439 del codice penale - ci crederete? - prevedeva la punizione degli &#8220;atti di libidine contro natura&#8221;. E non solo in caso di stupro, ma &#8220;anche senza violenza e fra adulti consenzienti&#8221;. Dagli ai rapporti omosessuali! Anno 1859, sul trono c'&#232; Vittorio Emanuele II con il suo laico primo ministro Cavour. L'articolo 439 viene ripreso nel nuovo codice dall'articolo 425.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;E in quel retrivo regno delle Due Sicilie? Se tanto mi d&#224; tanto, a Napoli e dintorni sicuramente i rapporti omosessuali dovevano essere puniti con la fucilazione. E invece no, il codice approvato nel 1819, regno di Ferdinando I, non prevede nulla sugli &#8220;atti contro natura&#8221;. Vengono puniti solo gli stupri, senza fare differenze tra etero o omo sessuali. Sembra tolleranza, o no?&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Ma, poich&#233; l'unit&#224; d'Italia fu perfezionata dalle armi dell'esercito piemontese e usi, leggi e codici furono semplicemente travasati da quel regno a quello italiano, anche la sessuofobia verso gli omosessuali fu regalata dal codice penale di Torino. Dal 1860, il famigerato articolo 439 fu norma italiana. Per fortuna, su quell'assurda eredit&#224; rimedi&#242; nel 1889 il codice Zanardelli.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Fu pura forma quell'articolo 439? Magari!. Gli omosessuali invece se la vedettero brutta. Il caso di Luigi De Barbieri e Antonio Marchese fu il pi&#249; noto. Era il 1883, dalla parete di una stanza d'albergo un tizio origli&#242; discorsi e altro tra quei due uomini. Subito, li denunci&#242; per &#8220;atti di libidine contro natura&#8221;. De Barbieri si difese: eravamo in una stanza privata, nessuno pu&#242; provare che tra noi fu compiuto realmente &#8220;atto contro natura&#8221;. La Cassazione di Torino (allora di Corti supreme ce ne erano in pi&#249; citt&#224; italiane) respinse il ricorso difensivo. Pubblico o privato &#232; lo stesso, una persona ud&#236;, avvert&#236; la cameriera e il delegato di polizia per fermare lo scandalo e bloccare l'offesa alla &#8220;pubblica morale&#8221;, scrissero i giudici. Ah, quell'articolo 425! Ma la sessuofobia italica non era eredit&#224; del retrivo sud? Valla a capire la storia che va contro le storielle.&lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt;
&lt;small&gt;&lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt;
&lt;strong&gt;Aggiornamenti:&lt;/strong&gt;&lt;br&gt;Ci hanno segnalato alcuni lettori (in particolare Roberto Schena, dal quale riprendiami i brani riportati di seguito) che il reato fu abolito dal regno di Napoli dopo che l'aveva fatto il governo napoleonico, mentre Torino lo ripristin&#242;. Con l'unit&#224; d'italia il reato non fu esteso all'ex regno duosiciliano, fu poi abolito nel 1886 dal codice Zanardelli insieme alla pena di morte, era uno dei codici civili pi&#249; avanzati del mondo. &lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt;
Governo e parlamento torinesi riconobbero che negli stati occupati potevano esservi leggi pi&#249; avanzate in qualche settore, per cui almeno quelle vennero mantenute e non abolite tout court, in attesa del nuovo codice. In particolare ritennero molto avanzato il codice toscano del 1853 che tra l'altro aveva gi&#224; abolito la pena di morte, e infatti nel 1886 il nuovo codice Zanardelli vi &#232; largamente ispirato. Nella fase di transizione, la pena di morte non fu applicata giusto nella sola Toscana. Il codice toscano abol&#236; il reato di omosessualit&#224; solo nel 1853 e solo per i civili, lo conferm&#242; nel codice militare. Lo stato della chiesa lo conserv&#242; fino alla fine e prevedeva l'ergastolo! questo per la verit&#224; storica. Se Napoli non avesse abolito TOTALMENTE il reato gi&#224; dal 1819 (insieme ai piccoli ducati di Parma e Modena) ci sarebbe da chiedersi quale sarebbe stato il destino delle leggi omofobe con l'unit&#224; d'Italia. Molto probabilmente avrebbe seguito quello delle altre nazioni europee, che l'hanno abolito fra gli anni 70/80... del Novecento! Incredibilmente, dopo la sconfitta nazista, nelle due Germanie gli unici rinchiusi nei lager che continuarono la pena in carcere, furono proprio gli omosessuali. La Germania est peraltro abol&#236; il reato molto presto, all'inizio degli anni 50, se non vado errato, all'ovest solo alla fine degli anni 70. L'Italia era l'unico paese ad averlo abolito da gi&#224; un secolo penso proprio grazie a Napoli, che non lo riconferm&#242; dopo la parentesi napoleonica.&lt;/small&gt;&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;
		&lt;div class="hyperlien"&gt;Vedi on line : &lt;a href="http://www.ilmattino.it/blog/gigi_di_fiore/matrimoni_tra_gay_la_sessuofobia_piemontese_e_la_tolleranza_di_quei_ldquoretrivirdquo_del_sud/0-46-1790.shtml" class="spip_out"&gt;Link all'articolo originale&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
		
		</content:encoded>


		

	</item>
<item xml:lang="it">
		<title>Cosa c'entra il Sud con il tricolore?</title>
		<link>http://www.duesicilie.org/spip.php?article473</link>
		<guid isPermaLink="true">http://www.duesicilie.org/spip.php?article473</guid>
		<dc:date>2012-11-25T16:04:36Z</dc:date>
		<dc:format>text/html</dc:format>
		<dc:language>it</dc:language>
		<dc:creator>Valerio Rizzo</dc:creator>



		<description>
&lt;p&gt;Tra origini francesi, guardia civica milanese, repubbliche cis e transpadane, che c'entra il Sud con il tricolore? Beh, direi poco o niente.&lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt;
Quali sono le origini del tricolore italiano? Il tricolore italiano deriva direttamente dal tricolore francese. Quest'ultimo, nato con la rivoluzione, adott&#242; il blu e il rosso (i colori di Parigi) e nel mezzo il bianco (il colore della famiglia reale borbonica). Quando le truppe napoleoniche varcarono le Alpi, il tricolore francese fu &quot;importato&quot; in (...)&lt;/p&gt;


-
&lt;a href="http://www.duesicilie.org/spip.php?rubrique3" rel="directory"&gt;Storia&lt;/a&gt;


		</description>


 <content:encoded>&lt;div class='rss_chapo'&gt;&lt;p&gt;Tra origini francesi, guardia civica milanese, repubbliche cis e transpadane, che c'entra il Sud con il tricolore? Beh, direi poco o niente.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;
&lt;a href=&quot;http://1.bp.blogspot.com/-VL6H6RDN6ps/UKd3NCBvTTI/AAAAAAAAApQ/hXArSQKTC6g/s1600/sud2_672-458_resize.jpg&quot; imageanchor=&quot;1&quot; style=&quot;margin-left:1em; margin-right:1em&quot;&gt;&lt;img border=&quot;0&quot; height=&#039;218&#039; width=&#039;320&#039; src=&quot;http://www.duesicilie.org/local/cache-vignettes/L320xH218/sud2_672-4581779-36832.jpg&quot; style=&#039;&#039; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
&lt;p&gt;Quali sono le origini del tricolore italiano? Il tricolore italiano deriva direttamente dal tricolore francese. Quest'ultimo, nato con la rivoluzione, adott&#242; il blu e il rosso (i colori di Parigi) e nel mezzo il bianco (il colore della famiglia reale borbonica). Quando le truppe napoleoniche varcarono le Alpi, il tricolore francese fu &quot;importato&quot; in Italia e &quot;riadattato&quot;: il verde sostitu&#236; il blu. Ma perch&#233; il verde? Secondo l'ipotesi pi&#249; accreditata, la scelta ricadde sul colore delle uniformi della Guardia Civica milanese: quindi, al blu parigino, si sostituiva il verde meneghino [sic!]. Altra ipotesi, meno nota, vuole che fosse stata la Massoneria [azz!] a scegliere il verde, poich&#233; era il colore della natura, quindi simboleggiava i diritti naturali dell'uomo.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Con l'istituzione della Repubblica Cispadana (Padana, PaTana), il tricolore verde, bianco e rosso fu adottato come vessillo di questo stato. Successivamente, con la costituzione della Legione Lombarda, e della Repubblica Transpadana (Padana, PaTana), lo stesso Napoleone stabil&#236; che &quot;les coulers nationales&quot; da adottare fossero &quot;le vert, le blanc e le rouge&quot;. Pi&#249; tardi, con la fusione delle repubbliche Cispadana e Transpadana, nella Repubblica Cisalpina, rinominata poi, Italiana, e divenuta, infine, Regno, il bianco, il rosso e il verde rimasero i colori di questo stato, che inglobava gran parte dei territori dell'Italia settentrionale. Con la restaurazione il tricolore fu accantonato, salvo ritornare in auge con i moti del 1820-21. &#200;, per&#242;, con il 1848, che esso viene adottato nuovamente come bandiera di uno stato: manco a dirlo, il Piemonte sabaudo [ari-azz!].&lt;/p&gt; &lt;p&gt;E il Sud? Tra origini francesi, guardia civica milanese, repubbliche cis e transpadane, che c'entra il Sud con il tricolore? Beh, direi poco o niente. Infatti, se con la conquista napoleonica, il tricolore francese era stato modificato con il verde in luogo del blu per il nord Italia, per il Sud continentale, dove era stata instaurata la Repubblica Partenopea, fu pensato un diverso tipo di modifica. Non veniva adottato il verde meneghino, ma si sostituiva il bianco (colore della monarchia borbonica) con il giallo, che accostato al rosso gi&#224; presente sul vessillo, richiamava i colori dello stemma della citt&#224; di Napoli. Caduta l'effimera repubblica, questo tricolore viene abbandonato e non fu rispolverato neanche durante i regni di Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Quindi, come arriv&#242; al Sud il tricolore italiano? Beh, arriv&#242; di &quot;rimbalzo&quot; dal nord, quando ormai si era stabilito che il verde il bianco e il rosso dovessero diventare i colori nazionali italiani. Cos&#236; nel 1848, Ferdinando II, in concomitanza con la breve parentesi costituzionale, aggiunse un bordo rosso e verde alla bandiera del Regno delle Due Sicilie, modifica abolita con la soppressione della Costituzione. Nel 1860, infine, Francesco II, tra gli ultimi tentativi di recuperare il regno, inser&#236; anche una legge sulla bandiera che adottava il tricolore a bande verticali verde, bianca e rossa, con lo stemma del Regno apposto nel mezzo. A ogni modo possiamo concludere che il tricolore arriv&#242; definitivamente con i garibaldini, prima, e con l'esercito, dopo: fu insomma bandiera di conquista militare; voluta, in alcuni casi bramata, dal popolo, ma, poi, odiata e respinta e, infine, imposta con la forza delle armi di italiani contro altri italiani.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;b&gt;GIUSEPPE BARTIROMO&lt;/b&gt;&lt;/p&gt; &lt;p&gt;FONTI E BIBLIOGRAFIA:&lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt;
AA. VV., Tricolore d'Italia, Roma, Opera Nazionale Orfani di Guerra, 1952. &lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt;
Stefano Ales, Bandiere, stendardi, labari e gagliardetti dei Corpi militari dello Stato, Franco dell'Uomo e Giovanni Cecini, Roma, Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito, 2008. &lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt;
Luigi Avellino, Verde Bianco Rosso &#8211; Il nostro Tricolore, Pompei, s.e., 1999. &lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt;
Ugo Bellocchi, Il primo Tricolore &#8211; Reggio Emilia 7 gennaio 1797, Reggio Emilia, Ufficio Relazioni Pubbliche Lombardini Motori S.p.A., 1963. &lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt;
Ugo Bellocchi, Il tricolore. Duecento anni (1797-1997), Modena, Artioli, 1996. &lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt;
Oreste Bovio, Due secoli di Tricolore, Roma, Ufficio storico dello Stato Maggiore dell'Esercito, 1996. &lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt;
Ito De Rolandis, Origine del Tricolore &#8211; Da Bologna a Torino capitale d'Italia, Torino, Il Punto - Piemonte in Bancarella, 1996. &lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt;
De Rolandis, Orgoglio Tricolore &#8211; L'avventurosa storia della nascita della Bandiera Italiana, Asti, Editore Lorenzo Fornaca, 2008. &lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt;
Tarquinio Maiorino, Il Tricolore degli italiani. Storia avventurosa della nostra bandiera, Giuseppe Marchetti Tricamo e Andrea Zagami, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 2002. &lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt;
Emiliano Pagano, Delle origini della bandiera tricolore italiana. Ricordi storici, Roma, Tipografia agostiniana, 1895. &lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt;
Mauro Stramacci, Origini, storia e significato del Tricolore nel suo bicentenario , Conferenza tenuta il 16 giugno 1997 presso la Scuola Superiore dell'Amministrazione dell'Interno, 1997.Giorgio Vecchio, Il tricolore in Almanacco della Repubblica , Milano, Bruno Mondadori, 2003, pp. 42-55&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		&lt;div class="hyperlien"&gt;Vedi on line : &lt;a href="http://gruppobriganti.blogspot.it/2012/11/il-sud-e-il-tricolore.html" class="spip_out"&gt;DAL BLOG DI BRIGANTI&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
		
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	</item>
<item xml:lang="it">
		<title>La storia nascosta di Nicola Romeo, fondatore dell'Alfa </title>
		<link>http://www.duesicilie.org/spip.php?article465</link>
		<guid isPermaLink="true">http://www.duesicilie.org/spip.php?article465</guid>
		<dc:date>2012-09-01T18:27:22Z</dc:date>
		<dc:format>text/html</dc:format>
		<dc:language>it</dc:language>
		<dc:creator>Valerio Rizzo</dc:creator>



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&lt;p&gt;Grazie ad uno studioso, Carmine De Marco, autore del libro &quot;La conquista e la colonizzazione del Meridione d'Italia&quot;, &#232; emerso il motivo per cui un imprenditore napoletano decise di acquistare un'azienda fallita. Pi&#249; che per libera scelta, infatti, fu costretto...&lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt;
Vi siete mai chiesti perch&#233; l'Alfa si chiama Romeo?&lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt;
Il perch&#233; sta nel fatto che un imprenditore napoletano, precisamente di Sant'Antimo, l'ing. Nicola Romeo, acquist&#242; l'Alfa, che era un'azienda automobilistica fallimentare, fecendola (...)&lt;/p&gt;


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&lt;a href="http://www.duesicilie.org/spip.php?rubrique3" rel="directory"&gt;Storia&lt;/a&gt;


		</description>


 <content:encoded>&lt;div class='rss_chapo'&gt;&lt;p&gt;Grazie ad uno studioso, Carmine De Marco, autore del libro &quot;&lt;strong&gt;La conquista e la colonizzazione del Meridione d'Italia&lt;/strong&gt;&quot;, &#232; emerso il motivo per cui un imprenditore napoletano decise di acquistare un'azienda fallita. Pi&#249; che per libera scelta, infatti, fu costretto...&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;div align=justify&gt;Vi siete mai chiesti perch&#233; l'Alfa si chiama Romeo?
&lt;p&gt;&lt;span class=&#039;spip_document_348 spip_documents spip_documents_left&#039; style=&#039;float:left; width:220px;&#039;&gt;
&lt;img src=&#039;http://www.duesicilie.org/local/cache-vignettes/L220xH313/220px-nicola_romeo-1f174.jpg&#039; width=&#039;220&#039; height=&#039;313&#039; alt=&quot;&quot; style=&#039;&#039; /&gt;&lt;/span&gt;Il perch&#233; sta nel fatto che un imprenditore napoletano, precisamente di Sant'Antimo, l'ing. Nicola Romeo, acquist&#242; l'Alfa, che era un'azienda automobilistica fallimentare, fecendola diventare quella che &#232; adesso.&lt;br&gt;Ancora risuonano le storiche parole di Henry Ford che disse, agli inizi del '900: &quot;quando passa un'Alfa Romeo mi tolgo il cappello&quot;.&lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt;
Ma nessuno invece &#232; a conoscenza di un'altra storia! Una storia che include in s&#233; tutta la &quot;tragedia&quot; che il Sud vive dal giorno in cui fummo annessi al regno d'italia (scritto volutamente in minuscolo).&lt;br&gt;E questa storia si inserisce anche e prepotentemente nella famosa frase del primo governatore della banca d'italia, Carlo Brombini, che nel 1862 afferm&#242;: &quot;il Mezzogiorno non dovr&#224; pi&#250; essere in grado di intraprendere&quot;.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Grazie ad uno studioso, Carmine De Marco, autore del libro &quot;La conquista e la colonizzazione del Meridione d'Italia&quot;, &#232; emerso il motivo per cui un imprenditore napoletano decise di acquistare un'azienda fallita. Pi&#249; che per libera scelta, infatti, fu costretto...&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Di seguito riporto il testo di un'intervista a Carmine De Marco di Angelo Picariello che &#232; tratto da una testimonianza di un erede dell'ing. Nicola Romeo:&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&#171;La vicenda emblematica di come l'industria meridionale, fiorente fino a 150 anni fa, in special modo quella metalmeccanica, gi&#224; da mezzo secolo fosse stata abbandonata a s&#233; stessa per privilegiare quella del Nord. L'ingegner Nicola Romeo, ricordiamolo, era un geniale imprenditore metalmeccanico che aveva diversi, importanti stabilimenti nella zona Napoli. Licenziatario per la costruzione di camioncini di trasporto truppe della francese Darracq, allo scoppio della Prima guerra offr&#236; allo Stato italiano il suo prodotto a prezzo vantaggioso, ma si sent&#236; rispondere che esso acquistava solo prodotto nazionale. Cio&#232; del Nord. Cos&#236; accett&#242; di rilevare l'A.L.F.A (Anonima Lombarda Fabbrica Automobili), che aveva i suoi stabilimenti a Portello, presso Milano, ed era in liquidazione. Finita la guerra, nel 1918, fu inizialmente cambiato il nome della societ&#224; in &quot;Societ&#224; Anonima Ing. Nicola Romeo e Co.&quot;. Ma si sa che i napoletani sono buoni di cuore: infatti Romeo non infier&#236;, e al termine di una lunga vertenza con i vecchi proprietari dell'Alfa, non mise sullo scudetto il Vesuvio, ma lasci&#242; il biscione milanese. E tutti oggi si lamentano per l'Alfa-Sud di Pomigliano, poi passata alla Fiat, &quot;regalata&quot; ai meridionali &quot;sfaticati&quot; dai generosi industriali settentrionali&#187;.&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;
		&lt;div class="hyperlien"&gt;Vedi on line : &lt;a href="http://gruppobriganti.blogspot.it/2012/06/la-storia-nascosta-di-nicola-romeo.html" class="spip_out"&gt;ARTICOLO TRATTO DAL BLOG BRIGANTI&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
		
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	</item>
<item xml:lang="it">
		<title>Il 17 febbraio 1600 moriva Giordano Bruno</title>
		<link>http://www.duesicilie.org/spip.php?article434</link>
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		<dc:date>2012-02-16T22:24:23Z</dc:date>
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		<dc:language>it</dc:language>
		



		<description>
&lt;p&gt;'Ho lottato, &#232; gi&#224; tanto, ho creduto nella mia vittoria... &#200; gi&#224; qualcosa essere arrivati fin qui: non aver temuto morire, l'aver preferito coraggiosa morte a vita da imbecille' (G. Bruno).&lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt; Verr&#224; un giorno che l'uomo si sveglier&#224; dall'oblio e finalmente comprender&#224; chi &#232; veramente e a chi ha ceduto le redini della sua esistenza, a una mente fallace, menzognera, che lo rende e lo tiene schiavo... l'uomo non ha limiti e quando un giorno se ne render&#224; conto, sar&#224; libero anche qui in questo mondo. (...)&lt;/p&gt;


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&lt;a href="http://www.duesicilie.org/spip.php?rubrique3" rel="directory"&gt;Storia&lt;/a&gt;


		</description>


 <content:encoded>&lt;div class='rss_chapo'&gt;&lt;p&gt;'Ho lottato, &#232; gi&#224; tanto, ho creduto nella mia vittoria... &#200; gi&#224; qualcosa essere arrivati fin qui: non aver temuto morire, l'aver preferito coraggiosa morte a vita da imbecille' (G. Bruno).&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;p&gt;&lt;span class=&#039;spip_document_309 spip_documents spip_documents_center&#039;&gt;
&lt;img src=&#039;http://www.duesicilie.org/IMG/jpg/409113_10151290033300571_346878540570_22957226_198759260_n.jpg&#039; width=&#039;500&#039; height=&#039;354&#039; alt=&quot;&quot; style=&#039;&#039; /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Verr&#224; un giorno che l'uomo si sveglier&#224; dall'oblio e finalmente comprender&#224; chi &#232; veramente e a chi ha ceduto le redini della sua esistenza, a una mente fallace, menzognera, che lo rende e lo tiene schiavo... l'uomo non ha limiti e quando un giorno se ne render&#224; conto, sar&#224; libero anche qui in questo mondo.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Giordano Bruno&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		
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	</item>
<item xml:lang="it">
		<title>L'errore dei Borbone fu inimicarsi Londra</title>
		<link>http://www.duesicilie.org/spip.php?article421</link>
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		<dc:date>2012-01-14T20:46:21Z</dc:date>
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&lt;p&gt;di Paolo Mieli. Fin da quando sal&#237; al trono nel novembre del 1830, Ferdinando II concep&#237; la presenza del Regno delle Due Sicilie sullo scacchiere europeo come quella di un'entit&#224; politica in crescita. Benedetto Croce, nella Storia del Regno di Napoli (Adelphi) notava che, nelle intenzioni di Ferdinando II, il regno doveva essere un organismo politico &#171;nelle cui faccende nessun altro Stato avesse da immischiarsi, tale da non dar noia agli altri e da non permetterne per s&#233;&#187;. Cos&#237;, proseguiva (...)&lt;/p&gt;


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&lt;a href="http://www.duesicilie.org/spip.php?rubrique3" rel="directory"&gt;Storia&lt;/a&gt;


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 <content:encoded>&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;div align=justify&gt;
&lt;span class=&#039;spip_document_301 spip_documents spip_documents_center&#039;&gt;
&lt;img src=&#039;http://www.duesicilie.org/IMG/jpg/clip_image002-5.jpg&#039; width=&#039;500&#039; height=&#039;184&#039; alt=&quot;&quot; style=&#039;&#039; /&gt;&lt;/span&gt;
di Paolo Mieli.
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Fin da quando sal&#237; al trono nel novembre del 1830&lt;/strong&gt;, Ferdinando II concep&#237; la presenza del Regno delle Due Sicilie sullo scacchiere europeo come quella di un'entit&#224; politica in crescita. Benedetto Croce, nella &lt;i&gt;Storia del Regno di Napoli&lt;/i&gt; (Adelphi) notava che, nelle intenzioni di Ferdinando II, il regno doveva essere un organismo politico &#171;nelle cui faccende nessun altro Stato avesse da immischiarsi, tale da non dar noia agli altri e da non permetterne per s&#233;&#187;. Cos&#237;, proseguiva Croce, il figlio di Francesco I &#171;guardingo e abile si avvicin&#242; alla Francia, si liber&#242; della tutela dell'Austria, che aveva sorretto e insieme sfruttato la monarchia napoletana, e mantenne sempre contegno non servile verso l'Inghilterra che era stata la protettrice e dominatrice della sua dinastia nel ventennio della Rivoluzione e dell'Impero&#187;. Ma l'Inghilterra riteneva che l'aver difeso i Borbone ai tempi di Acton e di Napoleone le desse i titoli per poter ottenere una totale subalternit&#224; da parte di Ferdinando II. E dava segni di fastidio per quel &#171;contegno non servile&#187; di cui parlava Croce.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;strong&gt;Fu cos&#237; che Ferdinando II nel 1834 firm&#242; (inconsapevolmente) la condanna a morte del suo regno.&lt;/strong&gt; Quell'anno, 1834, nel pieno della &#171;prima guerra carlista&#187; (1833-1840), Ferdinando rifiut&#242; di schierarsi a favore di Isabella II contro Carlo Maria Isidro di Borbone-Spagna nel conflitto per la successione a Ferdinando VII sul trono iberico. Dalla parte di Isabella, figlia di Ferdinando VII, e contro don Carlos, fratello del re scomparso, erano scese in campo Francia e Inghilterra, che considerarono quello del regime borbonico alla stregua di un vero e proprio atto di insubordinazione. Londra ci vide, anzi, qualcosa di pi&#250;: il desiderio del Regno delle Due Sicilie di elevarsi, affrancandosi da antiche subalternit&#224;, al rango di medio-grande potenza. E da quel momento inizi&#242; a tramare per destabilizzarlo. La storia di questa trama &#232; adesso raccontata da un importante libro di Eugenio Di Rienzo, &lt;i&gt;Il Regno delle Due Sicilie e le Potenze europee (1830-1861)&lt;/i&gt;, che sar&#224; presto pubblicato da Rubbettino.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;strong&gt;Gi&#224; nelle pagine della premessa a questo volume&lt;/strong&gt; (che rende omaggio, con un'esplicita dedica, a Giuseppe Galasso e al suo &lt;i&gt;Il Regno di Napoli. Il Mezzogiorno borbonico e risorgimentale&lt;/i&gt;, edito da Utet), Di Rienzo si rende conto del fatto che la pietas per il destino del regno borbonico lo espone al rischio di trasformare il suo racconto in quella che Benedetto Croce defin&#237; &#171;storia affettuosa&#187;, simile alle &#171;biografie che si tessono di persone care e venerate&#187;. O anche a quelle che sempre Croce definiva le &#171;storie che piangono le sventure del popolo al quale si appartiene&#187;. Un rischio, scrive Di Rienzo, &#171;forse tale da portare acqua al mulino di quell'Anti Risorgimento vecchio e nuovo&#187; che - e qui cita il Giorgio Napolitano di &lt;i&gt;Una e indivisibile&lt;/i&gt; (Rizzoli) - &#171;con fuorvianti clamori e semplicismi continua a immaginare un possibile arrestarsi del movimento per l'Unit&#224; poco oltre il limite di un Regno dell'Alta Italia di contro a quella visione pi&#250; ampiamente inclusiva dell'Italia unita, che rispondeva all'ideale del movimento nazionale (come Cavour ben comprese e come ci ha insegnato Rosario Romeo)&#187;. Per&#242;, prosegue Di Rienzo, a &#171;chi ha scelto la professione di storico&#187;, non si pu&#242; chiedere di &#171;non ricordare che l'unione politica del Sud al resto d'Italia avvenne senza il consenso ma anzi contro la volont&#224; della maggioranza delle popolazioni meridionali&#187;. E non lo si pu&#242; esortare a &#171;passare sotto silenzio come quell'unione, che per vari decenni successivi al 1861 non fu davvero mai &quot;unit&#224;&quot;, sia stata, in primo luogo, il risultato di un complesso e non trasparente intrigo internazionale in cui la Potenza preponderante sullo scacchiere mediterraneo contribu&#237; a porre fine, una volta per tutte, alle velleit&#224; di autonomia del pi&#250; grande &quot;Piccolo Stato&quot; della Penisola, giustificando una delle prime e pi&#250; gravi violazioni del Diritto pubblico europeo della storia contemporanea&#187;. Parole molto forti: quella dell'Inghilterra nei confronti del Regno delle Due Sicilie sarebbe stata &#171;una delle prime e pi&#250; gravi violazioni del Diritto pubblico europeo della storia contemporanea&#187;.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;strong&gt;Da lungo tempo il Regno Unito non aveva nascosto un grande interesse per la Sicilia&lt;/strong&gt;. Giovanni Aceto nel volume &lt;i&gt;De la Sicile et de ses rapports avec l'Angleterre&lt;/i&gt; (1827) scriveva: &#171;Quest'isola non rappresenta per l'Inghilterra soltanto un importante avamposto strategico, da preservare, ad ogni costo, da una possibile occupazione della Francia che la minaccia dalle sue coste, ma costituisce anche il centro di tutte le operazioni politiche e militari che l'Inghilterra intende intraprendere nell'Italia e nel Mediterraneo&#187;.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;span class=&#039;spip_document_302 spip_documents spip_documents_right&#039; style=&#039;float:right; width:140px;&#039;&gt;
&lt;img src=&#039;http://www.duesicilie.org/local/cache-vignettes/L140xH183/ferdinando-II_140x183-1c6c7.jpg&#039; width=&#039;140&#039; height=&#039;183&#039; alt=&quot;&quot; style=&#039;&#039; /&gt;&lt;/span&gt;&lt;strong&gt;Un segnale al Regno di Napoli fu mandato nell'estate&lt;/strong&gt; del 1831, quando fanti inglesi sbarcati dalla corvetta &#171;Rapid&#187; proveniente da Malta, condotta dal tenente di vascello Charles Henry Swinburne, occuparono l'isola Ferdinandea, un lembo di terra di circa quattro chilometri quadrati emerso dal mare tra Sciacca e Pantelleria, che si sarebbe nuovamente inabissato nel dicembre di quello stesso anno (la storia &#232; stata ben raccontata da Salvatore Mazzarella in Dell'isola Ferdinandea e di altre cose , pubblicato da Sellerio, e in &lt;i&gt;L'isola che se ne and&#242;&lt;/i&gt; di Filippo D'Arpa, edito da Mursia). Un gesto del tutto sproporzionato data l'assoluta irrilevanza dell'isolotto. Ma che voleva essere un segno inequivocabile nei confronti di un'isola ben pi&#250; importante, la Sicilia. Sicilia da cui l'Inghilterra importava vino, olio d'oliva, agrumi, mandorle, nocciole, sommacco, barilla e soprattutto zolfo usato per la preparazione della soda artificiale, dell'acido solforico e della polvere da sparo. Zolfo che fu all'origine di un contenzioso dal quale uscirono ulteriormente deteriorati i rapporti anglo-napoletani: ne venne fuori quella che Ernesto Pontieri - nei saggi raccolti in &lt;i&gt;Il riformismo borbonico nella Sicilia del Sette e dell'Ottocento&lt;/i&gt; (Esi) - ha definito una &#171;politica di rancori, di insidie, di mal celata avversione verso uno Stato (il regno borbonico) che non senza ragione conservava rispetto all'Inghilterra immutata la sua diffidenza&#187;.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;strong&gt;Ai tempi della rivoluzione del 1848&lt;/strong&gt;, quando, il 13 aprile, il General Parlamento di Palermo, dopo aver dichiarato la decadenza della dinastia borbonica, aveva deliberato &#171;di chiamare un principe italiano sul trono, una volta promulgata la Costituzione&#187;, confidando nelle assicurazioni del plenipotenziario inglese Henry Gilbert Elliot Murray Kynynmound Minto, il ministro degli Esteri britannico Henry John Temple, visconte di Palmerston, si impegn&#242; a garantire l'indipendenza del nuovo regno se la scelta del popolo siciliano avesse favorito la candidatura di un membro di Casa Savoia in alternativa a quella del secondogenito di Ferdinando II o del giovanissimo figlio del Granduca di Toscana, avanzata dalla Francia.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;strong&gt;Fu Carlo Alberto&lt;/strong&gt; che, dopo la sconfitta di Custoza (27 luglio), decise di risparmiarsi il conflitto con il Regno di Napoli, ci&#242; che consent&#237; a Ferdinando II di rompere gli indugi e ordinare alla sua armata guidata dal principe di Satriano, Carlo Filangieri, di varcare lo stretto, bombardare Messina e marciare trionfalmente alla riconquista di Palermo. All'epoca l'Inghilterra era ormai in una posizione di ostilit&#224; dichiarata e il 15 settembre 1849 invi&#242; al nuovo capo del governo napoletano, Giustino Fortunato, una nota nella quale si sosteneva che &#171;la rivoluzione siciliana era stata provocata dal malcontento generale, antico, radicato, causato dagli abusi del governo borbonico e dalla violazione dell'antica Costituzione siciliana, ripristinata e aggiornata dal patto politico del 1812, promulgato sotto gli auspici della Gran Bretagna, che, anche se provvisoriamente sospeso, non era stato mai considerato abolito dal consorzio europeo&#187;. La nota aggiungeva, minacciosamente, che &#171;qualora Ferdinando II avesse violato i termini della capitolazione e perseverato nella sua politica di oppressione, il Regno Unito non avrebbe assistito passivamente a una nuova crisi tra il governo di Napoli e il popolo siciliano&#187;.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;strong&gt;In Inghilterra divenne un caso molto dibattuto&lt;/strong&gt; quello di Carlo Poerio, ministro dell'Istruzione nel governo costituzionale napoletano del 1848, che nel '49 fu arrestato, processato e condannato a 24 anni di carcere duro (ne avrebbe scontati 10, per poi riparare in Piemonte dove gli sarebbe stato riconosciuto un rango politico di primo piano). Fu in questo clima che nel Regno Unito furono rese pubbliche le due lettere di William Ewart Gladstone a lord Aberdeen, che volevano essere un rapporto sulle carceri borboniche e sul trattamento dei prigionieri nel quale il regime di Ferdinando II veniva definito alla stregua di una &#171;negazione di Dio&#187;. Un testo caratterizzato da una certa enfasi e non poche esagerazioni.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;span class=&#039;spip_document_303 spip_documents spip_documents_left&#039; style=&#039;float:left; width:100px;&#039;&gt;
&lt;img src=&#039;http://www.duesicilie.org/local/cache-vignettes/L100xH950/le-voci_100x950-cc96b.jpg&#039; width=&#039;100&#039; height=&#039;950&#039; alt=&quot;&quot; style=&#039;&#039; /&gt;&lt;/span&gt;&lt;strong&gt;&#200; in questo momento storico&lt;/strong&gt; che Ferdinando II decise di dare una seconda prova di carattere - la prima era stata quella di cui all'inizio della &#171;guerra carlista&#187; - che gli sarebbe costata cara. Nel gennaio del 1855 si chiam&#242; fuori dalla guerra di Crimea, nella quale, invece, Cavour si era schierato, a fianco di Francia e Inghilterra, contro la Russia. Nell'estate di quell'anno, scrive Di Rienzo, &#171;convinto che l'offensiva dei coalizzati si sarebbe infranta sulle fortezze di Sebastopoli, il governo borbonico promulgava il divieto di concedere il passaporto ai sudditi siciliani per evitare che questi si potessero arruolare nella Legione anglo-italiana, composta da fuoriusciti politici della Penisola, ed emanava nuove disposizioni sanitarie, giustificate dall'epidemia di colera sviluppatasi in Crimea, che imponevano una quarantena di quindici giorni a tutto il naviglio proveniente dall'Impero ottomano&#187;.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;strong&gt;Palmerston, divenuto primo ministro&lt;/strong&gt;, nella seduta della Camera dei Comuni del 7 agosto accusava il regime borbonico di essersi schierato con la Russia, anzi di esserne diventato un vassallo. A suo avviso &#171;nonostante la distanza geografica che separava i due Stati, l'influenza russa su Napoli era progressivamente cresciuta fino a divenire predominante&#187;. Secondo Palmerston, &#171;il regno borbonico aveva dimostrato sfrontatamente la sua ostilit&#224; alla Francia e all'Inghilterra vietando l'esportazione di merci che il suo stato di neutrale gli avrebbe consentito tranquillamente di continuare a trafficare&#187;. Questa &#171;palese violazione del diritto internazionale&#187; appariva tanto pi&#250; grave in quanto &#171;perpetrata da un governo che si era macchiato di atti di crudelt&#224; e di oppressione verso il suo popolo, assolutamente incompatibili con i progressi della civilt&#224; europea&#187;. E qui il riferimento alle gi&#224; citate lettere di Gladstone era quasi esplicito.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;strong&gt;Palmerston fece di pi&#250;:&lt;/strong&gt; utilizz&#242; fondi riservati del Tesoro britannico per finanziare una spedizione per liberare Luigi Settembrini, autore nel 1847 della &lt;i&gt;Protesta del popolo delle Due Sicilie&lt;/i&gt;, Silvio Spaventa e Filippo Agresti, condannati a morte nel 1849, la cui pena era stata commutata nel carcere a vita da scontare nell'ergastolo dell'isolotto di Santo Stefano. L'operazione, progettata per la tarda estate del 1855, non arriv&#242; a compimento, &#171;ma&#187;, scrive Di Rienzo, &#171;anche quel tentativo dimostr&#242;, comunque, quale fosse il rispetto di Londra per la sovranit&#224; dello Stato borbonico e come la ferma volont&#224; dimostrata da Ferdinando II di rivendicare l'autonomia del suo regno nelle grandi scelte di politica estera fosse prossima a ricevere un'esemplare punizione&#187;. Punizione &#171;che i governi alleati avrebbero giustificato, servendosi di motivazioni completamente strumentali, tutte concentrate sulla critica della politica interna delle Due Sicilie, nell'impossibilit&#224; di usarne altre motivate da reali giustificazioni giuridiche attinenti la violazione del diritto internazionale&#187;.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;strong&gt;Di qui un crescendo di manifestazioni di ostilit&#224;&lt;/strong&gt; da parte dell'Inghilterra (ma anche, sia pure in minor misura, della Francia) nei confronti del Regno di Napoli. Palmerston pretende dalla corte di Caserta il licenziamento del direttore di polizia Orazio Mazza, accusato di aver offeso durante una rappresentazione teatrale (&#171;un episodio trascurabile&#187;, lo definisce Di Rienzo), il segretario della legazione inglese George Fagan. Il Times suggerisce addirittura di inviare a Napoli, a mo' di &#171;spedizione punitiva&#187;, navi britanniche che avrebbero dovuto ottenere &#171;gli stessi risultati delle missioni intimidatorie guidate dal commodoro Matthew Calbraith Perry, nella baia di Edo, tra il 1853 e il 1854, per ridurre a ragione la resistenza dello shogun Ieyoshi Tokugawa&#187;. Cos&#237; come gli Stati Uniti in Estremo Oriente, termina l'articolo del Times, anche la Gran Bretagna non poteva tollerare l'esistenza di &#171;un Giappone mediterraneo posto a poche miglia da Malta e non eccessivamente distante da Marsiglia&#187;. Immediatamente il ministero degli Esteri inglese fa eco a quell'editoriale, diramando una nota in cui si afferma che &#171;il governo di sua maest&#224; non poteva non tener conto dei sentimenti dell'opinione pubblica e dei circoli politici britannici perfettamente rispecchiati dalla stampa londinese&#187;. Solo la regina Vittoria riesce ad evitare che si passi dalle parole ai fatti. E risponde al governo con queste parole: &#171;La regina, dopo aver esaminato la documentazione da voi allegata, ha espresso la pi&#250; decisa contrariet&#224; a una dimostrazione navale (che per essere efficace dovrebbe contemplare la possibilit&#224; di un'apertura delle ostilit&#224;) indirizzata ad ottenere dei cambiamenti nel regime politico delle Due Sicilie&#187;. In ogni caso prudentemente Ferdinando II decide di congedare Mazza.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;strong&gt;Trascorre un po' di tempo e si verifica un nuovo incidente&lt;/strong&gt;. L'ambasciatore a Londra di Ferdinando II, Antonio La Grua, principe di Carini, informa &#171;di aver rintuzzato con tagliente ironia le provocazioni di Palmerston il quale durante un ricevimento ufficiale gli aveva chiesto notizie di Carlo Poerio&#187;. Alle rimostranze del primo ministro britannico, il quale lo invitava a considerare che la detenzione di Poerio &#171;non era materia di scherzo ma costituiva un affare serio e grave di cui il vostro governo conoscer&#224; tra breve l'importanza&#187;, il diplomatico napoletano si vantava di aver ribattuto di non arrivare a capire &#171;perch&#233; la sedicente magistratura d'Europa s'intestardisca a occuparsi delle nostre faccende e si dia pena di studiare una farmaceutica ricetta di cataplasmi senza avvertire il bisogno di tastare il polso, di guardare la lingua e ricercare i sintomi dell'ottima salute nostra&#187;.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;strong&gt;Qualche anno dopo il ministro degli Esteri inglese&lt;/strong&gt;, James Howard Harris (lord Malmesbury) si ferm&#242; a riflettere nelle sue memorie sul &#171;caso Poerio&#187; e sulle sue conseguenze. Palmerston e Gladstone, a suo avviso, avevano &#171;commesso l'errore di mettere in discussione i diritti sovrani di uno Stato dispotico senza considerare che anche un regime assoluto possedeva le identiche prerogative di una repubblica o della stessa Inghilterra di difendersi contro gli avversari che lo volevano rovesciare con la violenza&#187;. Certo il regime borbonico era afflitto dalla &#171;lentezza della giustizia&#187;. &#171;Ma le torture alle quali Poerio si dice sia stato sottoposto&#187;, prosegue Malmesbury, &#171;furono, a mio parere, inventate di sana pianta... Nessun individuo, trattato in maniera tanto disumana, avrebbe potuto ristabilirsi cos&#237; rapidamente in soli tre mesi e apparirmi in cos&#237; florida salute come Poerio che, quando mi fu presentato, nel 1859, alla Camera dei Lords dal conte di Shaftesbury, venne da me scambiato per un giovane pari reduce da una salubre villeggiatura&#187;. &#171;Giusto o sbagliato che fosse&#187;, concludeva Malmesbury, &#171;Ferdinando II, soprannominato &quot;re bomba&quot;, aveva una tale cattiva reputazione che tutto era lecito contro di lui, per&#242;, se si esclude questo sentimento largamente diffuso nell'opinione pubblica britannica, una spedizione armata diretta contro il suo regno costituiva una misura assolutamente illegittima&#187;.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;strong&gt;&#200; un fatto che in quegli anni il Regno di Napoli fu sottoposto ad una sorta di apartheid internazionale&lt;/strong&gt;. Che parve attenuarsi solo verso la fine del 1856, quando esplosero moti a Palermo, a Cefal&#250;, e, l'8 dicembre, si ebbe un tentativo (fallito) di regicidio contro Ferdinando II compiuto da Agesilao Milano. Il re cerc&#242; di approfittarne e di &#171;risolvere&#187; il problema dei detenuti politici avviando trattative per stipulare una convenzione con l'Argentina, al fine di stabilire sul Rio de la Plata &#171;una colonia di sudditi napoletani, gi&#224; condannati o in attesa di giudizio per delitti politici, che in quelle terre sarebbero stati confinati in commutazione della pena da espiare nella madrepatria&#187;. Ma Palmerston si affrett&#242; a dichiarare ai Comuni che &#171;l'invio dei detenuti in Argentina non poteva costituire un passo soddisfacente per riallacciare le normali relazioni diplomatiche con Napoli, perch&#233; le carceri napoletane, una volta svuotate, sarebbero state immediatamente riempite con nuove vittime della tirannia dei Borbone&#187;.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;span class=&#039;spip_document_304 spip_documents spip_documents_right&#039; style=&#039;float:right; width:180px;&#039;&gt;
&lt;img src=&#039;http://www.duesicilie.org/local/cache-vignettes/L180xH132/stampa-allegorica_180x132-2513b.jpg&#039; width=&#039;180&#039; height=&#039;132&#039; alt=&quot;&quot; style=&#039;&#039; /&gt;&lt;/span&gt;&lt;strong&gt;Quindi (28 giugno 1857) fu la volta della sfortunata spedizione a Sapri di Carlo Pisacane:&lt;/strong&gt; un tentativo insurrezionale che - per l'ostilit&#224; dell'esercito ma anche del popolo - fall&#237; e fu represso con durezza. Dell'equipaggio del piroscafo a vapore &#171;Cagliari&#187; di Pisacane facevano parte due macchinisti inglesi, tratti in arresto dalla gendarmeria napoletana. L'Inghilterra si mosse immediatamente per reclamare non solo la loro liberazione, ma addirittura un adeguato indennizzo economico che li risarcisse dell'&#171;ingiusta detenzione&#187;.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;strong&gt;Nel gennaio del 1859 Ferdinando II concede l'esilio&lt;/strong&gt; perpetuo a circa novanta prigionieri (tra i quali Poerio). Inasprisce, per&#242;, le pene per i futuri arrestati. Cos&#237; l'Inghilterra continua a tener viva la tensione con il regime borbonico e Londra sar&#224; in prima fila a sostenere, nel 1860, l'impresa dei Mille. &#171;Il Regno Unito&#187;, scrisse Malmesbury nelle sue memorie, &#171;si sentiva autorizzato a servirsi della spada e dell'intuito del grande bucaniere Giuseppe Garibaldi contro i suoi nemici, come nel passato aveva utilizzato Drake e Raleigh, che gli spagnoli giustamente chiamarono pirati&#187;. Per di pi&#250; nel mese di giugno tornarono al governo Palmerston e Gladstone, i pi&#250; implacabili nemici della dinastia napoletana. Da quel momento l'aiuto inglese a Garibaldi fu decisivo.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;strong&gt;Questa, del supporto britannico alla &#171;liberazione del Mezzogiorno&#187;&lt;/strong&gt;, &#232; un'ipotesi che, scrive Di Rienzo, &#171;la storiografia ufficiale ha sempre accantonato, spesso con immotivata sufficienza, e che ha trovato credito soltanto in una letteratura non accademica accusata ingiustamente, a volte, di dilettantismo e di preconcetta faziosit&#224; filo borbonica&#187;. Eppure c'&#232; una gran mole di documenti che &#171;mostrano almeno la plausibilit&#224; di questa interpretazione&#187;. E questo libro ce ne offre un'accurata disamina.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;strong&gt;C'&#232; la documentazione dell'aiuto inglese&lt;/strong&gt; al viaggio e all'impresa di Garibaldi in Sicilia. Ma ci sono anche le prove della consapevolezza inglese dell'alleanza tra la malavita napoletana e gli insorti, evidenze che gi&#224; si intravedevano nella Storia della camorra di Francesco Barbagallo edita da Laterza. Il 31 luglio 1860, il diplomatico inglese Henry George Elliot informa il Foreign Office &#171;che numerose bande camorristiche erano pronte a scendere in campo per contrastare, armi alla mano, la mobilitazione dei popolani rimasti fedeli alla dinastia borbonica, per presidiare il porto in modo da facilitare uno sbarco delle truppe piemontesi e per controllare le vie di accesso a Napoli al fine di rendere possibile l'ingresso dei volontari di Garibaldi&#187;. Allo stesso modo Londra sapeva quasi tutto dell'attivit&#224; di quel Liborio Romano che assold&#242; quei malavitosi &#171;liberali&#187; di cui ha recentemente scritto Nico Perrone in L'inventore del trasformismo. Liborio Romano, strumento di Cavour per la conquista di Napoli edito, anche questo, da Rubbettino.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;strong&gt;In seguito alcuni uomini politici inglesi usarono parole di condanna per quel che era accaduto in quegli anni.&lt;/strong&gt; Soprattutto dopo la &#171;liberazione del Mezzogiorno&#187;. In Parlamento, il deputato conservatore Pope Hennessy aveva definito il tutto un &#171;dirty affair&#187; (sporco affare) e aveva denunciato &#171;la furiosa repressione dell'armata sarda che si era macchiata di crimini contro l'umanit&#224; ben pi&#250; efferati di quelli che l'opinione pubblica europea aveva imputato a Ferdinando II e al suo sventurato erede&#187;. Nella stessa sede George Cavendish-Bentinck aveva messo in evidenza quale errore fosse stato per il Regno Unito provocare quel grande incendio nell'Italia del Sud, in violazione di tutte le leggi internazionali. E uno dei pi&#250; stretti collaboratori di Disraeli, Henry Lennox, aveva detto esplicitamente che sostituire il &#171;dispotismo di un Borbone&#187; con lo &#171;pseudo liberalismo di un Vittorio Emanuele&#187; era stato un grande sbaglio. Anche perch&#233; cos&#237; &#171;il Regno Unito aveva prostituito la sua politica estera appoggiando un'impresa illegittima e scellerata che aveva portato all'instaurazione di un vero e proprio regno del terrore&#187;.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;strong&gt;Fu per queste vie&lt;/strong&gt;, conclude Di Rienzo rievocando il successivo sprezzante diniego britannico alla richiesta italiana di istituire una colonia penale in un isolotto prospiciente la baia di Gaya, nel sultanato del Brunei, che l'Italia unita eredit&#242; &#171;quella stessa debolezza geopolitica che aveva accelerato, se non addirittura provocato, la fine del Regno delle Due Sicilie&#187;. Un destino che si sarebbe riflesso sul nostro Paese fino ai giorni nostri, &#171;nel segno&#187;, &#232; la conclusione di Eugenio Di Rienzo, &#171;di un passato destinato a non passare&#187;.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;strong&gt;Paolo Mieli&lt;/strong&gt;&lt;br&gt;Il Corriere della Sera&lt;br&gt;&lt;small&gt;10 gennaio 2012 (modifica il 11 gennaio 2012)&lt;/small&gt;&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;
		&lt;div class="hyperlien"&gt;Vedi on line : &lt;a href="http://www.corriere.it/unita-italia-150/recensioni/12_gennaio_10/de-rienzo-regno-due-sicilie_b6068094-3b92-11e1-9a5f-c5745a18f471.shtml" class="spip_out"&gt;Link all'articolo originale&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
		
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		<title>150 anni di bugie, 5 minuti di verit&#224;</title>
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&lt;p&gt;Ospite alla Festa dei Veneti, il giornalista Pino Aprile, autore di &quot;Terroni&quot;, racconta le atrocit&#224; compiute dall'esercito piemontese nel Sud Italia.&lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt;
Cittadella, 2 settembre 2011. 150 ANNI DI BUGIE, 5 MINUTI DI VERIT&#192; &lt;br class=&#039;autobr&#039; /&gt;
Pino Aprile&lt;/p&gt;


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 <content:encoded>&lt;div class='rss_chapo'&gt;&lt;p&gt;Ospite alla Festa dei Veneti, il giornalista Pino Aprile, autore di &quot;Terroni&quot;, racconta le atrocit&#224; compiute dall'esercito piemontese nel Sud Italia.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Cittadella, 2 settembre 2011.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
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&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Pino Aprile&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
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