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L’Italia, uno Stato nato sul furto, cresciuto sul reato, identificato nella disonestà

Un’analisi storica
domenica 19 maggio 2019 di Paolo Laurita

Che l’unità d’Italia sia avvenuta per mezzo di furti, tradimenti, violenze e soprattutto di ingiustizie è risaputo. Ma è altrettanto risaputo quanta illegalità fosse a -saldo fondamento- di questo nuovo Stato appena costituito. Basti pensare che già nel 1854, sempre nel regno transalpino, già progettatore e artefice dell’Unità d’Italia, il guardasigilli Dott. Deforesta scriveva al Vescovo d’Ivrea, per rassicurarlo dei continui furti sacrileghi di confidare sulla fermezza e severità degli inflessibili magistrati. Non sappiamo se il Vescovo credette a queste affermazioni ma certamente non gli rispose di aver letto che il 29 settembre di quello stesso anno sulla Stampa, giornale di Genova n° 278 che “Un furto audacissimo avvenne ieri nelle sale del tribunale di prima cognizione dove sono state involate le toghe dei giudici!”. Sono tanti gli incredibili eccessi a cui giunsero i ladri negli Stati Sardi quasi come se agissero certi di godere della impunità tanto che, il Ministro di Grazia e Giustizia Urbano Rattazzi, diceva che occorrevano -salutari rimedi- contro il ladrocinio quale male esteso e radicato in tutto il Piemonte. Altra conferma del sempre piú dilagante ladrocinio praticato nel regno lo si ha quando la stampa (1855), attraverso il giornale la Patria annunciava la prossima nascita di un nuovo giornale intitolato il Ladro. Quel giornale pare che non nacque ma certamente dopo l’Unità d’Italia a Torino si pubblicherà “La Gazzetta dei Ladri”. Dopo l’Unità i furti, o meglio i ladri, arrivarono fino alla Camera dei Deputati dove furono rubati i documenti relativi all’inchiesta sulle strade ferrate meridionali (forse in quelle carte si parlava anche della ferrovia Potenza Matera) e quando l’inchiesta fu completata nel 1864 prevalse uno spirito omertoso da parte degli onorevoli e nulla venne detto a riguardo del furto dei documenti perché sapevano che non conveniva dire l’intera verità. Ma il furto, come identità del Regno d’Italia, si ha quando la mattina del 5 dicembre 1863 la Gazzetta di Torino riporta un fatto veramente straordinario e dolorosissimo, avvenuto la sera precedente, venerdí 4 dicembre 1863, per il furto della bandiera del reggimento dei soldati che stavano a guardia del palazzo Reale! Lo straordinario sta nelle modalità del furto perché avvenne ad opera di un individuo che intima alla sentinella di consegnargli la bandiera perché incaricato di portarla, ogni sera, a Sua Maestà Vittorio Emanuele II Re d’Italia. Il ladro afferrata la bandiera passa davanti alle altre sentinelle tutto impettito e con passo marziale. Attraversa tutta piazza Castello e si avvia per la Dora Grossa fino al palazzo Civico dove fu fermato e arrestato. La beffa prevalse sul grave fatto, non si disse mai il nome del ladro di bandiere ma si disse prima che era un folle, poi che era un semplice volgare ladro ma qualcuno disse che invece era un furbo che voleva semplicemente dimostrare con i fatti come nel Regno d’Italia si potesse rubare tutto, perfino la bandiera e nel palazzo del Re. Secondo la Gazzetta di Torino l’artefice del “sacrilego atto” era della provincia di Biella, un conterraneo di Quintino Sella il quale confessò che in Italia, dopo la rivoluzione si era molto abbassato il diapason morale. Poco è mutato in cento cinquanta anni di Unità, ladri c’erano nel regno di Sardegna, ladri nel regno d’Italia, ladri nella Repubblica italiani e ladri ci sono ancora.


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