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GALASSO E I NEO BORBONICI

Nessuna secessione sudista, solo rispetto della memoria

di GENNARO DE CRESCENZO - da Il Corriere del Mezzogiorno del 19.3.2011
sabato 19 marzo 2011
GALASSO E I NEO BORBONICI

Nessuna secessione sudista, solo rispetto della memoria

di GENNARO DE CRESCENZO *

Caro direttore, il professor Giuseppe Galasso, in una sua risposta al principe
Carlo di Borbone, evidenzia alcuni aspetti della storia del Sud pre e post-unitario. Fa anche riferimento alle parole spesso poco «assennate dei neoborbonici» e sarei onorato di sottoporgli alcune osservazioni.
Dopo venti anni di studi ordinari, una decina di esami di storia nell’università dello stesso Galasso e altrettanti trascorsi in archivio, sono diventato «neoborbonico» per necessità di provocazione, di divulgazione e di dibattito (e meno che mai di inseguire la politica o le secessioni), dopo aver letto e ascoltato esattamente le tesi esposte in quella risposta. «Non furono i Borbone a fare grandi Napoli e il Sud ma il contrario»: non si capisce perché, però, quando si parla dei Borbone, non si prendono in considerazione i meriti di chi governava e il ragionamento opposto vale, invece, quando si parla dei napoleonidi. Forse, allora, sarebbe piú giusto evidenziare che esisteva una coincidenza di capacità, aspirazioni e scelte tra governanti e governati. E a proposito di francesi, del fratello e del cognato di Napoleone, si esaltano, come al solito, riforme e rinnovamenti dimenticando i massacri e i saccheggi compiuti contro il nostro popolo (dai sessantamila
«napoletani passati a fil di spada» - Memorie del generale Thiebault - durante i cinque mesi di repubblica fino agli scempi compiuti soprattutto nelle Calabrie dopo il 1806) .

Allo stesso modo ci si esalta per la Napoli post-unitaria degli artisti, degli scienziati o delle sue «adorabili canzoni», dimenticando che in quegli stessi anni venivano massacrate migliaia di persone in tutto il Sud (altro che «brigantaggio endemico» se, come osservò lo stesso D’Azeglio: furono inviati da Torino circa duecentomila soldati per quasi dieci anni, con cifre di vittime e di carnefici mai registrate prima in Italia e in Europa).

Le stesse cifre che nessuno mi aveva mai raccontato nei miei studi ventennali «ufficiali» (altro che «lo abbiamo sempre detto»). «Il Regno di Napoli - come ammise lo stesso Croce - non si dissolveva per un moto interno, ma veniva abbattuto da un urto esterno e sia pure dall’urto di una forza italiana» (Uomini e cose della vecchia Italia). Allo stesso modo ci si dimentica che da quella stessa Napoli e negli stessi anni, a milioni, partirono i nostri emigranti in una tragedia mai registrata prima di allora e nel silenzio complice di politici e intellettuali piú disposti a difendersi e a tramandarsi (per cognomi o per idee) cattedre, ruoli, incarichi e onori che i propri popoli.

Quale «spinta morale» doveva esserci dietro il «Risorgimento» se si autorizzavano gli ufficiali sabaudi a «decapitare per comodità di trasporto» i cosiddetti «briganti» (Busta 60, Fondo Brigantaggio, Ufficio storico dello Stato maggiore dell’Esercito italiano)? E sarebbero «favole» le tesi della conquista sabauda o quella del saccheggio delle nostre banche (con quei famosi 443 milioni di lire sui complessivi 668 di tutti gli stati italiani messi insieme)? E non contano nulla i primati post-1799 relativi al Pii o al livello di industrializzazione meridionale analizzati anche recentemente dal Cnr o dai quademi della Banca d’Italia?

Se è vero che, come tutti ammettono (Galasso compreso), le classi dirigenti di Napoli e del Sud hanno tante colpe, è lecita una domanda: chi le ha formate queste classi dirigenti? I «neoborbonici»? Se è vero che dopo 150 anni di monopolio di una cultura risorgimentalista (e antiborbonica) e dopo migliaia di borse di studio, di tesi di laurea, di libri, di documentari o di film sistematicamente unilaterali, non si è stati capaci (come tutti ammettono) di costruire un’identità nazionale e ci troviamo di fronte a centinaia di giovani con le bandiere borboniche o a vendite da best-seller di libri «neoborbonici», quando leggeremo qualche parola di autocritica da parte della cultura ufficiale?

Qui nessuno insegue secessioni: chiediamo solo, dopo un secolo e mezzo, il rispetto di tutta la nostra memoria Storica e, con classi dirigenti finalmente nuove, fiere e radicate, quell’attesa «par condicio» Nord/Sud che aspettiamo dal 1861.


* Presidente dell’Associazione Neoborbonica


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