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Povero Egitto: tutto cambia e niente cambia - [2S]
2S
L’esercito al potere non è affatto laico

Povero Egitto: tutto cambia e niente cambia

di Daniel Pipes - da danielpipes.org 28.04.2011
domenica 1 maggio 2011

Povero Egitto: tutto cambia e niente cambia

di Daniel Pipes - 28 aprile 2011

Pezzo in lingua originale inglese: Understanding Post-Mubarak Egypt

Mentre l’Egitto barcolla in una nuova era, uno sguardo alle sue complessità e alle sottigliezze aiuta a comprendere quale sarà il probabile corso del Paese. Ecco alcune riflessioni chiave. Lo spirito di Piazza Tahrir è reale e vivo, ma estremamente lontano dai corridoi del potere. Le idee rivoluzionarie – ossia che il governo dovrebbe essere al servizio del popolo e non viceversa; che i governanti dovrebbero essere scelti dal popolo e che gli individui hanno un’insita dignità e innati diritti – sono riuscite a diffondersi in una considerevole porzione del Paese, specie tra i giovani. A lungo termine, queste idee possono fare prodigi. Ma per il momento, sono completamente escluse da ogni ruolo operativo, mentre il governo militare continua il suo lavoro. Con l’allontanamento di Hosni Mubarak, avvenuto due mesi fa, i soldati non hanno preso il potere. Ma lo fecero nel 1952, quando il cosiddetto movimento dei Liberi Ufficiali rovesciò la monarchia costituzionale e salí al potere. Gli alti ufficiali si avvicendarono – da Naguib a Nasser, a Sadat, a Mubarak fino a Tantawi – in un’incessante successione durata 59 anni. Col tempo, l’esercito ha esteso la propria morsa dal settore politico a quello economico, producendo ogni cosa dagli apparecchi televisivi all’olio d’oliva e acquisendo il controllo su una considerevole porzione della ricchezza dell’Egitto.

Una corte militare ha condannato a 3 anni di carcere Maikel Nabil, un blogger progressista.

I soldati si sono talmente abituati al potere e alla bella vita da non poter rinunciare a questi benefit. Faranno di tutto – sia che si tratti di cacciare Mubarak, di mandare suo figlio in galera, di bandire il suo vecchio partito politico, di cambiare la costituzione o di reprimere le proteste – pur di mantenere il potere. E l’esercito non è laico. Sin dalle piú remote origini negli anni Trenta dei Liberi Ufficiali alla recente riaffermazione della Shari’a (la legge islamica) come «principale fonte della legislazione», la leadership dell’esercito egiziano ha mostrato un orientamento islamista. Piú specificamente, i “Liberi Ufficiali” sono emersi dall’ala militare dei Fratelli musulmani e nel corso dei decenni sono entrati in competizione con l’ala civile. L’analista Cynthia Farahat scrive nel Middle East Quarterly che la loro rivalità «dovrebbe essere intesa non come una lotta tra una dittatura autocratica e laica e una sedicente dittatura islamista, ma come una lotta tra due gruppi rivali ideologicamente simili, se non identici, che hanno le stesse origini». I Fratelli musulmani, poi, non hanno energie da vendere. L’organizzazione ha grossi problemi. Innanzitutto, gli islamisti esaltati e violenti la disprezzano.
Di recente, al-Qaeda l’ha screditata per aver partecipato alle elezioni e l’ha ridicolizzata accusandola di essere sulla strada buona per diventare «laica e falsamente affiliata all’Islam». In secondo luogo, i Fratelli musulmani è un’organizzazione debole. Hesham Kassem dell’Organizzazione egiziana per i diritti umani osserva che i membri non superano i 100.000, il che, in un Paese di 80 milioni di abitanti, significa che «non è veramente un movimento popolare», ma un’istituzione viziata che beneficia del fatto di essere eccezionalmente tollerata. Una reale competizione politica dovrebbe diminuire il suo fascino.

I Fratelli musulmani sono meno temibili di quello che lascia pensare la loro fama.

E per finire, comprendere la politica egiziana significa penetrare nel doppio gioco tipicamente mediorientale (come nella politica irachena e siriana), un doppio gioco fatto qui fino in fondo dall’esercito e dagli islamisti. Si osservino i suoi elementi contrari: l’abituale cooperazione tra l’esercito e gli islamisti. La Farahat rileva che l’esercito è «impercettibilmente colluso con gli islamisti contro i propri compatrioti piú inclini alla democrazia e le minoranze religiose, specialmente i copti». Uno dei tanti esempi. Il 14 aprile scorso, una conferenza sui diritti umani in cui sono state mosse delle critiche all’esercito che trascina i civili davanti ai tribunali militari è stata interrotta due volte: innanzitutto, da un ufficiale della polizia militare che si preoccupava delle «donne indecenti» e poi da alcuni islamisti arrabbiati per un inappropriato dibattito dell’esercito. E in tutti gli esempi? I ruoli diventano quasi intercambiabili. Inoltre, la neoleadership militare ha permesso agli islamisti di formare dei partiti politici e ha rilasciato i membri dei Fratelli musulmani detenuti in carcere. Viceversa, Mohamed Badei, leader dei Fratelli musulmani, ha elogiato le forze armate e la sua organizzazione ha approvato il referendum di marzo dell’esercito.
Il governo sfrutta le paure dei Fratelli musulmani. L’esercito trae beneficio dalle preoccupazioni autoctone e internazionali di una presa di potere islamista. Questa prospettiva giustifica non solo la sua incessante dominazione dell’Egitto, ma giustifica anche i suoi eccessi e le crudeltà.

L’esercito ha imparato a trattare gli islamisti come uno yo-yo. Ad esempio, nel 2005, Mubarak ha consentito astutamente l’ingresso in Parlamento di 88 deputati dei Fratelli musulmani; e questo ha mostrato i pericoli della democrazia e allo stesso tempo ha reso indispensabile la sua tirannia. Ma poi nelle legislative del 2010, i Fratelli musulmani non hanno ottenuto nessun seggio. In breve, mentre la modernità di Piazza Tahrir e le barbarie dei Fratelli musulmani hanno un’importanza a lungo termine, con ogni probabilità, l’esercito continuerà a governare l’Egitto apportando solamente dei cambiamenti apparenti.


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