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La sindrome di Stoccolma contagia molti ex meridionali - [2S]
2S
Razzismo e unità d’Italia

La sindrome di Stoccolma contagia molti ex meridionali

di Pino Aprile (da "Terroni") ripreso dal Blog Un Popolo Distrutto
domenica 15 gennaio 2012
Una mia cugina, dopo sei mesi al Nord, tornò per le ferie estive (come alcuni volatili, il periodico riapparire degli emigrati annuncia le stagioni: li chiamavano birds of passage, "uccelli di passaggio", nell’America del Nord; e golondrinas, "rondini", in quella del Sud). Era cambiata: vestiva in modo piú appariscente, esibiva un accento non suo, roteava stizzosamente le spalle, il mento puntuto e alto. Parlava malissimo dei meridionali, con astio rovente e ridicolo.

«Ma cosa fanno di cosí terribile?» le chiese mia madre, incuriosita. Lei tacque per lo stupore, si guardò intorno, come a cercare una risposta. Era sorpresa, o ci parve, dalla stupidità della domanda: c’era bisogno di una ragione per parlar male dei meridionali? Cosí, poverina, se ne uscí con una frase, lei settentrionale da sei mesi, che la bollò per sempre, in famiglia: «Sporcano i monumenti». Come i piccioni; ma, per fortuna, non dall’alto. Cosa le fosse accaduto, lo capii molto piú tardi. Uno dei miei migliori amici fu tra i primi arrivati della Lega Nord: abbiamo scoperto di avere la stessa passione per la vela, di aver acquistato (prima che ci conoscessimo) le stesse barche, di avere una moglie con lo stesso, non comunissimo nome, e di averla sposata lo stesso giorno. Il mio amico si chiama (nooo!) Remo, i suoi nonni sono di Benevento e di Matera; lui è vissuto a lungo in Argentina, poi è rientrato in Italia. Sua moglie è veneta, emigrata dal Polesine in Francia (l’isola di famiglia, alla foce del Po, finí sommersa, con fattorie e frutteti: da possidenti a naufraghi); poi è tornata in patria, fra Piemonte e Lombardia.

Leghisti accesi entrambi, fino a quando il movimento non assunse connotazioni separatiste. «La Lega è piena di meridionali e di figli di meridionali» mi spiegava Remo. «Sono i piú convinti.» Anche quella mia cugina è leghista. Perché? Chi emigra, abbandona una comunità e una terra che figurano deboli e perdenti e mira a radicarsi in un altrove che appare forte e vincente: l’emigrato non appartiene piú alla sua gente, e non ancora all’altra (cosí crede). In cerca di identità, non può che scegliere, lui sradicato e sospeso, la piú forte. E questa sua nuova appartenenza è tanto piú certa, quanto maggiore è la distanza che frappone fra ciò che era e ciò che vuole essere (in La lingua degli emigrati, si legge che essi «rivivono nel paese di arrivo la loro situazione di “dominati” in termini ancor piú drammatici»; e vogliono uscirne. Si educano ad altro da quel che sono.

Quando il carnefice ti toglie tutto, l’unico punto di riferimento che ti rimane è il carnefice. Lo imiti. Il settentrionale non ha bisogno di essere leghista; il meridionale al Nord non può farne a meno, se di scarsa radice. Ed è il piú attivo nel sostenere un’esclusione che non escluda piú lui, ma chi è come lui era. I prossimi leghisti saranno i nipoti degli extracomunitari.

A partire dall’ unificazione d’Italia, gran parte del sistema politico e culturale italiano, influenzato dalle teorie internazionali del razzismo scientifico del positivismo e dell’eugenetica si orientò verso posizioni razziste e anti-meridionali (e molti studiosi meridionali sostennero a loro volta l’anti-meridionalismo). Di questo clima politico e culturale furono artefici tra l’altro le pubblicazioni del criminologo Cesare Lombroso (le cui teorie tentavano di dimostrare la possibilità di identificare l’"innata natura criminale" di alcuni individui attraverso le loro caratteristiche fisiche, e i cui studi si incentrarono spesso sui "briganti" meridionali), le teorie di Luigi Pigorini e soprattutto di Giuseppe Sergi (messinese, fondatore della Società Romana di Antropologia) e di Alfredo Niceforo (castiglionese, presidente della Società Italiana di Antropologia e della Società Italiana di Criminologia), che scriveva:«La razza maledetta, che popola tutta la Sardegna, la Sicilia e il mezzogiorno d’Italia dovrebbe essere trattata ugualmente col ferro e col fuoco - dannata alla morte come le razze inferiori dell’Africa, dell’Australia, ecc.».

Si ricordano inoltre, Enrico Ferri, secondo cui la minore criminalità nell’Italia settentrionale derivava dall’influenza celtica, Guglielmo Ferrero,Arcangelo Ghisleri, nonché moltissimi altri magistrati, medici, psichiatri, uomini politici, che influenzarono grandemente l’opinione pubblica italiana e mondiale.

Non furono posizioni isolate, al contrario era la convinzione «scientifica» della quasi totalità degli uomini di cultura europei, nonché dei ceti dominanti e dell’opinione pubblica dell’epoca. Già nel 1876 la tesi razzista fu pienamente avallata dalla commissione parlamentare d’inchiesta sulla Sicilia che concluse:

«la Sicilia s’avvicina forse piú che qualunque altra parte d’Europa alle infuocate arene della Nubia; in Sicilia v’è sangue caldo, volontà imperiosa, commozione d’animo rapida e violenta»[13][14].

Cioè le stesse caratteristiche «psico-genetiche» che, con lo stesso identico linguaggio, i razzisti di tutto il mondo attribuivano alla cosiddetta «razza» nera. E di questo erano accusati i mediterranei: di essere «meticci», discendenti di popolazioni preistoriche di razza africana e semitica.

Questo clima era stato determinato da tre fattori:

  1. Subito fin dall’unità era stata attuata una politica di tipo coloniale nei confronti del sud (spesso descritto nei giornali dell’epoca come l’«Africa italiana»), che aveva portato uno stato di sottosviluppo economico e sociale sconosciuto nell’ex Regno delle Due Sicilie.
  2. Il sud era stato politicamente abbandonato alla criminalità; la giustificazione per questa politica, da parte del governo, fu il considerare questa criminalità inestirpabile, essendo intrinseca a una cultura inferiore e primitiva, frutto di un popolo che, nelle sue classi sociali piú basse, oltre ad essere «reo» di avere avuto influenze genetiche negroidi e semitiche, era un popolo di «criminali nati» secondo la terminologia del Lombroso.
  3. Erano state trascurate le industrie e le infrastrutture del sud a favore di quelle del nord, in gran parte perché questa era la parte piú ricca e sviluppata.

L’accettazione già a fine ottocento della teoria dell’esistenza di almeno due razze in Italia, la eurasica, giapetica ariana e padana e laeurafricana afro-semitica[15][16][17], contribuí in modo determinante alla nascita di un diffuso razzismo anti-meridionale nel nord Italia e in tutto il mondo. Basandosi sulle dichiarazioni degli scienziati italiani molti Stati degli USA diedero luogo a forme esplicite di discriminazione nei confronti dei meridionali (in particolare gli stati di Alabama, Georgia, Louisiana). Piú in generale gli immigrati italiani venivano separati al loro arrivo a Ellis Island (New York) e computati in due diversi registri: razza iberica/mediterranea da una parte e razza alpina dall’altra. Divisione ufficialmente avallata dalla Commissione Dillingham del Senato degli Stati Uniti che nel 1911 ribadí la stretta correlazione degli Italiani del Sud con gli Iberici della Spagna ed i Berberi del Nord Africa. Il succitato "Dictionary of Races and Peoples" precisò inoltre l’appartenenza etnica al Sud Italia dell’intera penisola propriamente detta, compresa la Liguria ("All of the people of the peninsula proper and of the islands of Sicily and Sardinia are South Italian. Even Genoa is South Italian" pg. 81). La "razza Hamitica", di cui gli "Italiani del Sud" avrebbero fatto parte, pur non essendo connessa alla razza nera, avrebbe avuto alcune tracce di sangue negroide in Nord Africa ed in alcune zone della Sicilia e della Sardegna, con rilevanza non solo nell’aspetto fisico, ma anche nel carattere e nelle inclinazioni».

Ai siciliani, infatti, per via della piú recente commistione (nel periodo arabo) con mori e saraceni, spettava nel profondo sud americano un trattamento ancora peggiore ed erano sottoposti ad un vero e proprio apartheid economico, politico e sociale. All’epiteto «dago» riferito agli italiani in generale (forse dal nome spagnolo Diego o piú probabilmente da dagger = accoltellatore) veniva loro in piú anteposto l’aggettivo «black» (nero) per rimarcare la loro presunta «negritudine». In Louisiana prima della seconda guerra mondiale, anche se nati in America non potevano frequentare le scuole per i soli bianchi ed erano perciò obbligati a frequentare le scuole dei neri. In Alabama erano formalmente soggetti alle leggi anti-miscegenation. La loro paga era generalmente inferiore a quella degli stessi neri, inoltre erano spesso minacciati dal Ku Klux Klan e linciati per futili motivi: documenti locali affermano che gli «italiani» furono il gruppo piú numeroso di vittime di linciaggio dopo i neri (e secondo quanto riportarono alcune fonti dell’epoca, furono il 90% di tutti i linciati che immigravano dall’Europa). tratto da http://it.wikipedia.org