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L’urina del papa

di Walter Peruzzi - da cattolicesimo-reale.it
sabato 19 marzo 2011

Anche i papi, come i gatti, possono marchiare il territorio, i secondi con la loro urina, i primi con i loro crocifissi. Lo hanno stabilito, rovesciando una precedente sentenza, i giudici di Strasburgo.

L’Italia è stata assolta perché, esponendo il crocifisso, avrebbe «agito nei limiti della discrezionalità di cui dispone» per attuare condotte rispettose dei diritti umani. Un giudizio, sembra, che si limita a dichiarare la scelta italiana non incompatibile con i diritti umani data la discrezionalità consentita ai singoli stati, su come applicarli.

Una sentenza gesuitica e confessionale

Ma poco mi interessa qui discutere tale sentenza, gesuitica al pari dei suoi utilizzatori finali e che sarebbe semmai interessante capire da quali lobby è stata “promossa” in sede europea, cosí come poco mi importa ripetere quanto scritto altre volte (Via crucis III, Via crucis II, Via crucis I), cioè che l’esposizione del simbolo di una religione specifica contrasta con la laicità delle istituzioni, che sono (o dovrebbero essere) di tutti, anche di chi in quel simbolo non si riconosce.

A confermarlo bastano del resto le dichiarazioni di giubilo del Vaticano, per cui la sentenza è una «vittoria che fa storia»; la balbuzie intellettuale di un tal Farinone del Pd secondo cui il crocifisso (simbolo delle crociate, della evangelizzazione delle Indie e dell’inquisizione) sarebbe un segno di «riconciliazione»; le declamazioni di una eccitata Gelmini per la quale «il crocifisso sintetizza i valori del cristianesimo, i principi sui cui poggia la cultura europea e la stessa civiltà occidentale». È dunque un simbolo, per sua stessa ammissione, se le parole (anche le sue) hanno senso, in cui non possono riconoscersi atei, buddisti, musulmani, ebrei ecc. – ormai numerosi nell’UE.

Le lezioni di una battaglia

Il fatto che una battaglia sia stata almeno provvisoriamente perduta non significa naturalmente che sia sbagliato fare campagne per la laicità dello stato e rivendicarla anche a livello legale, con cause giudiziarie, nei tribunali. Ciò va fatto, convintamente e sempre di piú, denunciando al tempo stesso la codardia di una classe politica genuflessa, che niente fa in questo senso e che per ogni cosa deve vantare il consenso almeno di Famiglia cristiana, meglio della Cei e del Vaticano al completo.

Ma non basta, se non cambia il contesto culturale che condiziona anche i giudici “indipendenti” o i politici “laici”, ossia l’untuoso e reverente ossequio tributato in Italia e in Europa come se fossero verità profonde, alle banalità distillate dalle labbra di papi, cardinali e preti semplici avvertendoci – caso mai in duemila anni ci fosse sfuggito – che il bene è meglio del male, l’amore preferibile all’odio, il perdono alla vendetta e via ciurlando con analoghe perle di evangelica saggezza.

Fare i conti anche con Cristo

Di fronte a una religione fondamentalista come il cattolicesimo, che pretende di imporsi a chi la rifiuta, un atteggiamento “laico” non basta. È necessario entrare nel merito, combattere la dottrina cattolica come tale, mostrandone la falsità e l’immoralità; screditare le fiabe che contrabbanda per dogmi; spiegare che essa è per un decimo luoghi comuni penosi, e per i nove decimi un insieme di norme spesso contrarie ai diritti umani, che la storia della Chiesa è un’ininterrotta serie di ribalderie. Occorre anche demitizzare la figura-rifugio del Cristo, modesto rivoluzionario di altri tempi, trasfigurato dalla Chiesa in un ciarlatano pericoloso,che vende fumo ai poveri per “sistemare la casa” (come disse acutamente Agostino) ai ricchi.

Occorre demistificare e screditare il cattolicesimo perché, in Italia e in Europa, molto difficilmente ci saranno giudici disposti a portare fino in fondo una lotta per la laicità delle istituzioni, finché la Chiesa cattolica non sarà stata emarginata. Non c’è laicità senza scattolicizzazione.


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