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Il sacco del Sud (1) - [2S]
2S
in tre parti

Il sacco del Sud (1)

di Santo Prontera - da Mondoperaio 3/2010
mercoledì 28 luglio 2010
Il clima in cui si va a celebrare il 150? anno dell’Unit? nazionale non ? certamente il pi? adatto alla ricorrenza. Nel prevalente discorso pubblico attuale - pesantemente condizionato dalla Lega, ben al di l? del suo peso elettorale - si stenta a riconoscere l’evento come meritevole di adeguato apprezzamento. Sembra che quel grande appuntamento storico non abbia prodotto gli esiti sperati per colpa del Mezzogiorno, inizio e fine di tutti i mali. ? veramente cos?? Per la Lega non ci sono dubbi. Tanti opinionisti, per?, di dubbi dovrebbero averne, eppure fanno da codazzo mediatico alla stessa Lega. Questo fenomeno solleva necessariamente una domanda: quale tasso di contenuto storico si pu? rintracciare in tutto ci? che si dice del paese e del Sud, e del rapporto di questo con quello? Il Sud si trova incastrato nella morsa di due realt? di diverso tipo. ? realt? la storia, ossia l’insieme dei fatti realmente accaduti; ed ? realt? anche l’insieme delle credenze che vivono nella cultura collettiva con riferimento a quei fatti. Le credenze sono realt? in quanto matrici di conseguenze concrete. Le credenze, infatti - indipendentemente dalla corrispondenza tra le stesse e i fatti - hanno il potere di generare comportamenti sociali e, in seguito a questi, anche decisioni politiche.
Nessuno deve fare sconti al Mezzogiorno per gli aspetti di debolezza che esprime sul piano sociale, politico ed etico-politico. Ma non ? interesse di nessuno -n? dello stesso Mezzogiorno n? del paese nel suo complesso- gravare la vita nazionale con una distorta visione dei fatti, che nasce dal ruolo soverchiante assunto dai pregiudizi sui giudizi. ? una situazione che scaturisce da un riciclaggio continuo dei pregiudizi di ieri e dai problemi osservati in forma istantanea e non diacronica. A furia di cavalcare i pregiudizi si finisce col dare fiato alle trombe delle posizioni leghiste da un lato ed a quelle delle contro-leghe del Sud, con il rischio di alimentare i processi di spaccatura del paese.

Il Mezzogiorno non ? un tutto negativo ed indifferenziato, ma ? almeno duplice. C’? un Mezzogiorno positivo che si oppone drasticamente al Mezzogiorno negativo. Ragionare in termini di pregiudizi, e non gi? di fatti e processi storici e politici, favorisce il secondo e danneggia il primo e l’intero paese. Il Mezzogiorno ? certamente un problema, ma non si va da nessuna parte se non si tiene presente che ? anche frutto di una storia unitaria alla quale sono mancate diverse virt?. Alla grande cultura nazionale - quando si cimenta con meriti e demeriti del Sud e del Nord - si possono addebitare peccati d’uso della scienza e, diciamo cos?, di ipo-esercizio di ruolo, ma al leghismo, che lo voglia o no, occorre pur dire, schiettamente e direttamente, come diceva Francesco Saverio Nitti, che certamente "i meridionali hanno politicamente tanti torti, ma nemmeno i torti bisogna esagerare!". [1]Una tematica come la questione meridionale, demonizzata dalla Lega, non trova ormai da tempo alcuna forma di accesso in determinati ambienti politici e culturali (anche esterni alla stessa Lega). ? tuttavia impossibile prescindere dalla stessa se si intende leggere il presente in prospettiva futura. Oggi, in pieno leghismo - sia doc che spurio - ? bene rammentare da quale storia venivano le due parti del paese all’atto dell’Unit? e cosa avvenne successivamente. Reputando condivisibile l’impostazione di alcuni studiosi e non gi? quella di chi non ? d’accordo col mettere in mezzo cause precedenti l’Unit? [2], ritengo che, per comprendere le radici pi? profonde della "questione meridionale", e quindi per lumeggiare le cause di alcuni aspetti che tribolano il nostro presente, occorra paradossalmente fare almeno qualche accenno intorno ai Comuni, ossia alle libere citt? dell’Italia centro-settentrionale che dopo l’anno Mille gradualmente sgretolarono il sistema feudale, gettando le basi della modernit? e, in definitiva, come ha tra gli altri ampiamente argomentato Luciano Pellicani [3], dell’attuale civilt? del mondo occidentale.

Nel centro-nord del paese il feudalesimo fu un portato del Sacro Romano Impero di Carlo Magno. Il sud d’Italia, in termini formali e sostanziali, non fece parte di quell’impero. Una parte costituiva una zona d’influenza carolingia esterna all’impero, un’altra parte era inclusa nell’Impero bizantino, un’altra parte ancora era sotto il dominio dei musulmani. A parte i precedenti rapporti dualistici di cui parla Giustino Fortunato [4], si pu? dire che fu nel periodo dei Comuni che il Nord e il Sud del Paese presero strade diverse. Anzi, diametralmente opposte. Da un lato il Nord usciva dal feudalesimo (iure langobardorum, frazionabile fra tutti i figli e quindi predisposto ad un indebolimento progressivo che ha facilitato l’avvento delle citt?) e dall’altro lato il Sud (che fino ad allora ne era rimasto fuori) vi entrava. In quel periodo, infatti, il Sud, per opera dei Normanni, cominciava a fare la sua esperienza feudale (iure francorum; quindi feudo trasmissibile solo al primogenito e caratterizzato da un’importanza politica pi? solida) [5]. Prima dell’avvento dei Normanni, le dinamiche socio-politiche del Mezzogiorno erano analoghe a quelle del Nord, ossia caratterizzate dalla tendenza al "particolarismo". Corrado Vivanti fa opportunamente notare che, negli stessi anni in cui i feudi del Nord si disgregano a vantaggio delle autonomie cittadine, "il particolarismo e il progressivo frazionamento del potere territoriale nel Mezzogiorno bizantino e longobardo sono invece arrestati, e il feudalesimo, nelle sue forme pi? perfezionate, impone un processo inverso, diventando la struttura portante del nuovo regno normanno" [6]. Lo stesso concetto si trova in Giuseppe Galasso: "Il particolarismo, la tendenza irrefrenabile ad un processo di progressivo frazionamento del potere territoriale era stata [...] la logica autentica della storia meridionale fino all’arrivo dei Normanni, cos? come lo era stata della storia italiana ed europea dello stesso periodo" [7].Pur con tutto il bene che si ? detto del Regnum, il dato di fatto ? questo: con l’epopea normanna, nel Sud vennero demoliti i presupposti di sviluppo che il Nord cominciava a costruirsi. Sintomatica a tal proposito fu l’esperienza di Amalfi. "Quando il Comune di Firenze era appena bambino - afferma Gaetano Salvemini - la Repubblica d’Amalfi mandava le sue navi per il mediterraneo". E il suo successo si inquadrava in un contesto sviluppato. Infatti "l’Italia meridionale, la Sardegna e la Sicilia - afferma ancora Salvemini- furono dal secolo X al XIII i paesi pi? floridi d’Italia" [8]. Prima in ordine di tempo tra le citt? marinare, Amalfi decadde non solo per i conflitti con le altre nascenti potenze navali della penisola, ma anche per la perdita di ogni autonomia. E il destino di Amalfi si tir? dietro anche quello di altre incipienti esperienze similari. Galasso fa notare che la realt? meridionale "fino all’arrivo dei Normanni appariva [...] ricca di slancio e di possibilit?" [9] e le citt? meridionali "in epoca pre-feudale avevano acquisito rilievo nelle rispettive regioni per il loro sviluppo verso un regime aristocratico di tipo (se cos? si pu? dire) paracomunale o precomunale e per la loro forza economica" [10]. La feudalizzazione blocc? questo movimento storico e lo invert? di segno rispetto al Nord.

Il regno normanno

In termini socio-strutturali di lungo periodo, dunque, la fondazione del regno normanno risult? assolutamente deleteria. Le dinamiche sociali innescate per via politica condussero il Mezzogiorno alla perdita di quei ceti che sono la base portante di una moderna societ? di mercato. A tal proposito Carlo M. Cipolla, proseguendo nel discorso visto sopra, afferma quanto segue: "Ai nastri di partenza dello sviluppo medievale, che vide subito l’Italia porsi all’avanguardia nell’economia europea, non si pu? certo dire che il Mezzogiorno giungesse in ritardo rispetto al Nord". La divaricazione avvenne dopo. Infatti i "monarchi normanni (e poi i loro successori svevi e angioini), che erano i maggiori proprietari fondiari del regno, e con essi i cavalieri, i vescovi e gli abati a cui erano andati i grandi feudi concessi dopo la conquista, avevano tutto l’interesse a dare libero corso alla pressante richiesta di grano e di materie prime del Nord e dell’Occidente. D’altra parte i mercanti italiani centrosettentrionali erano rappresentanti di potenze navali, delle quali era inevitabile coltivare l’amicizia e il sostegno. A essi i re non si facevano scrupolo di concedere favori e privilegi commerciali, che evidentemente non avevano alcun motivo di estendere ai propri sudditi. Nei confronti delle sue citt? la monarchia si sentiva semmai in pieno diritto di limitare le autonomie istituzionali, e anche le ??????libert?’ fiscali, precedenti alla fondazione del regno. Per i mercanti locali diventava difficile sostenere la concorrenza delle aristocrazie commerciali dell’Italia dei comuni, che nelle proprie libere citt?-stato erano invece riuscite a prendere in mano sia il potere economico sia il potere politico. Ad ogni modo, con il proseguire della rinascita urbana e dello sviluppo tecnologico e manifatturiero dell’Europa, tutta la struttura degli scambi si trasform? in modo da impedire alle citt? meridionali di continuare a esercitare funzioni autonome di intermediazione fra Oriente e Occidente [...] Da allora , fra le ??????due Italie’, si instaur? una sorta di divisione del lavoro e una relazione economica che non sarebbe pi? stata modificata" [11]. Sul piano storico, le conseguenze subite dalla societ? meridionale ad opera della "gabbia" politica rappresentata dal Regnum furono rovinose. Infatti "l’economia di mercato delle regioni meridionali inizi? a dipendere quasi completamente da manufatti di importazione, sia per i consumi di lusso della nobilt? feudale sia per quelli degli strati sociali medi e inferiori, e alla lunga si trov? anche in difetto di ceti artigiani e mercantili indigeni. Le citt? meridionali non avrebbero pi? avuto modo di conoscere uno sviluppo di tipo industriale e commerciale" [12].

Alla vigilia del 1900 Salvemini, riferendosi agli effetti del passato feudale sul lungo periodo come ad una delle malattie del Sud, sottolineava e precisava che tale malattia "? antichissima ed ? tutta speciale del Mezzogiorno. ? la struttura sociale semifeudale, che ? di fronte a quella borghese dell’Italia settentrionale un anacronismo [...] Nelle cause di questa malattia non c’entrano n? il clima n? la razza; le cause sono esclusivamente sociali. Nel secolo XII, al tempo dei Normanni, e nella prima met? del XIII, sotto gli Svevi, nell’Italia meridionale prevaleva la piccola propriet?; e parecchie regioni oggi infestate dal latifondo, dalla malaria e dalla prepotenza dei baroni e dei cavalieri, davano vita ad una popolazione molto pi? densa dell’attuale, laboriosa, fiorente di ricchezze. Sotto i Normanni e gli Svevi la nobilt? fu tenuta a freno e talvolta anche oppressa; gli ecclesiastici ebbero ricchezze e potere molto limitati. Il feudalesimo vero e proprio entra nel Mezzogiorno con gli Angioini [...] E la nobilt? feudale us? del suo potere come ha sempre fatto, quando ha potuto affermare la propria supremazia: i piccoli proprietari scomparvero, la campagna si spopol?, le terre comuni vennero usurpate, i diritti pi? esosi vennero riscossi dai feudatari divenuti sovrani nelle loro possessioni; e alla fine del secolo XV la rovina delle classi medie era definitivamente compiuta. La dominazione spagnola non fece che aggravare la situazione aggiungendo ai nobili indigeni nobili nuovi" [13].In definitiva, la politica del Regnum uccise proprio i ceti che altrove erano (e lo sarebbero stati sempre pi?) i protagonisti di una nuova civilt?, ossia i responsabili primari della ricchezza e del progresso materiale e intellettuale. Da questo punto di vista il Sud rappresenta una netta conferma della tesi, ampiamente documentata da Luciano Pellicani nelle sue opere [14], secondo la quale sono i fattori politici che governano la genesi e lo sviluppo delle dinamiche economiche sul piano storico (e non viceversa). Il Sud, che per certi aspetti era partito in vantaggio sui binari della storia, fu condotto dalle vicende politiche in un buio tunnel.

L’industria dei Borbone

La feudalit? nel Sud dur? fino alla sua eversione ad opera dei napoleonidi, iniziata nel 1806. In circa otto secoli, dunque, l’economia di mercato da una parte ed il sistema feudale dall’altra plasmarono in modi diversi ed opposti le due parti del paese. Eppure, come si vedr? appresso, la societ? meridionale, pur avendo perso sui patiboli del 1799 buona parte di un nucleo di classe dirigente di nuovo tipo per vedute e prospettive, non giunse all’appuntamento unitario priva di ogni presupposto di moderno sviluppo. Certamente il Nord aveva dalla sua immensi vantaggi storico - ambientali (il Nord era una normale societ? "borghese" di fronte ad un Sud semi-feudale), ma il Mezzogiorno, pur con tutti i suoi aspetti di arretratezza, giunse all’appuntamento unitario con un suo nucleo proto-industriale (comparabile con quello del Centro-Nord) che avrebbe potuto funzionare come lievito modernizzante. Sintetizzando, Nitti poteva dire che "al momento dell’unione l’Italia meridionale avea tutti gli elementi per trasformarsi" [15]. Nel momento storico dell’Unit? n? il Centro-Nord n? il Meridione erano societ? economicamente avanzate. Entrambe le aree misuravano distanze enormi rispetto alle nazioni europee pi? progredite. Tanto al Nord quanto al Sud c’erano solo barlumi e balbettii di industrializzazione. Il Sud, comunque, aveva i suoi balbettii e i suoi barlumi, che talvolta sopravanzavano quelli del Nord. Ai fini del discorso che qui si conduce, potremmo semplicemente limitarci a dire che nel Sud, quando giunse a compimento l’Unit?, era in atto un interessante processo di industrializzazione, ma, data la tenacia dei pregiudizi che rivestono l’idea del Sud, ? opportuno fornire esempi specifici del fenomeno.

Nel saggio La Provincia subordinata, Luigi De Rosa scrive che "nel 1861, come ? stato riconosciuto, Napoli e Genova rappresentavano i centri in cui si era concentrata l’industria metalmeccanica". La presenza industriale al Sud era frutto di iniziative statali e private, sia locali che straniere. "Pietrarsa, l’opificio di maggior rilievo, rivaleggiava, con i suoi 1000 tra operai e tecnici, con l’Ansaldo di Genova - Sampierdarena. Alla vigilia dell’unificazione del paese, aveva gi? costruito 22 locomotive e fornito le macchine ad alcuni vapori [...] Della costruzione di macchine a vapore si era occupata anche la Guppy e Pattison [...] Era considerata la seconda officina d’Italia". Vi era poi un "terzo complesso metalmeccanico, la Macry ed Henry", che produceva "macchine fisse a vapore e di locomobili di discreta potenza". "A questi stabilimenti - continua De Rosa - andavano aggiunti gli arsenali navali di Napoli e Castellammare di Stabia, che Nitti riconobbe essere stati, al 1861, i pi? importanti d’Italia. Nel quinquennio precedente l’unificazione politica del paese quasi ogni anno vi si era varata una nave da guerra".Non era questo l’unico settore di importanza rilevante.
"Risultati pi? consistenti - aggiunge De Rosa - si erano ottenuti nel settore tessile. In primo luogo, nell’industria del cotone [...] in attivit? alla periferia di Salerno e nel retroterra di Napoli [...] In un solo stabilimento erano concentrati 40.000 dei circa 500.000 fusi allora in attivit? in tutta Italia, con oltre 1.500 lavoratori occupati [...] Risultati confortanti si erano ottenuti, grazie alla Societ? industriale partenopea, anche nel settore della pettinatura, cardatura e filatura del lino e della canapa. Nello stabilimento di Sarno lavoravano 800 operai [...] N? si trattava dell’unico stabilimento del genere. Altri stabilimenti, meritevoli di menzione per la qualit? del prodotto, operavano in Piedimonte d’Alife, Pagani, Scafati, Salerno [...] Ancor pi? brillanti i risultati ottenuti nel settore laniero, nel quale si distinguevano i lanifici di Sava, Zino, Polsinelli, Manna, Ciccodicola. Quello di Sava [...] per fronteggiare la crescita della domanda, aveva dovuto fare ricorso a subappalti e prendere in fitto altri stabilimenti, adottando una strategia imprenditoriale che gli consentiva la massima elasticit? e adattabilit?. [...] Importante era anche l’industria della carta. Il suo prodotto [...] era largamente esportato, ad onta dell’alto costo del trasporto, sia nell’Italia centro-settentrionale (a Torino, Milano, Bologna, Firenze) sia all’estero". Uno dei fattori del successo di questa industria, dice De Rosa, era la possibilit? "di ottenere a discrete condizioni la materia prima, cio? gli stracci, i quali nel Napoletano abbonda[va]no ed [erano] di buona qualit?" [16]. Dopo l’Unit?, tuttavia, questa industria "scomparve quasi del tutto [...] a causa della fortissima diminuzione del dazio sulla esportazione degli stracci: da lire 28,25 a lire 8" [17]. A tutto questo discorso vanno aggiunti la lavorazione della seta a San Leucio, da cui erano usciti i drappi per la Reggia di Caserta, e altri settori di non trascurabile importanza. "Nel complesso -riassume De Rosa- si pu? dire che metalmeccanico, tessile, carta e cartoni erano assurti a settori - guida della trasformazione industriale [del Sud]. Va da s? che tutte le arti e i mestieri fornivano ai consumatori napoletani una vasta gamma di altri prodotti industriali, alcuni dei quali - come per esempio i guanti, i pianoforti Sievers, i vetri - avevano ricevuto un considerevole consenso anche sul piano internazionale, tanto da alimentare una non insignificante esportazione" [18].

da Mondoperaio 3/2010 - pagg. 49-64 [49-54]

[segue]

Nella seconda parte: L’unit? leonina. Nordici e sudici. Chi ha dato e chi ha avuto. La leggenda fiscale

[1F. S. Nitti, in Scritti sulla questione meridionale, pag. 453, Laterza 1958.

[2La Gazzetta del Mezzogiorno, 25 agosto 2009.

[3L. Pellicani, La genesi del capitalismo e le origini della Modernit?, Marco Editore, 2006.

[4G. Fortunato, Che cosa ? la questione meridionale, Calice Editori, 1993, pag. 20.

[5R. Romano, Paese Italia, Donzelli Editore, 1994, pag. 43.

[6C. Vivanti, Storia d’Italia, cit., pagg. 931- 932.

[7G. Galasso, Il Mezzogiorno nella storia d’Italia, Le Monnier, 1984, pag. 45.

[8G. Salvemini, Movimento socialista e questione meridionale, cit., pag. 134.

[9Galasso, cit., pag. 72.

[10G. Galasso, in Storia d’Italia, Einaudi, 1972, Vol. I, pag. 436.

[11C. M. Cipolla, Storia facile dell’economia italiana dal medioevo a oggi, Arnoldo Mondadori Ed., 1995, pagg. 21-23.

[12Ibidem, pag. 23.

[13Salvemini, cit., pagg. 73-74.

[14L. Pellicani Dalla societ? chiusa alla societ? aperta, Rubbettino, 2002.

[15Nitti, cit., pag.452.

[16L. De Rosa, La Provincia subordinata, Laterza, 2004, pagg. 4-8.

[17Ibidem, pag. 11.

[18Ibidem, pag. 8.


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