<?xml version="1.0" encoding="utf-8"?> 2S http://www.duesicilie.org/ Questo sito non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. 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Una riforma fondata sulla residenza dei vescovi nelle loro diocesi per combattere i molti e gravi abusi che inficiavano la cura d'anime, a (...)</p> - <a href="http://www.duesicilie.org/spip.php?rubrique3" rel="directory">Storia</a> <div class='rss_texte'><div align=justify><h3 class="spip">Tutti i peccati della Controriforma</h3> <p>di Massimo Firpo<br><i>in “Il Sole 24 Ore” del 5 maggio 2013</i></p> <p>Secondo una vulgata storiografica ormai sedimentatasi nei manuali scolastici, dopo la conclusione del Concilio di Trento (1563) la Chiesa fu finalmente in grado di avviare un tenace processo di riforma, sia pur lento e difficile, ma alla fin fine vittorioso. Una riforma fondata sulla residenza dei vescovi nelle loro diocesi per combattere i molti e gravi abusi che inficiavano la cura d'anime, a cominciare da un clero inadeguato ai suoi compiti, del tutto ignorante di cose religiose e a malapena capace di celebrare i riti sacri pur senza intenderne il senso, spesso concubinario, assenteista, simoniaco e non di rado violento, dissoluto, bestemmiatore. Di qui l'impegno dei vescovi per promuovere la formazione dei preti con l'istituzione dei seminari, la rigorosa tutela del decoro di spazi e arredi sacri, la lotta contro la diffusissime pratiche magiche e superstiziose, la vigilanza sui doveri sacramentali dei fedeli e sulla disciplina di monasteri e conventi, il sostegno allo sforzo educativo e assistenziale dei nuovi ordini religiosi, mentre si irrobustivano parallelamente anche le istituzioni repressive (l'Inquisizione) e censorie (l'Indice dei libri proibiti) delle devianze dottrinali. Un processo di radicamento territoriale, di controllo sociale, di imposizione dell'obbedienza, di uniformazione normativa che avrebbe interessato negli stessi decenni anche le nuove Chiese protestanti e le autorità statali, il cui rafforzamento istituzionale comportava un analogo impegno nel Governo dei sudditi attraverso un comune processo di disciplinamento.</p> <p>Dopo aver letto questo denso libro, tuttavia, c'è da dubitare seriamente di tale tesi, della quale non è peraltro difficile percepire le inflessioni apologetiche nel presentare la Chiesa all'avanguardia dei processi di modernizzazione (foucaultianamente) anche nelle sue strategie autoritarie. A dire il vero, già in precedenza gli studiosi che non si erano basati solo sulle fonti normative (decreti, atti sinodali eccetera), ma avevano gettato lo sguardo nel mare magnum delle visite pastorali, vi avevano trovato la prova di comportamenti di chierici e laici tutt'altro che conformi alle prescrizioni tridentine, abbarbicati ad antiche abitudini e antichi vizi, come se nulla fosse successo tra l'inizio del Cinquecento e i primi del Settecento, quasi che gli ardori di rinnovamento di san Carlo Borromeo e della generazione di vescovi che a lui cercò di ispirarsi fosse passata sul clero italiano come una leggera brezza, incapace di incidere su una realtà spesso impresentabile ma quasi sempre accettata dai fedeli, preoccupati non tanto del rigore morale dei loro preti (alla fin fine si poteva tollerare che il parroco fosse «uno poco lecentiuso della brachetta»), quanto della possibilità di usufruire del loro ruolo di mediatori del sacro nel rito della messa e in occasione di nascite e morti.<br class='autobr' /> Basandosi su un lavoro di ricerca immenso in molteplici fondi archivistici, tanto in Vaticano quanto in numerose diocesi e utilizzando fonti disparate, la corrispondenza delle congregazioni dei Vescovi e regolari e dell'Inquisizione, i fondi dei tribunali d'appello e delle nunziature, le relazioni presentate dai vescovi alla Santa sede e soprattutto gli atti dei processi criminali contro preti responsabili di reati comuni celebrati in tutta Italia da una caotica pluralità di tribunali (vescovi, nunzi, visitatori apostolici, ordini religiosi, dicasteri romani, Segnatura di giustizia, Sant'Ufficio, giudici civili), Mancino e Romeo tracciano un quadro tanto desolante quanto rigorosamente documentato del clero italiano in età postridentina. Desolante per la gravità dei reati («omicidi, violenze, pratiche sessuali di ogni genere, estorsioni, truffe, usura, falsificazione di atti o di moneta, contrabbando, abusi legati al ministero sacerdotale»), per l'enorme quantità dei rei (non poche pecore nere, ma circa il 25% del clero secolare, decine di migliaia di preti!), per la continuità del fenomeno in un arco plurisecolare, ma ancor più per l'atteggiamento della curia romana, schierata sempre e soltanto a difesa dell"'onore" del ceto sacerdotale e dell'istituzione ecclesiastica, quand'anche si trattasse di coprire delitti gravissimi, senza esitare a sconfessare i vescovi zelanti che avevano avviato i processi e a rispedire i colpevoli - anche plurirecidivi - ai loro compiti di cura d'anime, dove molti di essi sarebbero tornati a delinquere ancor più e ancor peggio, ormai coscienti della loro sostanziale impunità. Così in ogni parte d'Italia, senza sostanziali differenze, da Venezia a Telese, da Pisa a Napoli.</p> <p>Fu proprio nei decenni che avrebbero dovuto vedere il più incisivo slancio riformatore, infatti, che le cause criminali contro membri del clero conobbero un incremento impressionante, nell'intento di sottrarle alla giustizia civile e consegnarle a tribunali a dir poco compiacenti, fino a scavare «un solco sempre più profondo fra laici ed ecclesiastici, con conseguenze devastanti per l'evangelizzazione e il radicamento di un nuovo modo di vivere la fede». Non è necessario sottolineare come proprio in questi antecedenti storici affondi le radici lo scandaloso tentativo di nascondere o depotenziare i molti episodi di pedofilia che di recente in varie parti del mondo hanno visto come protagonisti e rei confessi anche vescovi e cardinali, con comprensibile indignazione dell'opinione pubblica, di fronte alla quale alcuni prelati hanno continuato a rivendicare con protervia un presunto diritto a lavare i panni sporchi in famiglia, evitando l'intervento della magistratura.</p> <p>È dunque ancora una volta alla storia che occorre rivolgersi per capire, e in particolare all'affossamento di ogni autentico riformismo pastorale imposto dalla curia romana nella lunga stagione della Controriforma, con buona pace di chi si ostina a vedere nei decreti del Tridentino la sorgente di rinnovamento capace di dotare la Chiesa delle vitali energie che nei decenni e secoli seguenti avrebbero nutrito una duratura e pervasiva riforma cattolica. Le cose, in realtà, andarono molto diversamente e i veri sconfitti furono proprio i vescovi zelanti della prima generazione postconciliare, regolarmente emarginati e smentiti (e non di rado redarguiti) dai tribunali d'appello romani e dai nunzi, gli uni e gli altri sensibili non tanto alle ragioni pastorali quanto a quelle politiche della curia, preoccupata anzitutto (per non dire soltanto) della tutela delle immunità giurisdizionali del clero, pronta a piegarsi di fronte ai potenti in sede locale, disponibile a ogni compromesso che salvasse la faccia ai chierici corrotti. Quanto ai preti delinquenti, ladri o stupratori che fossero, furbeschi sfruttatori della pietà popolare o banditi da strada, poco importava di fronte all'esigenza primaria di tutelare il potere, i diritti, l'autorità e l'immagine della Chiesa come societas perfecta, per quanto brutalmente contraddetta dalla realtà effettuale delle cose.<br class='autobr' /> Fu il Concilio, insomma, a essere messo quasi subito in soffitta per salvaguardare anzitutto il centralismo romano e il buon nome del clero, la cui tutela non tardò a imporsi sull'«obiettivo di reprimere i delitti dei suoi rappresentanti». «Nel giro di pochi anni - concludono gli autori - aspetti qualificanti del processo di riforma conciliare si perdono nel nulla».</p> <p>Ne scaturì la lunga durata di un clero i cui comportamenti disordinati e violenti traevano incentivo dalla sua sostanziale esenzione da ogni pur blanda giustizia. Omicidi, pedofili, stupratori, veri e propri criminali di professione (i cosiddetti "chierici selvaggi del Regno di Napoli", per esempio) poterono così continuare a farla franca, o pagando il prezzo di pene lievissime e spesso subito rimesse, in maniera tanto più inaccettabile in quanto ben altre - e non di rado severissime - erano le punizioni inflitte ai laici per reati identici o assai più lievi. Da questo punto di vista a fine Seicento poco o nulla era cambiato rispetto all'odiosa realtà denunciata da un nunzio papale all'inizio del Cinquecento, vale a dire che quando a delinquere erano un chierico e un laico insieme, succedeva che «il laico fusse appiccato e il chierico andasse a sollazzo per la terra». Amare vicende di donne violentate costrette a chiedere perdono ai propri stupratori, di bambine condannate a pene umilianti per aver detto la verità sugli abusi di cui erano state fatte oggetto, sono solo alcune delle molte e talora raccapriccianti storie narrate in queste pagine. Esente da ogni tono scandalistico, il libro ripercorre con pacata lucidità e saldo rigore critico una tragica storia, gettando lo sguardo in profondità sulle tenaci resistenze della Chiesa a ogni incisiva riforma religiosa, sempre osteggiata in quanto temibile insidia ai poteri della gerarchia, come si è visto d'altra parte nelle tenaci resistenze che hanno finito con l'affossare le speranze scaturite dal Vaticano II.</p> <p>Il libro di Michele Mancino e Giovanni Romeo si intitola «<i>Clero criminale. L'onore della Chiesa e i delitti degli ecclesiastici nell'Italia della Controriforma</i>» (edito da Laterza, pagg. 248, Euro 22.00, disponibile anche in ebook) ed è in uscita questa settimana.. Teatro della ricerca è l'Italia del Cinque-Seicento, alle prese con gli eccessi di varia natura di chierici, preti e frati delinquenti e con le scelte di giudici quasi sempre conniventi e interessati soprattutto a tutelare l'onore del clero e della Chiesa tutta. Il libro, che dà ampio spazio alla vita quotidiana, apre squarci sorprendenti su dimensioni della storia religiosa e civile della penisola pressoché sconosciute.</p> <p><small>Su <a href="http://www.laterza.it/" class='spip_url spip_out auto' rel='nofollow external'>www.laterza.it</a> e su <a href="http://www.fedoa.unina.it/" class='spip_url spip_out auto' rel='nofollow external'>www.fedoa.unina.it</a> (Archivio istituzionale della Università degli Studi Federico II) un'ampia selezione dei documenti presi in esame. Michele Mancino e Giovanni Romeo insegnano entrambi Storia moderna nell'Università di Napoli Federico II.</small></p> </div> <p><span class='spip_document_352 spip_documents spip_documents_center'> <img src='http://www.duesicilie.org/IMG/jpg/71rhuwuqubl._aa1500_.jpg' width='500' height='500' alt="" /></span><br class='autobr' /> <span class='spip_document_353 spip_documents spip_documents_center'> <img src='http://www.duesicilie.org/IMG/jpg/81z-i11l35l._aa1500_.jpg' width='500' height='500' alt="" /></span></p></div> <div class="hyperlien">Vedi on line : <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8858106741/ref=oh_details_o00_s00_i00?ie=UTF8&psc=1" class="spip_out">Per acquistare il libro</a></div> Il cattivo tedesco e il bravo italiano. La rimozione delle colpe della seconda guerra mondiale http://www.duesicilie.org/spip.php?article477 http://www.duesicilie.org/spip.php?article477 2013-02-09T09:35:14Z text/html it <p>Manca ancora una riflessione collettiva nazionale sul fascismo e sulle responsabilità e le colpe italiane. I tedeschi continuano ad essere «una grande risorsa per la tranquillità della nostra coscienza», come temeva Vittorio Foa. E c'è chi, come il comune di Affile, innalza addirittura mausolei a un criminale di guerra (il maresciallo Rodolfo Graziani).<br class='autobr' /> Il cattivo tedesco e il bravo italiano di Filippo Focardi<br class='autobr' /> Cattivo tedesco. Barbaro, sanguinario, imbevuto di ideologia razzista e pronto a (...)</p> - <a href="http://www.duesicilie.org/spip.php?rubrique3" rel="directory">Storia</a> <div class='rss_chapo'><p>Manca ancora una riflessione collettiva nazionale sul fascismo e sulle responsabilità e le colpe italiane. I tedeschi continuano ad essere «una grande risorsa per la tranquillità della nostra coscienza», come temeva Vittorio Foa. E c'è chi, come il comune di Affile, innalza addirittura mausolei a un criminale di guerra (il maresciallo Rodolfo Graziani).</p></div> <div class='rss_texte'><h3 class="spip">Il cattivo tedesco e il bravo italiano di Filippo Focardi</h3><div align=justify> <span class='spip_document_351 spip_documents'> <img src='http://www.duesicilie.org/local/cache-vignettes/L376xH232/capitanocorelli-cadc3.jpg' width='376' height='232' alt="" /></span> <p>Cattivo tedesco. Barbaro, sanguinario, imbevuto di ideologia razzista e pronto a eseguire gli ordini con brutalità. Al contrario, bravo italiano. Pacifico, empatico, contrario alla guerra, cordiale e generoso anche quando vestiva i panni dell'occupante.<br><strong>Filippo Focardi</strong> in <i>Il cattivo tedesco e il bravo italiano</i>. <i>La rimozione delle colpe della seconda guerra mondiale</i> <strong>analizza i due stereotipi che hanno segnato la memoria pubblica nazionale</strong> e consentito il formarsi di una zona d'ombra: non fare i conti con gli aspetti aggressivi e criminali della guerra combattuta dall'Italia monarchico-fascista a fianco del Terzo Reich. <br>A distinguere fra Italia e Germania era stata innanzitutto la propaganda degli Alleati: la responsabilità della guerra non gravava sul popolo italiano ma su Mussolini e sul regime, che avevano messo il destino del paese nelle mani del sanguinario camerata germanico. Gli italiani non avevano colpe e il vero nemico della nazione era il Tedesco. Gli argomenti furono ripresi e rilanciati dopo l'8 settembre dal re e da Badoglio e da tutte le forze dell'antifascismo, prima impegnati a mobilitare la nazione contro l'‘oppressore tedesco e il traditore fascista', poi a rivendicare per il paese sconfitto una pace non punitiva. La giusta esaltazione dei meriti guadagnati nella guerra di Liberazione ha finito così per oscurare le responsabilità italiane ed è prevalsa un'immagine autoassolutoria che ha addossato sui tedeschi il peso esclusivo dei crimini dell'Asse, non senza l'interessato beneplacito e l'impegno attivo di uomini e istituzioni che avevano sostenuto la tragica avventura del fascismo.<br class='autobr' /> Ecco un breve estratto del saggio di Focardi.</p> <p>"[...] Alla base della lunga persistenza in Italia e all'estero di stereotipi e miti sui tedeschi e sugli italiani sta il fatto che essi abbiano corrisposto effettivamente a comportamenti e gradi di responsabilità molto differenti dei due ex alleati. Esiste cioè alla loro base un forte nucleo di verità. A fronte della guerra totale di annientamento condotta dalla Wehrmacht e della Shoah, stavano ad esempio l'aiuto prestato dagli italiani agli ebrei in Francia come in Jugoslavia o in Grecia, il soccorso offerto alle popolazioni serbe in Croazia, la mancanza di crimini di massa di tipo genocidiario come quelli pianificati e messi in pratica dai tedeschi, specialmente nei territori orientali non solo contro gli ebrei ma anche contro gli zingari o i prigionieri di guerra sovietici. E tuttavia <strong>gli stereotipi del «bravo italiano» e del «cattivo tedesco » sono serviti egregiamente a mascherare e rimuovere aspetti altrettanto reali della guerra fascista e prima ancora della politica coloniale e antisemita del regime</strong>: il carattere aggressivo di quella guerra e le responsabilità del regime nel suo scatenamento; il fatto che molti italiani l'abbiano combattuta – almeno per un pezzo – con convinzione ideologica; i gravi crimini commessi nei Balcani o in Russia che si aggiungevano a quelli già perpetrati su larga scala in Libia e in Etiopia; la persecuzione antisemita nel 1938 non imposta da Berlino e la collaborazione poi prestata dalla RSI allo sterminio degli ebrei, braccati e consegnati nelle mani dei carnefici hitleriani. Gran parte del carico delle colpe italiane ha finito così per essere messo sulle spalle (già molto provate) dei tedeschi per poi essere rapidamente rimosso.<br>Come ha osservato <strong>Vittorio Foa</strong>, una delle figure più lucide dell'antifascismo italiano, non si è trattato di «una rimozione in senso psicanalitico», quanto piuttosto di «<strong>una comoda ma delittuosa cancellazione della storia</strong>», poiché quando «<strong>dopo avere ucciso, non si riconosce la vittima, si è ucciso due volte</strong>». E la cattiva Germania, a suo giudizio, è servita allo scopo funzionando a meraviglia da comodo alibi per gli italiani. «I tedeschi – egli ha aggiunto – sono diventati una grande risorsa per la tranquillità della nostra coscienza. Ma è necessario ricordare il male della nostra parte se non vogliamo abbandonare al caso il nostro domani». Queste parole eticamente ispirate risalgono al 1996. Il periodo coincide con l'inizio di una nuova stagione storiografica che – riprendendo gli studi avviati negli anni settanta da Del Boca, Rochat, Sala e Collotti – ha cercato di far piena luce sulle ‘pagine oscure' del passato nazionale: i massacri nelle colonie; la politica razzista del fascismo contro slavi, africani ed ebrei; le occupazioni militari durante la guerra dell'Asse con le pratiche di guerra ai civili; le deportazioni di massa di uomini donne e bambini; la questione della mancata punizione dei criminali di guerra italiani. <strong>Gli storici hanno ormai sgretolato buona parte dei tasselli che formavano il mito del «bravo italiano». Ma i risultati della ricerca hanno prodotto solo flebili effetti sull'opinione pubblica, toccata alla superficie</strong>. Documentari televisivi come lo stesso <a href="http://www.duesicilie.org/spip.php?article478" class='spip_in'>Fascist Legacy</a> di Ken Kirby o <a href="http://www.duesicilie.org/spip.php?article479" class='spip_in'>La guerra sporca di Mussolini</a> di Giovanni Donfrancesco sono stati messi in onda quasi esclusivamente sui canali satellitari di storia come History Channel, cui si è aggiunto qualche fugace passaggio sulle reti televisive nazionali. Il successo di vendite di alcuni libri di alta divulgazione – come i volumi di Angelo Del Boca Italiani brava gente? e di Gianni Oliva «Si ammazza troppo poco» – indica che un pubblico qualificato di una certa ampiezza ha ormai scoperto questi temi. Tuttavia una consapevolezza diffusa nel paese tuttora manca. Nessuna delle numerose fiction televisive di argomento storico si è arrischiata a toccare il delicato argomento. Ma anche gli stessi manuali di storia per le scuole e le università – salvo eccezioni – ancora non trattano o non trattano a sufficienza il tema delle responsabilità italiane nei crimini coloniali o nella guerra di aggressione dell'Asse. Soprattutto, questa dimensione moralmente ingombrante del nostro passato non ha trovato fino adesso alcuno spazio nella ridefinizione delle coordinate della memoria pubblica nazionale, che ha preso avvio all'inizio degli anni novanta dopo il crollo della cosiddetta «prima repubblica».<br>[…]<br>Se prendiamo in considerazione le due ricorrenze fondate su avvenimenti della seconda guerra mondiale, capaci peraltro di produrre il maggiore impatto nel dibattito pubblico, ovvero la giornata della Shoah e quella delle foibe, risulta evidente come le nuove commemorazioni, con le loro prassi celebrative predominanti, abbiano avuto l'effetto di confermare e rilanciare l'immagine del «bravo italiano » e del «cattivo tedesco» piuttosto che metterla in dubbio. Già di per sé significativa è stata ad esempio la scelta per la giornata della Shoah del 27 gennaio – in riferimento alla liberazione nel 1944 del campo di sterminio di Auschwitz – al posto del 16 ottobre, inizialmente proposto con riferimento alla data del rastrellamento del ghetto di Roma nel 1943, rappresentando la prima una data simbolica legata all'azione criminale della Germania nazista e alludendo invece la seconda a un contesto italiano che chiamava in causa anche le responsabilità dei nostri solerti collaboratori antisemiti. <strong>Ma soprattutto le commemorazioni della giornata della memoria sono state l'occasione non solo per ricordare le vittime italiane della violenza nazista (militari, oppositori politici, ebrei) e approfondire la conoscenza della loro persecuzione, ma anche – in particolare in molte proposte celebrative promosse dal centrodestra – per vantare piuttosto le benemerenze umanitarie di tanti italiani prodighi nel soccorso e nel salvataggio degli ebrei</strong>. A questo scopo sono state esaltate figure davvero encomiabili come il commerciante Giorgio Perlasca, che con coraggio e abnegazione mise in salvo in Ungheria migliaia di ebrei, o altre più controverse come il funzionario di polizia Giovanni Palatucci, comunque accomunate dal fatto di aver nutrito allora sentimenti di fedeltà al regime o alle sue istituzioni. Dunque, a un tempo esempi emblematici di «italiani brava gente» di cui andare fieri come nazione ed ennesima dimostrazione della differenza intercorsa fra il fascismo e il nazismo eliminazionista.<br>[…]<br>È inevitabile che la costruzione istituzionale della memoria punti su un legame assai stretto con la dimensione dell'identità, in questo caso dell'identità unitaria del paese. Ma come ha osservato il sociologo Paolo Jedlowski, è altresì i<strong>mportante che venga coltivato un nesso fra la memoria e la giustizia, attraverso il quale la memoria – quale consapevolezza critica del passato – si faccia assunzione di responsabilità ovvero capacità di rispondere dei nostri atti. Da questo punto di vista, il valore etico più alto – non solo per un individuo ma anche per una nazione – diventa l'impegno a rendere conto delle proprie colpe, delle violenze e dei crimini commessi.</strong><br>È questo percorso di «elaborazione del passato» che, a partire almeno dagli anni sessanta, ha dimostrato di saper affrontare con coraggio e sofferenza la Germania, prima da Bonn e poi da Berlino, anche perché costretta dal peso gigantesco delle proprie responsabilità storiche e dalla pressione internazionale che le impediva una rimozione (pur tentata in varie forme negli anni cinquanta e sempre a rischio di essere intrapresa in futuro). È il percorso che resta ancora da imboccare da parte dell'Italia, oggi alle prese con la crisi economica e le minacce portate alla sua coesione nazionale. Sul come affrontare il passato per guardare al futuro da democrazia consapevole vale l'esempio della Germania; bisogna dunque «imitare» i tedeschi provando a fare i conti fino in fondo col fascismo come loro hanno fatto (e continuano a fare) col nazismo.<br class='autobr' /> Sarebbe auspicabile ad esempio che un'alta carica dello Stato possa compiere un gesto come quello dell'ex presidente tedesco Johannes Rau, che nell'aprile 2002 si recò insieme al presidente Ciampi alle commemorazioni della strage di Marzabotto Monte Sole. A quando una visita ufficiale italiana a Domenikon o all'isola di Raab in Croazia, sede di un famigerato campo di concentramento per slavi? Ma insieme ai gesti simbolici, e prima ancora di essi, servirebbe una ben maggiore diffusione della conoscenza della nostra storia, a partire dalle scuole. È doveroso che gli studenti conoscano Sant'Anna di Stazzema e Monte Sole, come Auschwitz e le foibe, ma dovrebbero sapere anche che cosa hanno rappresentato Domenikon e Raab, per non dire di Debrà Libanòs in Etiopia. Allo stesso modo può avere un valore formativo che venga loro additato l'esempio di un Giorgio Perlasca, ma non dovrebbero essere taciute le colpe di un Rodolfo Graziani o di un Mario Roatta. Anche così si costruisce <strong>una memoria europea fondata sull'etica della responsabilità e aperta alla dimensione globale e multietnica delle società in cui viviamo, al di là di una memoria nazionale finora centrata su se stessa, vittimistica e autocelebrativa.</strong></p> </div><div style="float:left;width:100%;max-width:675px;font-family:'Lucida Grande','Lucida Sans unicode',Arial,Helvetica;background: #fff;color:#666;font-size:11px;text-align:left;margin:10px 0 10px 0;border-top:1px solid #ccc;border-bottom:1px solid #ccc;padding:10px 0 0px 0;"><div style="float:left;margin-right:15px;margin-bottom:10px;" ><a href="http://www.laterza.it/index.php?option=com_laterza&Itemid=97&task=schedalibro&isbn=9788858104309" target="_blank"><img style='border:1px solid #666;' src="http://www.duesicilie.org/local/cache-vignettes/L104xH156/978885810430391c-45489.jpg" alt="Il cattivo tedesco e il bravo italiano" width='104' height='156' /></a></div><div style="float:left;width:70%;text-align:left;"><div style="color:#000;font-weight:bold;">Filippo Focardi</div><div><a style="font-size:12px;font-weight:bold;text-align:left;color:#af251c;" href="http://www.laterza.it/index.php?option=com_laterza&Itemid=97&task=schedalibro&isbn=9788858104309" target="_blank">Il cattivo tedesco e il bravo italiano</a></div><div style="text-align:left;font-style:italic;">La rimozione delle colpe della seconda guerra mondiale</div><div style="text-align:left;margin-top:10px;"> - disponibile anche in <a href="http://www.laterza.it/schedalibro.asp?isbn=9788858106952">ebook</a></div><div style="margin-top:10px;"><table style="border:none;margin:0;padding:0;"><tr><td style="vertical-align:top;text-align:right;">Edizione:</td><td style="vertical-align:top;">2013<sup></sup></td></tr><tr><td style="vertical-align:top;text-align:right;">Collana:</td><td style="vertical-align:top;">Storia e Società</td></tr><tr><td style="vertical-align:top;text-align:right;">ISBN:</td><td style="vertical-align:top;">9788858104309</td></tr><tr><td style="vertical-align:top;text-align:right;">pp:</td><td style="vertical-align:top;">308</td></tr><tr><td style="vertical-align:top;text-align:right;">Prezzo:</td><td style="vertical-align:top;">24,00 Euro</td></tr></table></div></div></div><div style="clear:both;"> </div></div> La guerra sporca di Mussolini http://www.duesicilie.org/spip.php?article479 http://www.duesicilie.org/spip.php?article479 2013-02-09T09:34:13Z text/html it <p>Documentario sui crimini di guerra italiani durante l'occupazione della Grecia (1940-1943), con focus sulla strage di Domenikon, in Tessaglia, e riferimenti ad altri crimini compiuti dal Regio esercito in Jugoslavia e Africa.<br class='autobr' /> Regia di Giovanni Donfrancesco. Consulenza storica di Lidia Santarelli.<br class='autobr' /> Con la partecipazione di Stathis Psomiadis (nipote di uno dei trucidati di Domenikon) e alcuni superstiti del massacro, e interventi di storici come Filippo Focardi, Lutz Klinkhammer e altri, (...)</p> - <a href="http://www.duesicilie.org/spip.php?rubrique3" rel="directory">Storia</a> <div class='rss_texte'><p>Documentario sui crimini di guerra italiani durante l'occupazione della Grecia (1940-1943), con focus sulla strage di Domenikon, in Tessaglia, e riferimenti ad altri crimini compiuti dal Regio esercito in Jugoslavia e Africa.</p> <p>Regia di Giovanni Donfrancesco. Consulenza storica di Lidia Santarelli.</p> <p>Con la partecipazione di Stathis Psomiadis (nipote di uno dei trucidati di Domenikon) e alcuni superstiti del massacro, e interventi di storici come Filippo Focardi, Lutz Klinkhammer e altri, oltreché del sostituto procuratore militare Sergio Dini.</p> <p>Una coproduzione GA&A Productions e ERT,<br>in associazione con Fox Channels Italy, RTI e Histoire<br>e in collaborazione con la Radiotelevisione della Svizzera Italiana.</p> <iframe width="420" height="315" src="http://www.youtube.com/embed/_ttQKhut4vo" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></div> Fascist Legacy - Un'eredità scomoda http://www.duesicilie.org/spip.php?article478 http://www.duesicilie.org/spip.php?article478 2013-02-09T09:23:27Z text/html it <p>Fascist Legacy ("L'eredità del fascismo") è un documentario della BBC sui crimini di guerra commessi dagli italiani durante la Seconda Guerra Mondiale. La RAI acquistò una copia del programma, che però non fu mai mostrato al pubblico. La7 ne ha trasmesso ampi stralci nel 2004. Il documentario, diretto da Ken Kirby, ricostruisce le terribili vicende che accaddero nel corso della guerra di conquista coloniale in Etiopia – e negli anni successivi – e delle ancora più terribili vicende durante (...)</p> - <a href="http://www.duesicilie.org/spip.php?rubrique3" rel="directory">Storia</a> <div class='rss_texte'><p>Fascist Legacy ("L'eredità del fascismo") è un documentario della BBC sui crimini di guerra commessi dagli italiani durante la Seconda Guerra Mondiale. La RAI acquistò una copia del programma, che però non fu mai mostrato al pubblico. La7 ne ha trasmesso ampi stralci nel 2004. Il documentario, diretto da Ken Kirby, ricostruisce le terribili vicende che accaddero nel corso della guerra di conquista coloniale in Etiopia – e negli anni successivi – e delle ancora più terribili vicende durante l'occupazione nazifascista della Jugoslavia tra gli anni 1941 e 1943. Particolarmente crudele la repressione delle milizie fasciste italiane nella guerriglia antipartigiana in Montenegro ed in altre regioni dei Balcani. Tali azioni vengono mostrate con ottima, ed esclusiva, documentazione filmata di repertorio e con testimonianze registrate sui luoghi storici nella I puntata del film. Il documentario mostra anche i crimini fascisti in Libia e in Etiopia. Nella II puntata il documentario cerca di spiegare le ragioni per le quali i responsabili militari e politici fascisti -colpevoli dei crimini- non sono stati condannati ai sensi del codice del Tribunale Militare Internazionale di Norimberga, per crimini di guerra e crimini contro l'umanità. Conduttore del film è lo storico americano Michael Palumbo, autore del libro “L'olocausto rimosso”, edito -in Italia- da Rizzoli. Nel film vengono intervistati -fra gli altri- gli storici italiani Angelo Del Boca, Giorgio Rochat, Claudio Pavone e lo storico inglese David Ellwood.</p> <iframe width="420" height="315" src="http://www.youtube.com/embed/QBZT-9f-bIk" frameborder="0" allowfullscreen></iframe> <p><br></p> <iframe width="420" height="315" src="http://www.youtube.com/embed/1JT0nq3bS-w" frameborder="0" allowfullscreen></iframe> <p><br></p> <iframe width="420" height="315" src="http://www.youtube.com/embed/qyhI_52noN8" frameborder="0" allowfullscreen></iframe> <p><br></p> <iframe width="420" height="315" src="http://www.youtube.com/embed/8xMw-Gzn3qU" frameborder="0" allowfullscreen></iframe> <p><br></p> <iframe width="420" height="315" src="http://www.youtube.com/embed/byNq8jm0v-o" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></div> <div class="hyperlien">Vedi on line : <a href="http://temi.repubblica.it/micromega-online/fascist-legacy-uneredita-scomoda/" class="spip_out">Link all'articolo originale</a></div> Matrimoni tra gay, la sessuofobia piemontese e la tolleranza di quei “retrivi” del sud http://www.duesicilie.org/spip.php?article476 http://www.duesicilie.org/spip.php?article476 2013-02-07T00:24:47Z text/html it <p>Matrimoni tra gay, la sessuofobia piemontese e la tolleranza di quei “retrivi” del sud<br class='autobr' /> di Gigi Di Fiore - Da Il Mattino 4 febbraio 2013<br class='autobr' /> Proteste o non proteste in piazza, il Parlamento francese va avanti con la legge sul matrimonio tra gay. Tuona il cardinale Bagnasco, mentre in Italia la campagna elettorale si riempie di detto e non detto sui diritti degli omosessuali. Per qualche votuncolo in più!. Niente di nuovo, nel nostro Paese: è il nostro vecchio conflitto tra cultura laica e cultura (...)</p> - <a href="http://www.duesicilie.org/spip.php?rubrique3" rel="directory">Storia</a> <div class='rss_texte'><div align=justify><h3 class="spip">Matrimoni tra gay, la sessuofobia piemontese e la tolleranza di quei “retrivi” del sud</h3> <p>di <strong>Gigi Di Fiore</strong> - Da<i> Il Mattino</i> 4 febbraio 2013</p> <p>Proteste o non proteste in piazza, il Parlamento francese va avanti con la legge sul matrimonio tra gay. Tuona il cardinale Bagnasco, mentre in Italia la campagna elettorale si riempie di detto e non detto sui diritti degli omosessuali. Per qualche votuncolo in più!. Niente di nuovo, nel nostro Paese: è il nostro vecchio conflitto tra cultura laica e cultura cattolica. L'abbiamo nel Dna.</p> <p>Ah, la Chiesa e il Papa, ah quei retrivi Borbone con le loro chiusure mentali, che hanno marchiato il modo di pensare italiano! Ah, invece, quella benedetta cultura laica che fu di Cavour, Torino, il regno di Sardegna, i Savoia! Ma fu davvero così? O invece siamo di fronte ad un altro falso storico, per prevenzioni da non conoscenza? Per rispondere, basta un po' di curiosità, leggere cosa c'era scritto nei diversi codici penali preunitari. Uno sguardo al nord e uno al sud.</p> <p>Regno di Sardegna, anno 1839, sul trono c'è l'amletico cattolico Carlo Alberto. Articolo 439 del codice penale - ci crederete? - prevedeva la punizione degli “atti di libidine contro natura”. E non solo in caso di stupro, ma “anche senza violenza e fra adulti consenzienti”. Dagli ai rapporti omosessuali! Anno 1859, sul trono c'è Vittorio Emanuele II con il suo laico primo ministro Cavour. L'articolo 439 viene ripreso nel nuovo codice dall'articolo 425.</p> <p>E in quel retrivo regno delle Due Sicilie? Se tanto mi dà tanto, a Napoli e dintorni sicuramente i rapporti omosessuali dovevano essere puniti con la fucilazione. E invece no, il codice approvato nel 1819, regno di Ferdinando I, non prevede nulla sugli “atti contro natura”. Vengono puniti solo gli stupri, senza fare differenze tra etero o omo sessuali. Sembra tolleranza, o no?</p> <p>Ma, poiché l'unità d'Italia fu perfezionata dalle armi dell'esercito piemontese e usi, leggi e codici furono semplicemente travasati da quel regno a quello italiano, anche la sessuofobia verso gli omosessuali fu regalata dal codice penale di Torino. Dal 1860, il famigerato articolo 439 fu norma italiana. Per fortuna, su quell'assurda eredità rimediò nel 1889 il codice Zanardelli.</p> <p>Fu pura forma quell'articolo 439? Magari!. Gli omosessuali invece se la vedettero brutta. Il caso di Luigi De Barbieri e Antonio Marchese fu il più noto. Era il 1883, dalla parete di una stanza d'albergo un tizio origliò discorsi e altro tra quei due uomini. Subito, li denunciò per “atti di libidine contro natura”. De Barbieri si difese: eravamo in una stanza privata, nessuno può provare che tra noi fu compiuto realmente “atto contro natura”. La Cassazione di Torino (allora di Corti supreme ce ne erano in più città italiane) respinse il ricorso difensivo. Pubblico o privato è lo stesso, una persona udì, avvertì la cameriera e il delegato di polizia per fermare lo scandalo e bloccare l'offesa alla “pubblica morale”, scrissero i giudici. Ah, quell'articolo 425! Ma la sessuofobia italica non era eredità del retrivo sud? Valla a capire la storia che va contro le storielle.<br class='autobr' /> <small><br class='autobr' /> <strong>Aggiornamenti:</strong><br>Ci hanno segnalato alcuni lettori (in particolare Roberto Schena, dal quale riprendiami i brani riportati di seguito) che il reato fu abolito dal regno di Napoli dopo che l'aveva fatto il governo napoleonico, mentre Torino lo ripristinò. Con l'unità d'italia il reato non fu esteso all'ex regno duosiciliano, fu poi abolito nel 1886 dal codice Zanardelli insieme alla pena di morte, era uno dei codici civili più avanzati del mondo. <br class='autobr' /> Governo e parlamento torinesi riconobbero che negli stati occupati potevano esservi leggi più avanzate in qualche settore, per cui almeno quelle vennero mantenute e non abolite tout court, in attesa del nuovo codice. In particolare ritennero molto avanzato il codice toscano del 1853 che tra l'altro aveva già abolito la pena di morte, e infatti nel 1886 il nuovo codice Zanardelli vi è largamente ispirato. Nella fase di transizione, la pena di morte non fu applicata giusto nella sola Toscana. Il codice toscano abolì il reato di omosessualità solo nel 1853 e solo per i civili, lo confermò nel codice militare. Lo stato della chiesa lo conservò fino alla fine e prevedeva l'ergastolo! questo per la verità storica. Se Napoli non avesse abolito TOTALMENTE il reato già dal 1819 (insieme ai piccoli ducati di Parma e Modena) ci sarebbe da chiedersi quale sarebbe stato il destino delle leggi omofobe con l'unità d'Italia. Molto probabilmente avrebbe seguito quello delle altre nazioni europee, che l'hanno abolito fra gli anni 70/80... del Novecento! Incredibilmente, dopo la sconfitta nazista, nelle due Germanie gli unici rinchiusi nei lager che continuarono la pena in carcere, furono proprio gli omosessuali. La Germania est peraltro abolì il reato molto presto, all'inizio degli anni 50, se non vado errato, all'ovest solo alla fine degli anni 70. L'Italia era l'unico paese ad averlo abolito da già un secolo penso proprio grazie a Napoli, che non lo riconfermò dopo la parentesi napoleonica.</small></p> </div></div> <div class="hyperlien">Vedi on line : <a href="http://www.ilmattino.it/blog/gigi_di_fiore/matrimoni_tra_gay_la_sessuofobia_piemontese_e_la_tolleranza_di_quei_ldquoretrivirdquo_del_sud/0-46-1790.shtml" class="spip_out">Link all'articolo originale</a></div>