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La Chiesa, il Partito democratico e i “valori non negoziabili” - [2S]
2S
Ritorno al Medioevo

La Chiesa, il Partito democratico e i “valori non negoziabili”

di Maria Mantello - Micromega online 29.10.2011
mercoledì 2 novembre 2011
Interessante articolo da Micromega online: la chiesa cattolica tenta di imporre la propria visione arcaica della realtà a tutti, credenti e non credenti, e ha buon gioco per ora, grazia alla pochezza dei politici nostrani. Una visione astrusa per la quale fede e ragione coincidono, anzi sono identiche, un vero e proprio ritorno al Medioevo ed alle sue superstizioni.

La Chiesa, il Partito democratico e i “valori non negoziabili”

di Maria Mantello - Micromega online 29.10.2011

La Curia Vaticana parla di dialogo, ma a senso unico, perché esige che le leggi dello Stato siano conformi ai suoi “valori non negoziabili”. Principi assoluti e indiscutibili in quanto ancorati a una presupposta natura immodificabile ed eterna, frutto della creazione del Dio che all’universo mondo avrebbe impresso il suo immutabile sigillo, affidandone alla Chiesa, “mater et magistra”, il ruolo di universale depositaria e interprete. Quindi, in nome e per conto di Dio, essa sarebbe deputata a dettar legge. Non solo ai suoi fedeli, ma all’umanità intera, da normalizzare al modello di essere umano creato e coincidente “per natura” con i canoni del catechismo.

La Chiesa questo l’ha sempre detto, ma visto che negli ultimi tempi, su questo suo supposto diritto di essere la detentrice della ragione e della morale, è riuscita ad ottenere risultati insperati, vuole consolidare e possibilmente estendere le sue rendite di posizione.

Insomma, si prepara al dopo-Berlusconi, visto che il premier e i suoi sodali sembrano essere ogni giorno di più in caduta libera. Pertanto, la gerarchia vaticana, che pur è stata favorita oltre ogni aspettativa dal Governo di centra-destra, appoggiandolo per questo in tutto e per tutto – anche assolvendo il suo presidente più del dovuto – adesso guarda al centro sinistra. In particolare al Pd che è il punto di riferimento della coalizione candidata ad impalmare il prossimo esecutivo, a cui anticipatamente detta l’agenda politica dei “valori non negoziabili”.

E in questo porcellum di sistema elettorale, che per altro consente la conquista del Parlamento a chi si accaparra il pugno di voti dei così detti indecisi, più sensibili all’illusionismo delle strategie mediatiche che solleticano le adesioni pulsionali-emotive-fideistiche, pochi se la sentono ormai di inimicarsi la curia. Anzi preferiscono blandirla, corteggiarla.

Ma chi dice di parlare in nome di Dio vuole essere il fulcro della negoziazione politica. La linea ruiniana è già stata tracciata, e il cardinal Bagnasco, che a Ruini è succeduto, e monsignor Fisichella, ministro vaticano per la nuova evangelizzazione, tentano di replicarne il successo. Su questa traiettoria ben si inseriscono i loro discorsi ai recenti convegni dell’associazionismo cattolico di Todi e di Roma.

Bagnasco, nella prolusione al convegno del 17 ottobre a Todi (titolo: “Buona politica per il bene comune: i cattolici protagonisti della politica italiana”), ha chiamato a raccolta contro i «modelli di vita dell’umanità, che sono in contrasto con la Parola di Dio e con il disegno della salvezza», precisando che i valori cattolici sono imprescindibili per la società, perché altrimenti «verrebbero meno anche le fondamenta e le forze che sostengono la convivenza sociale, ed edificano una Nazione come comunità di vita e di destino», che «solo Dio Creatore e Padre può fondare e garantire», e poiché «nel grembo della Chiesa Madre risplende il Sacramento della Presenza reale di Dio nel mondo», essa si preoccupa che il «patrimonio valoriale genetico» impresso in ciascuno dal dio-creatore venga assunto a legge. «Sono in gioco, infatti – ha detto Bagnasco – le sorgenti stesse dell’uomo: l’inizio e la fine della vita umana, il suo grembo naturale che è l’uomo e la donna nel matrimonio, la libertà religiosa ed educativa che è condizione indispensabile per porsi davanti al tempo e al destino». Questi «i valori fondamentali della vita», «valori presenti nella natura creata e redenta da Dio per mezzo di Gesù Cristo», «valori sui quali si impianta ed è garantito ogni altro valore declinato sul piano sociale e politico». Quindi, «solo scegliendo la verità che l’uomo è per natura, egli giunge alla propria perfezione, allora la morale è liberazione dell’uomo e la fede cristiana è l’avamposto della libertà umana».

Se ne deduce che la libertà, modello Cei, è quella di credere nell’obbedienza al precetto che sarebbe un fattore genetico, da conseguire in scuole cattoliche, famiglie cattoliche, ospedali cattolici, ecc. Niente storicizzazione. Niente secolarizzazione. Ma solo il regno di una fede che normalizzi ognuno alla cattolicità della vita, lasciando alla Chiesa l’appalto della ragione e della morale. Per legge. Amen.

Il 20 ottobre, a Roma, nella sala San Pio X di Via della Conciliazione si è svolto l’altro convegno (titolo: “Vangelo e Laicità”), promosso dalla società Elea (si occupa di formazione e fa parte della Congregazione dei Figli dell’Immacolata Concezione). Qui, il presidente del “Pontificio consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione”, monsignor Fisichella, ha incalzato il segretario del Pd, Pierluigi Bersani – anche egli al tavolo dei relatori – con la sua “laicità creativa” per reiterare i cattolici “valori non negoziabili” da diffondere attraverso la funzione pubblica della Chiesa nello Stato.

«Se la religione – ha detto il monsignore – viene riconosciuta dallo Stato laico come fenomeno esistente nella società, è logico che essa si organizzi nel determinare il proprio influsso nella società. Questo allora significa riconoscimento della presenza religiosa senza essere accusata di ingerenza negli affari dello Stato». E dopo aver ribadito che gli ambiti privilegiati di un tale “influsso” sono educazione, ricerca, morale, ha aggiunto: «Io vorrei proporre il concetto di laicità creativa», «la laicità dello stato è certamente una conquista della modernità e più direttamente della cultura dell’occidente. Essa ha reso possibile mantenere una pace sociale tra i cittadini, ma c’è da chiedersi in che misura lo Stato laico sia in grado di rispondere alle sfide ... la debolezza della politica è frutto di una società disorientata paurosa e priva di idealità». Facendo quindi proprie le parole del Pontefice al Bundenstag e di Bagnasco a Todi, l’altro prelato ha indicato nei “valori non negoziabili” la soluzione, non trascurando l’immancabile affondo contro l’autodeterminazione delle donne e le volontà anticipate sul fine vita: «l’uomo può distruggere il mondo e manipolare se stesso. Può creare esseri umani ed escludere altri esseri umani dall’essere tali. Come possiamo distinguere tra il bene e il male? […] quando si fanno leggi si crea una cultura che è consequenziale a quei comportamenti, si deve riconoscere che nessuno è mai il demiurgo di turno, ma sempre e solo interprete di un diritto ben più antico profondo e radicato nella stessa legge della natura, allora questa è laicità creativa che richiede di aggregare consenso, oltre le diversità mediante una più forte razionalità politica».

Insomma, la “laicità creativa”, dovrebbe essere quella che obbedisce al creazionismo divino di cui la chiesa è depositaria. Ma dietro tanti artifizi ideologici, resta un dato: la nostalgia degli assoluti, che è sempre la tentazione curiale per fare dell’intera umanità il gregge rinserrato nel pascolo della fede curiale.

Se questo modello passasse verrebbe messa in crisi la stessa democrazia. Il cui necessario fondamento è nella laicità senza aggettivi strumentali per annacquarla e infine svuotarla. Quella laicità nemica degli assoluti, e che per questo garantisce la libertà di coscienza individuale, compresa quella religiosa. Quella laicità, che non a caso la nostra Costituzione repubblicana pone a suo principio supremo. Laicità che non è un contenitore vuoto. Ma metodo di convivenza civile e democratica: orientamento procedurale che impedisce ad un singolo, ad un gruppo, ad una Chiesa di imporre la sua univoca visione del mondo. Abbiamo bisogno di meno detentori di Verità e di maggiore Carità, ovvero di spirito laico. Per dialogare, certamente. Ma ogni dialogo è impossibile se non si pongono tra parentesi gli assoluti degli appaltatori della ragione e della morale.

Che uno stato debba avere principi condivisi, per realizzare la convivenza civile è il sale della democrazia e del dialogo democratico, che chiede ascolto e verifiche, ma che non può prescindere da un minino denominatore comune: nessuno può imporre all’altro reciprocamente, più di quanto l’altro possa imporre a lui. Questa regola kantiana, che fonda l’imperativo categorico dell’autonomia morale: esercizio autonomo e responsabile della propria libertà di scelta, garantisce la civile laica convivenza democratica. Perché non viene prima l’idea di uomo o di donna a cui ciascuno fideisticamante dovrebbe conformarsi, ma gli individui storici concreti, che si strutturano attraverso le proprie individuali azioni. In questo solidarismo della libertà sta la garanzia della civile convivenza democratica, che le leggi dello Stato liberal-democratico, perché laico, devono garantire contro la sopraffazione di precettistiche che pretendono di ancorarci alla fissità di idee di natura, anima, mondo. In questo i cattolici adulti si ritrovano. Pienamente. E già da molto tempo. Perché la democrazia è il nostro bene più prezioso.

E bene ha fatto il segretario del Pd Bersani a ricordalo il 20 ottobre al convegno Vangelo e Laicità, replicando a Fisichella con queste parole: «Ma il concetto di stato laico, ci consegna un’idea di stato agnostico, neutrale in termini di valori o anche solo tollerante? Se lo concepiamo così è chiaro che ci sono aporie, contraddizioni enormi, io credo che sia un punto di fondo pensare che il legislatore codifichi un qualche valore condiviso. Qualsiasi società umana deve avere un qualche tessuto connettivo. Il problema diventa allora quale elemento basico darsi. Ecco allora che il punto di riferimento sono i Diritti Umani».

E a monsignor Fisichella, che riproponeva l’identità tra fede e ragione, sostenendo che «la politica non può e non deve fare negozio né della fede, né dei valori, né della gerarchia dei valori», ha risposto: «Ma il copyright della ragione ce l’ha la fede? Non ci può essere una ragione che non sia certificata dalla fede? Fa fatica il non credente a seguire su questo ambito. Il dogma della fede è sostituito con quello della ragione? Io sono più per un’altra idea, cioè che c’è una connessione tra questi diritti umani e il cammino dell’uomo e l’evoluzione della convivenza. Una connessione tra questi diritti e un uomo che può umanizzarsi, diventare propriamente uomo. Una visione così lascia spazi reali di confronto».

E ha continuato: «Sui temi sociali, tra credenti e non credenti il cuore batte all’unisono, ma davanti alle sfide di oggi… Davanti alle nuove frontiere che derivano dall’avanzamento della scienza e della tecnica, da un’economia globalizzata, da nuove forme di convivenza, c’è un confronto sul tema antropologico. Anche la politica nella sua autonomia, per le sue scelte, ha bisogno di darsi una bussola sui temi del’uomo. La politica deve rispondere ai temi della condizione umana». E ha concluso: «Eccellenza mi permetto una citazione evangelica: “Quando sarai vecchio ti cingeranno i fianchi e ti porteranno dove non vuoi andare”. Quello è il confine».
Chiaro il riferimento alla questione del testamento biologico, a quelle volontà anticipate sul fine vita che il Vaticano vorrebbe azzerare con la legge confessionale, che se per crisi di Governo non riuscisse ad ottenere da Berlusconi, vorrebbe accaparrarsi dalle maggioranze future.

Ma se il Pd vuole davvero assumersi il ruolo della difficile gestione post-berlusconiana, deve preoccuparsi di conquistare al voto quella società civile laica e progressista che è molto più estesa di quanto si creda, anche tra i credenti. Allora, caro Bersani, lascia stare i cardinali e parla con i cittadini!

(29 ottobre 2011)


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