2S
Dossier sui veleni industriali e politici della Basilicata

La Basilicata avvelenata dalla Malapolitica

A cura di Maurizio Bolognetti, Prefazione Marco Cappato, Introduzione Elisabetta Zamparutti
giovedì 15 luglio 2010

LA BASILICATA AVVELENATA DALLA MALAPOLITICA

DOSSIER SUI VELENI INDUSTRIALI E POLITICI DELLA BASILICATA

A cura di Maurizio Bolognetti
Prefazione Marco Cappato
Introduzione Elisabetta Zamparutti

Prefazione
Marco Cappato
Segretario dell’Associazione Luca Coscioni

Le pagine del radicale Maurizio Bolognetti nascono come "legittima difesa", dove questa espressione ha tre significati, dei quali solo uno fa sorridere. C’?, infatti, un po’ da difendersi da uno stillicidio di sms ed e-mail, segnalazioni di video ed articoli, di inchieste e dichiarazioni, di nomi e di fatti che Maurizio fa cadere con frequenza implacabile, di giorno e di notte su di noi, i suoi compagni. Essendo tra questi, ho ritenuto di "difendermi" cos?, proponendogli di trasformare la mitragliata di messaggi in un’unica bomba, un’unica opera dove ogni vicenda fosse comprensibile anche a chi aveva perso le puntate precedenti.

Una versione - che fa seguito alla relazione sollecitata da Marco Pannella per il Congresso di Radicali italiani del Novembre 2009- ? qui pronta. Ed ? una bomba contro la folle mediocrit? di chi lascia una terra morire in silenzio, con i suoi fiumi, i suoi laghi e i suoi ... rifiuti. Infatti, gli altri due significati della "legittima difesa" non fanno venir voglia di scherzare. Perch? soltanto se la narrazione dei fatti sar? conosciuta e divulgata diventer? pi? difficile minacciare ed offendere Maurizio Bolognetti, intercettarlo e sorvegliarlo, perquisirlo e sequestrargli i pochi strumenti del suo lavoro. La "legittima difesa" di Bolognetti, dunque. Ma ne va menzionata una terza, che ? quella pericolosa, perch? ? l’unica che non ? ancora cominciata: la legittima difesa di un popolo, quello lucano, da un ceto dirigente corrotto ed incapace, obbligato dai propri stessi imbrogli a massacrare l’ambiente assieme alle regole e alla verit?.

"A che punto siamo a Tito scalo?". Questa ? la domanda che mi verrebbe sempre da usare per rispondere agli sms di Maurizio. Perch? un anno fa ci siamo stati insieme a Tito Scalo. Siamo andati in piazza con l’amplificatore a gridare della bonifica mai effettuata, della vasca dei fosfogessi, dei controlli mancati, dei dati nascosti, dei soldi andati in fumo, dell’omert? dei vertici istituzionali regionali, dei verbali ministeriali che facevano da prova delle nostre denuncie. Non c’erano le folle, ma qualche decina di persone s?. Pi? quelle sedute fuori dal bar, o sulle panchine ancora pi? lontane, che ascoltavano, anche se non dovevano farne troppa mostra. Pi? quelle che hanno ricevuto - forse, se le Poste non l’hanno mandato al macero - il nostro giornale, spedito a tutti i capifamiglia di Tito, che raccontava quello che stava accadendo alla terra che abitano. Eppure, dopo qualche pacca sulle spalle, qualche messaggio, qualche parola di incoraggiamento, pi? nulla. Maurizio mi spiega che invece altrove hanno reagito, si sono mobilitati e dati da fare. In questi casi per? accade troppo spesso che di Bolognetti sia riconosciuto qualche merito, a patto di provare a cancellare la sua identit? radicale. Il che, non essendo lui un tipo accomodante, diventa poi necessariamente anche cancellare lui. E infatti non gli ? stato possibile, nel marzo 2010, nemmeno candidarsi con la Lista Bonino-Pannella, in mezzo a un esercito di candidati, per le elezioni regionali in Basilica. Hanno provato ad aiutarlo, ad aiutarci, gli abitanti di Tito Scalo, almeno quelli che non potevano dire di non sapere? E quelli di tutti gli altri luoghi e siti infetti e avvelenati che sono scandagliati in queste pagine? Mi fermo qui. La legittima difesa nostra - dei destinatari degli sms di Maurizio - ? gi? fallita. La potenziale bomba di ragionevolezza che la sua fatica potrebbe fare esplodere ha aumentato invece che diminuire l’intensit? della smitragliata di messaggi. Il che fa ben sperare per la seconda difesa, la sua: infatti, se non avete notizie da Maurizio, e magari nemmeno dalla forza pi? discreta di sua moglie Maria Antonietta, allora c’? da preoccuparsi davvero. Per il terzo fronte, quello della grande bonifica politica e ambientale, non c’? spazio per ottimismi e disperazioni. Solo non stanchiamoci di cercare quel popolo che potrebbe realizzarla. Non stanchiamoci di chiedere "a che punto siamo a Tito scalo?".
Roma, 8 luglio 2010 - Marco Cappato

Introduzione
On.Elisabetta Zamparutti
Membro della Commissione Ambiente della Camera

Esiste in Italia una congiura del silenzio sui delitti commessi dalla classe politica che riguarda certamente anche la situazione lucana. Da parlamentare Radicale "eletta" in questa Regione ritengo questo un fatto da analizzare innanzitutto con il PD per decidere se superarlo.

La Basilicata ? per me un banco di prova dell’idea che abbiamo di Governo del Paese, del modello di sviluppo economico ed energetico che intendiamo perseguire. Parliamo di una Regione tra i primi posti in Italia per decessi da malattie tumorali, la cui incidenza ? in costante crescita rispetto al resto del Paese. Parliamo di una Regione dove la sovrapposizione tra ente controllore e controllato, certamente in materia ambientale, ? una costante. Sar? anche per questo che l’Arpab, l’ente preposto ai controlli ambientali regionali, di nomina regionale, pur dicendo di effettuare i monitoraggi non li rende pubblici impedendo interventi tempestivi in materia di rischi ambientali. Penso alla Trisaia di Rotondella, alle 2,7 tonnellate di rifiuti radioattivi ad alta attivit? qui stoccati, dove l’ente gestore, la Sogin, ha operato e probabilmente ancora opera in regime di sostanziale autocontrollo e con l’Arpab che si limiterebbe a convalidarne i dati. Penso alla Val d’Agri, ai suoi 55 pozzi in produzione esentati finora dai controlli dell’istituendo (da 12 anni!) "Osservatorio ambientale sulla Val d’Agri" che sar? comunque al soldo dell’ENI, societ? protagonista dell’attivit? estrattiva. Penso al silenzio tenuto per almeno un anno dall’Arpab (2008-2009) sul fatto che l’inceneritore Fenice immette mercurio e altre sostanze cancerogene nel fiume Ofanto e che comunque, prima durante e dopo il periodo di omertoso silenzio dell’ente regionale di controllo, nessuno ha provveduto a far fermare. Penso a come, nonostante il monitoraggio dell’Arpab, le analisi sulle acque del Pertusillo, di Monte Cutugno, della Camastra e di Savoia Lucania - invasi che riforniscono acqua sia per usi potabili che irrigui - realizzate in forma assolutamente indipendente, grazie al contributo di Radicali Italiani, Associazione Luca Coscioni e Nessuno tocchi Caino, da Maurizio Bolognetti con l’ausilio del tenente di polizia Giuseppe di Bello, abbiano evidenziato un grave inquinamento di origine biologica per la presenza di colibatteri fecali (dovuta a cattivo funzionamento dei depuratori) e di origine chimica per la presenza di bario e boro (dovuta probabilmente alle perforazioni petrolifere). Lascia interdetti la tempestivit? della magistratura lucana che, attenendosi ai soli dati Arpab e senza alcuna verifica su quanto emerso dalle contro-analisi, ha messo sotto processo per aver divulgato i dati dell’inquinamento delle acque degli invasi lucani chi quelle contro-analisi ha voluto e fatto e che nulla si sa invece delle numerose denunce in merito alle situazioni ambientali del sito di bonifica di Tito Scalo, dell’inceneritore Fenice e della Val Basento presentate da Maurizio Bolognetti. Saranno solo le immagini dei pesci che galleggiano morti in acque putride o quelle dell’alga rossa che sta proliferando nel Pertusillo - non per il calore, come ha asserito l’Arpab, ma per l’inquinamento a testimoniare almeno di fronte all’opinione pubblica (perch? poi un conto sono le verit? processuali, altro sono le verit? storiche) chi aveva ragione? Credo di no, anche se sappiamo bene che in questa Regione come in questo Paese tutto opera affinch? noi Radicali, e con noi le istanze di legalit? e trasparenza, si possa arrivare solo fino a un certo punto e non oltre. Ma noi ci rivolgeremo alle sedi di denuncia e giurisdizione sovranazionali per chiedere il rispetto di quanto stabilito dai patti internazionali sul diritto al "libero accesso alle informazioni, alla partecipazione ai processi decisionali e all’accesso alla giustizia in materia ambientale" (art 1 Convenzione di Aarhus ratificata dall’Italia con legge n. 108 del 16 marzo 2001). Ma intanto chiedo: fino a quando Vincenzo Sigillito deve restare a presidiare pi? che presiedere l’Arpab? Fino a quando le denuncie sulle mattanze da Tito Scalo alla Val Basento resteranno nei cassetti delle procure? Fino a quando la voce di Maurizio Bolognetti dovr? restare una voce fuori dal coro, non perch? sia stonata, ma perch? evidentemente segue uno spartito del tutto diverso e alternativo?
Roma, 8 luglio 2010 - Elisabetta Zamparutti

La Basilicata avvelenata dalla malapolitica

Di Maurizio Bolognetti

Premessa

Discariche al collasso, discariche abusive, discariche che inquinano; monnezza che si sposta da una parte all’altra della regione; raccolta differenziata che non ? mai decollata, smaltimento illecito di rifiuti pericolosi; il pi? grande inceneritore d’Europa (Fenice-EDF), che continua ad inquinare la falda acquifera del fiume Ofanto; controlli ambientali carenti e dati nascosti; sorgenti inquinate e Siti di bonifica di interesse nazionale non bonificati; fosfogessi radioattivi e fanghi di perforazione; fogne che scaricano a cielo aperto e veleni che finiscono nelle dighe; inchieste su reati ambientali che vanno in prescrizione o che scompaiono in qualche Procura e veleni interrati in cave o pozzi; societ? che agiscono in autocontrollo e malattie tumorali in aumento in tutta la regione. Sullo sfondo la lunga mano delle ecomafie. Proveremo a raccontare un contesto fatto di illegalit? e di mancata assunzione di responsabilit?; una realt? in cui, per dirla con le parole di Marco Pannella, "la strage di legalit? ha sempre per corollario, nella storia, la strage di vite e di popoli." In Basilicata, per usare le parole di Roberto Saviano, "il puzzo del malaffare ? coperto dalle parole rassicuranti di quelli che ripetono a oltranza che tutto va bene".

La Rifiuti connection lucana

Da mesi, in qualche caso da anni, attendiamo di conoscere l’esito di indagini aperte su alcune situazioni di inquinamento ambientale. Negli ultimi mesi ci siamo occupati dei due Sin lucani(Sito di bonifica di interesse nazionale), che da tempo attendono di essere bonificati(un tema che andrebbe affrontato su scala nazionale). Luoghi dimenticati e da far dimenticare, grazie alla nostra azione, sono tornati ad esistere, a creare imbarazzo in chi da anni ? incapace di governare certe "emergenze". E’ il caso della vasca fosfogessi di Tito scalo con il suo carico di veleni e dell’area di Ferrandina con i veleni che hanno inquinato falde acquifere e terreni. Dopo la nostra iniziativa sono stati stanziati un po’ di soldi per le bonifiche dei SIN, ma siamo ancora nella fase di Mise(Messa in sicurezza d’emergenza) e di caratterizzazione. Lontani da una vera bonifica. In compenso abbiamo scoperto che a Ferrandina(MT), all’interno di un Sin non bonificato, hanno consentito l’insediamento di un’azienda, che il Ministero dell’Ambiente ha inserito nell’elenco delle fabbriche suscettibili di provocare incidenti rilevanti. L’azienda in oggetto scarica i suoi reflui industriali nel fiume Basento. Qualche mese fa, il Corpo forestale dello Stato ha aperto un’inchiesta di cui si sono perse le tracce, come avvenuto per l’inchiesta sull’inceneritore Fenice, aperta oltre un anno fa dalla Procura di Melfi. Nella Val D’Agri, cuore delle estrazioni petrolifere in Italia, dopo oltre 10 anni si ? avviata un’indagine epidemiologica. Ad oggi, per?, i monitoraggi sull’emissione in atmosfera di idrogeno solforato e di biossido d’azoto continuano ad essere carenti. Alcuni medici e la totalit? dei cittadini della Val D’agri da anni denunciano una notevole crescita delle malattie tumorali nell’area delle estrazioni. Analoga denuncia arriva dall’area dell’inceneritore Fenice e da altre zone della Lucania, come Tito scalo e la Val Basento. In uno studio redatto da alcuni medici dell’istituto superiore di sanit?, in collaborazione con l’Istituto Tumori di Milano, si afferma che in Basilicata l’incidenza delle malattie tumorali cresce come in nessun’altra parte d’Italia. Il paradosso lucano sta nel fatto che chi mette le mani nelle nostre vite, negando giustizia, producendo avvelenamenti, saccheggiando il territorio, dorme in pace, mentre chi denuncia e prova a raccontare, il sonno lo perde. Viviamo in un paese in cui il diritto di accesso alle informazioni in materia ambientale sembra essere una chimera. Eppure, il nostro paese, sia pur con ritardo, ha recepito la Convenzione di ?rhus.

La Basilicata e le ecomafie
Il rapporto di Legambiente sulle Ecomafie e le dicerie sugli "untori"

Nella prefazione al rapporto sulle ecomafie, pubblicato da Legambiente, Roberto Saviano commenta un dato che dovrebbe far riflettere: la "ecomafie spa" ricava dal traffico di rifiuti 20 miliardi di euro all’anno. Afferma Saviano: "Come per il Narcotraffico, il fare affari con i rifiuti, sotterrare scorie tossiche, devastare intere aree, ha permesso alle organizzazioni criminali o a semplici consorterie imprenditoriali di accumulare capitali poi necessari per specializzarli in altri settori." Il rapporto sulle ecomafie pubblicato da Legambiente conferma ancora una volta che il Sud ? la pattumiera d’Italia. Con 20 miliardi di incassi, la "ecomafie spa" ? una delle aziende pi? solide del nostro paese. Nell’Italia, fiaccata dalla crisi, il traffico di rifiuti continua a garantire ottimi guadagni e non conosce flessioni. Trafficare in rifiuti conviene, anche perch? si rischia poco e si guadagna tanto. Nel rapporto di Legambiente troviamo una conferma all’allarme che in questi anni abbiamo ripetutamente lanciato. In materia di reati ambientali, se rapportiamo i reati alla popolazione residente, la Basilicata si colloca al terzo posto in Italia, subito dopo la Calabria e la Sardegna; ma se consideriamo le infrazioni relative alla normativa penale sui rifiuti, la Basilicata, considerando il rapporto reati abitanti, si colloca al primo posto, sopravanzando Calabria e Campania. Scrive Legambiente: "Infatti, se i numeri in termini assoluti delle infrazioni accertate vedono la Basilicata in fondo alla classifica regionale(16? gradino), la situazione si inverte se consideriamo il numero delle infrazioni in base alla popolazione(incidenza ogni 10000 abitanti ndr)." Insomma, contrariamente a quello che pensa il Presidente della Giunta regionale Vito De Filippo, di recente ascoltato dalla Commissione bicamerale sul ciclo dei rifiuti, la situazione ? preoccupante. Del resto, va da s?, che se davvero si vuoi capire l’incidenza di un fenomeno in un determinato territorio, i numeri vanno rapportati alla popolazione residente. E proprio da un’attenta lettura del dossier di Legambiente emerge che la provincia di Matera, con 87 reati accertati e un’incidenza del 4,3 ogni 10 mila abitanti, ? seconda in classifica solo dopo Vibo Valentia(5,6 reati ogni 10 mila abitanti). La Basilicata con la sua densit? abitativa(59 abitanti per km quadrato) ? un luogo ideale per lo smalti mento di rifiuti tossici e pericolosi.

Current Tv - La Tv di Al Gore si occupa della Basilicata

L’isola che non c’?

Il 25 novembre del 2009, sull’emittente Current Tv (Canale 130 di Sky) di propriet? dell’ex vice presidente Usa AI Gore, va in onda un documentario/video-inchiesta dal titolo "Rifiuti connection". Vito Foder?, autore con Pietro Dommarco dell’inchiesta, dagli studi di Current la presenta cos?: "Una vera e propria bomba ecologica a cielo aperto: ? la Basilicata, una delle regioni pi? sconosciute del mezzogiorno d’Italia. Nel silenzio e nella falsa immagine di isola felice si nascondono pesanti eredit? e interessi multinazionali legati allo smaltimento dei rifiuti tossici. Un sistema, quello della "rifiuti connection lucana’ ambientalmente ed economicamente insostenibile. Uno scandalo taciuto nella pi? totale indifferenza. Per far luce su una delle zone d’ombra pi? oscure del nostro paese, siamo andati in Basilicata, dove ai briganti di un tempo sono subentrati i criminali di oggi: i poteri forti che hanno trasformato la monnezza in oro. "

Nel documentario troviamo tutti i temi di cui l’Associazione Radicali Lucani si ? occupata, ad iniziare dalla vicenda della vasca fosfogessi di Tito(video-inchiesta su Fai Notizia del luglio 2009).

L’attuale Presidente del Consiglio regionale della Basilicata, Vincenzo Folino, nel corso di un’audizione presso la V Commissione consiliare permanente, afferma: "Ho visto un servizio su Canale 130. Francamente sconcertante, perch? tutti in questo Paese si dilettano a intervenire, fra cui soggetti istituzionali, creando anche allarme." Lo stesso Folino, parlando della vasca Fosfogessi, dice: "al di l? del fatto che bisogna insistere, lo fanno anche taluni di questi che poi spesso vanno fuori binario perch?, lo ricordiamo, negli ultimi mesi ci sono state diverse prese di posizione (Bolognetti, Zamparutti ed altri). .. "

Poche settimane dopo l’audizione, ho avuto modo di intervistare il sindaco di Tito, Pasquale Scavone(vedi Fai Notizia, 26 gennaio 2010). Nell’intervista, il primo cittadino afferma che nella vasca fosfogessi sono stati stoccati anche fanghi di perforazione provenienti dalle estrazioni petrolifere. La notizia rimane un’esclusiva di Radio Radicale e Fai Notizia. Nessuno ritiene opportuno approfondire.

Il Poliziotto e il Magistrato

Un inquirente, che per ragioni fin troppo ovvie preferisce conservare l’anonimato, tempo fa rispondendo ad alcune domande mi ha detto: "Abili a censire le discariche abusive. Mai ad intercettare un solo camion. Mille metri cubi di porcherie occupano una striscia di terreno di 100 metri, larga 10 metri ed alta un metro. Detto cos? sembra poca cosa, ma mille metri cubi di spazzatura significano anche 100 camion che devono portarla. O chi controlla il territorio ? cieco o i camion sono invisibili. Continuo a dire che se non analizziamo i patrimoni, anche in forma casuale, dei dipendenti pubblici non se ne esce." L’inquirente citato, come altri che nel corso degli anni hanno indagato sul fronte della "rifiuti connection lucana", ? stato messo in condizione di non nuocere. A dicembre 2009 ho incontrato l’ex Procuratore della Repubblica di Matera, Nicola Maria Pace, che ha indagato a lungo sul traffico di rifiuti in Basilicata. Il dr. Pace ? stato di recente ascoltato dalla Commissione bicamerale che si occupa del ciclo dei rifiuti e in quella sede, parlando dell’itrec di Rotondella(MT), ha affermato: "Mi riferisco alla giacenza per quanto riguarda l’impianto Itrec di Rotondella di 2,7 tonnellate di rifiuti radioattivi ad alta attivit?, giacenti in strutture ingegneristiche di contenimento, che gi? vent’anni fa avevano mostrato i segni dell’usura ed erano gi? scaduti, secondo il gergo tecnico utilizzato in sede di analisi di rischio, e che, essendo stati corrosi e avendo manifestato cedimenti strutturali, avevano dato luogo a tre rilevanti incidenti nucleari".

In un’intervista, rilasciata alla Gazzetta del Mezzogiorno, il dr. Pace afferma: "Ma andiamo oltre e diciamo che in Italia abbiamo una produzione di rifiuti che obiettivamente pu? essere smaltita con le normali strutture esistenti solo nella misura del 30 per cento. Fisiologicamente la rimanente parte viene avviata a mercati paralleli, tra cui quello illegale. ? gi? una condizione di grave rischio, tra l’altro da tempo rilevata a livello di ministeri, ? un dato di partenza su cui interviene la criminalit? capace di gestire questo mercato nero dei rifiuti. AI piccolo cabotaggio provvede la piccola manovalanza e alle situazioni pi? complesse quella organizzata, da qui le ecomafie, le cui centrali possono agire su scala internazionale, appoggiate anche da entit? di livello superiore. I territori delle nostre realt? scarsamente presidiati e della cui fragilit? abbiamo gi? detto, finiscono per diventare terreno fertile per vari tipi di illegalit?. Non ultime quelle mascherate dall’offerta di posti di lavoro. Un copione che si ripete attraverso strutture che altrove sarebbero state rifiutate perch? realizzate in violazione a tutte le norme in materia di gestione dei rifiuti."

"Il Tour della Monnezza"

"Emergenza" rifiuti in salsa lucana

I problemi inerenti al ciclo dei rifiuti in Basilicata arrivano da lontano e la piccola Basilicata, anche se potr? sembrare paradossale, vive da tempo una situazione emergenziale che ricorda quanto avvenuto nella vicina Campania. Proprio come in Campania, il disastro ambientale lucano ? frutto dello scontro tra i due monopoli che hanno letteralmente sabotato negli anni la raccolta differenziata: quello "arcaico" dei clan delle discariche, che da sempre inquinano terreni, e quello "tecnologico" delle lobby degli inceneritori, che eliminano le discariche, ma inquinano l’aria con micidiali emissioni, furani e polveri sottili. Il paradosso lucano ? tutto nella lettura dei dati Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale). La produzione dei rifiuti in Basilicata ? passata dalle 237.261 tonnellate del 2004 alle 228.215 tonnellate del 2008. La produzione procapite di rifiuti ? passata dai 398 kg del 2004 ai 386 del 2008. La Basilicata ? la regione italiana che fa registrare il pi? basso tasso di produzione procapite di rifiuti, in una realt? che nel 2009 ha fatto registrare un ulteriore decremento demografico(-1722 residenti). Eppure, la piccola Basilicata in materia di trattamento dei rifiuti indossa una bella maglia nera: produce poca spazzatura, ma ? al terzultimo posto per quanto riguarda la raccolta differenziata, con una percentuale di poco superiore al 9 per cento. I dati Ispra dicono che tra il 2006 e il 2009 la percentuale di rifiuti conferita in discarica ? cresciuta del 20%. L’80% dei rifiuti prodotti finisce in discarica e la restante parte viene incenerita. Il compostaggio, che potrebbe risolvere molti problemi e favorire la raccolta differenziata da parte dei comuni, ? invece pari allo 0%, perch? non esistono impianti funzionanti. Oggi, parlare di ciclo dei rifiuti in Basilicata significa parlare del "Tour della monnezza" denunciato dalla Ola(Organizzazione Lucana Ambientalista) e di discariche che collassano e inquinano il nostro territorio. Si fa un gran parlare di raccolta differenziata, ma risulta evidente che la Basilicata continua a viaggiare sul pericoloso e poco virtuoso binario discarica/inceneritori. Poco virtuoso, ma di certo redditizio per qualcuno e anche utile per chi fa della regione Basilicata una meta per lo smaltimento illecito di rifiuti. Buona parte delle discariche lucane ? stata costruita con uno scarso livello di impermeabilizzazione, senza un sistema di collettamento e recupero energetico biogas e senza gran parte degli accorgimenti che impediscono la contaminazione con le matrici ambientali a contatto. E i risultati si vedono: da Ferrandina a Senise, passando per Tricarico, Potenza (Pallareta), Maratea, Moliterno, Colobraro, un lungo elenco che assomiglia ad un bollettino di guerra e racconta l’incapacit? di una classe dirigente che non ha saputo, e in qualche caso non ha voluto, innescare una gestione virtuosa del ciclo dei rifiuti. Nella regione che ospita due SIN(Siti di bonifica di interesse nazionale) non bonificati, con veleni che da tempo inquinano le falde acquifere e la terra, anche dalle discariche arriva un contributo all’avvelenamento delle falde, delle dighe e dei terreni. A Tricarico(MT), il 30 aprile 2009, il NOE accerta che presso la locale discarica di Rsu (Rifiuti solidi urbani) sono stati smaltiti rifiuti speciali pericolosi, provenienti da una conceria di Avellino. Le cronache parlano di 4 persone denunciate. Un caso isolato? Per niente. A spulciare le cronache ne troviamo altri. Dicevamo di discariche che inquinano alcune aree della Basilicata: ? il caso della dismessa discarica di Rsu di Ferrandina(MT), un altro "non luogo lucano" dimenticato e, forse, da far dimenticare. La discarica in oggetto ? stata ubicata in una zona franosa; i pericolosissimi percolati, mescolati alle argille, hanno creato un micidiale mix di melme tossiche. Il disastro di oggi era scritto nella relazione di due geologi (D’Ecclesiis e Lorenzo), pubblicata sul periodico "Geologia, ambiente e Territorio" con il titolo "Frane ed evoluzione rapida lungo il fosso Camardi". Mai come in questo caso si pu? parlare di un dissesto idrogeologico figlio del dissesto ideologico. In "Basilicata land to land", il giornalista Freelance Andrea Spartaco parla di "rivoli di percolato nel fiume e pecore che mangiano erba contaminata". Lo stesso Spartaco scrive: "Il disinteresse per una visibile situazione di rischio ? il vero dato allarmante. L’omert? per il posto in cui si vive, per la possibilit? di contaminazioni alimentari. Gli animali faranno il latte, poi verranno i prodotti caseari, infine, li mangeremo, chiamandoli "tipici" o "locali"." Il percolato, con ogni probabilit?, ? finito nel torrente Velia, anch’esso affluente del martoriato Basento. L’Associazione "Ambiente e legalit?" sostiene che non ci sia pi? traccia del progetto riguardante la dismessa discarica di localit? Casalemi.

Chiudiamo un capitolo, quello della discarica di Ferrandina, e ne apriamo un altro, relativo alla discarica comunale di Senise(PZ), dismessa nel maggio del 2004. Nell’aprile 2009, il Corpo forestale dello Stato sequestra la discarica dismessa. La Forestale riscontra lungo il corso d’acqua denominato Fosso Palombara "un evidente stato d’inquinamento delle acque". Gli agenti della Forestale verificano che l’inquinamento ? stato provocato dall’immissione di percolato proveniente dalla vecchia discarica di Senise. In base a quello che leggiamo sul sito del Corpo Forestale dello Stato, "il liquido inquinante" aveva raggiunto anche la diga di Montecotugno. Particolare non irrilevante, la discarica ? ubicata a pochi metri in linea d’aria dalla Diga di Montecotugno(uno dei bacini idrici pi? importanti d’Europa), in c/da Palombara e in un’area a rischio frana. Come se non bastasse, la discarica comunale di Rsu ubicata in c/da Fossi, e utilizzata prima dell’entrata in funzione della discarica di c/da Palombara, sta lentamente "camminando" verso valle, in un punto che si ricongiunge proprio a Fosso Palombara. Insomma, la monnezza sta franando verso la diga. Potr? sembrare incredibile, ma in localit? Fosso Palombara il "Piano provinciale dei rifiuti" ha previsto l’ubicazione di una discarica da 300000 mc di rifiuti speciali. Una nuova discarica a ridosso dell’invaso di Montecotugno e in una zona a rischio frana! Verrebbe da chiedersi se sia una decisione saggia e assennata quella di ubicare una discarica di rifiuti speciali in prossimit? di una diga e in una localit? a rischio frana. A Senise la parola frana fa riaffiorare i dolorosi ricordi del 26 luglio 1986, quando un movimento franoso di grandi dimensioni provoc? la morte di 8 persone e la distruzione di un gruppo di fabbricati di recente costruzione. Il Professor Troncone(Universit? della Calabria), in un documento intitolato "Un?analisi della frana di Senise", afferma:"iI collasso si ? verificato a seguito di un fenomeno di rottura progressiva indotto dall’esecuzione di uno scavo di sbancamento ai piedi del pendio." La ditta che dovrebbe costruire la discarica di rifiuti speciali in localit? Fosso Palombara, la Ageco Srl di Tito scalo, si ? impegnata a versare al Comune di Senise una royalty del 5% ed ad assumere una ventina di lavoratori.

Dalla Provincia di Potenza ci spostiamo di nuovo in provincia di Matera e per la precisione a Colobraro(MT), dove, il 28 maggio di quest’anno, i Carabinieri, a seguito di una denuncia da parte di alcuni agricoltori, hanno accertato la fuoriuscita di percolato dalla discarica di Rsu di propriet? della Comunit? montana Basso Sinni di Tursi. La discarica posta sotto sequestro era stata riaperta dopo un periodo di stop dovuto a lavori di adeguamento successivi ad una frana. Ritornando alla Provincia di Potenza e a Potenza citt?, si potrebbe citare la discarica di Pallareta, che oltre ad essersi esaurita ? anche inquinante.
Si potrebbe continuare a lungo con l’elenco di discariche legali e abusive che inquinano il territorio e di certo ci si potrebbe chiedere se in alcune di queste discariche non siano stati smaltiti rifiuti pericolosi. Quel che ? certo, ? che la nave del ciclo dei rifiuti solidi urbani della Basilicata sta affondando e che la crisi viene affrontata a colpi di ordinanze emergenziali, con i costi di smaltimento che lievitano e la monnezza che viaggia da un capo all’altro della regione. Nella realt? che abbiamo provato a tratteggiare sorge spontanea una domanda: a chi giova e a chi ha giovato l’emergenza rifiuti lucana? Mentre si continua a viaggiare sul binario discariche/inceneritori e la raccolta differenziata langue, i costi di smaltimento dei rifiuti sono passati in poco tempo da 103 a 170 euro a tonnellata. Chi fa affari con la monnezzopoli lucana? Perch? una regione come la Basilicata, scarsamente popolata e con una densit? abitativa di 59 abitanti per km quadrato, non ? riuscita in tanti anni ad innescare un ciclo dei rifiuti virtuoso? Chi guadagna con la costruzione e la gestione delle discariche, con gli inceneritori e il trasporto della monnezza e con inceneritori camuffati da centrali a biomassa? Uno dei capitoli pi? interessanti della vicenda rifiuti lucana lo registriamo con il fallimento dell’Alesia. L’Alesia nasce nel 2000 a Latronico (PZ) ed ? uno dei primi esempi in Italia di societ? a capitale misto. Di fatto, l’Alesia ? stata semplicemente un contenitore clientelare a disposizione del ceto partitocratico. Dieci anni dopo, Alesia ? fallita nel peggiore dei modi, con strascico giudiziario e con i piatti che volano tra parte "privata" e parte "pubblica". Il 6 giugno, il titolare della Econergy srl, parlando del fallimento di Alesia, ha accusato la parte pubblica, affermando che "esponenti politici locali" avrebbero socializzato i costi caricandoli sulla societ? mista e privatizzato gli utili a favore della ditta che da dieci anni gestisce la discarica di Lauria(PZ). Particolare curioso, dalla lettura della visura camerale storica dell’Alesia srl apprendiamo che nel 2006 la Bioeco srl, societ? in liquidazione, cede le sue quote alla Ecoenergy srl. Bioeco ed Ecoenergy hanno entrambe la loro sede sociale a Potenza in Via dell’Edilizia. La Bioeco, in base alle ipotesi formulate dagli inquirenti, risulta coinvolta nello smaltimento dei fanghi stoccati nella vasca fosfogessi di Tito Scalo. Su Fai Notizia abbiamo postato una lunga intervista al sindaco di Latronico, nella quale il primo cittadino parla della vicenda Alesia. A Marzo, a Latronico(meno di 5000 abitanti) la raccolta dei rifiuti si ? bloccata per 8 giorni.
Temo che, andando avanti di questo passo, la vicenda rifiuti lucana potrebbe concludersi con una bella gestione commissariale. E, come insegna l’esperienza campana, non c’? niente di meglio in Italia, per oliare certe ruote, che una bella "emergenza".

Le responsabilit? di un fallimento annunciato

In attuazione delle direttive 91/156/CEE sui rifiuti, 91/689jCEE sui rifiuti pericolosi e 94/62CE sugli imballaggi e sui rifiuti da imballaggio, nel 1997 viene varato il cosiddetto "Decreto Ronchi". Gli artt. 19-20-21 del decreto disciplinano le competenze di Regioni, Province e Comuni per ci? che concerne il ciclo dei rifiuti; l’art.22 parla di "Piani di gestione dei rifiuti". Per capire fino in fondo come vanno ripartite le responsabilit? del fallimento lucano giover? citare proprio alcuni articoli del Decreto Ronchi, che nel 2006 ? stato sostituito dal D.LGS 152.

Le competenze in materia di rifiuti stabilite dal "Decreto Ronchi"

Art. 19 (Competenze delle Regioni) - "Sono di competenza delle Regioni, nel rispetto dei principi della normativa vigente e del presente decreto: la predisposizione, l’adozione e l’aggiornamento, sentiti le Province ed i Comuni, dei piani regionali di gestione dei rifiuti di cui all’art.22; la regolamentazione delle attivit? di gestione dei rifiuti, ivi compresa la raccolta differenziata di rifiuti urbani, anche pericolosi, con l’obiettivo prioritario della separazione dei rifiuti di provenienza alimentare, degli scarti di prodotti vegetali e animali, o comunque ad alto tasso di umidit?, dai restanti rifiuti; la promozione della gestione integrata dei rifiuti, intesa come il complesso delle attivit? volte ad ottimizzare il riutilizzo, il riciclaggio, il recupero e lo smaltimento dei rifiuti ... "

Art. 20 (Competenze delle Province) - "Alle Province competono, in particolare: le funzioni amministrative concernenti la programmazione e l’organizzazione dello smaltimento dei rifiuti a livello provinciale; l’individuazione, sulla base delle previsioni del piano territoriale di coordinamento di cui all’articolo 15, comma 2, della legge 8 giugno 1990, n. 142 , ove gi? adottato, e delle previsioni di cui all’articolo 22, comma 3, lettere c) ed e), sentiti i Comuni, delle zone idonee alla localizzazione degli impianti di smaltimento e di recupero dei rifiuti urbani, con indicazioni plurime per ogni tipo di impianto, nonch? delle zone non idonee alla localizzazione di impianti di smaltimento e recupero dei rifiuti; l’organizzazione delle attivit? di raccolta differenziata dei rifiuti urbani e assimilati sulla base di ambiti territoriali ottimali delimitati ai sensi dell’articolo 23 ... "

Art. 21 (Competenze dei Comuni) - "I Comuni effettuano la gestione dei rifiuti urbani e dei rifiuti assimilati avviati allo smaltimento in regime di privativa nelle forme di cui alla legge 8 giugno 1990, n. 142 e dell’articolo 23; I Comuni disciplinano la gestione dei rifiuti urbani con appositi regolamenti che, nel rispetto dei principi di efficienza, efficacia ed economicit?, stabiliscono in particolare: le modalit? del conferimento, della raccolta differenziata e del trasporto dei rifiuti urbani al fine di garantire una distinta gestione delle diverse frazioni di rifiuti e promuovere il recupero degli stessi(Ndr - Nel caso della societ? mista Alesia di quale efficacia ed economicit? parliamo?). .. "

Art. 22 (Piani Regionali) - "Le Regioni, sentite le Province ed i Comuni, nel rispetto dei principi e delle finalit? di cui agli articoli 1, 2, 3, 4 e 5, ed in conformit? ai criteri stabiliti dal presente articolo, predispongono piani regionali di gestione dei rifiuti assicurando adeguata pubblicit? e la massima partecipazione dei cittadini, ai sensi dell’articolo 25 della legge 7 agosto 1990, n. 241. I piani regionali di gestione dei rifiuti promuovono la riduzione delle quantit?, dei volumi e della pericolosit? dei rifiuti. Il piano regionale di gestione rifiuti prevede inoltre: i criteri per l’individuazione, da parte delle Province, delle aree non idonee alla localizzazione degli impianti di smaltimento e recupero dei rifiuti, nonch? per l’individuazione dei luoghi o impianti adatti allo smaltimento dei rifiuti; le iniziative dirette a limitare la produzione dei rifiuti ed a favorire il riutilizzo, il riciclaggio ed il recupero dei rifiuti ... "

Art. 23 (Gestione dei rifiuti urbani in ambiti territoriali ottimali) - "Salvo diversa disposizione stabilita con legge regionale, gli ambiti territoriali ottimali per la gestione dei rifiuti urbani sono le Province. In tali ambiti territoriali ottimali le Province assicurano una gestione unitaria dei rifiuti urbani e predispongono piani di gestione dei rifiuti, sentiti i Comuni, in applicazione degli indirizzi e delle prescrizioni del presente decreto ... " Art. 24 - In ogni ambito territoriale ottimale deve essere assicurata una raccolta differenziata dei rifiuti urbani pari alle seguenti percentuali minime di rifiuti prodotti: 15% entro due anni dalla data di entrata in vigore del presente decreto; 25% entro quattro anni dalla data di entrata in vigore del presente decreto; 35% a partire dal sesto anno successivo alla data di entrata in vigore del presente decreto ... "

Il piano regionale dei Rifiuti 2001

Il 2 febbraio 2001, il Consiglio regionale della Basilicata approva la legge n06, avente ad oggetto "Disciplina delle attivit? di gestione dei rifiuti ed approvazione del relativo piano". Nel declamare i principi ispiratori della legge, all’art. 2 si afferma che "La Regione e gli enti locali, nell’esercizio delle funzioni di cui alla presente legge, sono tenuti a dare attuazione ai seguenti principi: favorire la raccolta differenziata, la selezione e la valorizzazione delle frazioni di rifiuti urbani raccolte separatamente;prevenire e ridurre la produzione e la pericolosit? dei rifiuti."

Il Piano provinciale dei rifiuti 2008

Nel luglio del 2008, la Provincia di Potenza aggiorna e completa il "Piano provinciale di organizzazione della gestione dei rifiuti". Nella premessa si afferma: "La necessit? di aggiornare la sezione dei rifiuti solidi del Piano di Gestione dei Rifiuti della Provincia di Potenza deriva essenzialmente dal mutato quadro di riferimento normativo con i nuovi obblighi introdotti dal D.LGS 152/2006 e dal D.LGS N? 4 del 2008 in termini di trattamenti ed obiettivi di raccolta differenziata. Sul piano locale non si registra una chiara frenata nel ritmo di incremento delle produzioni pro capite; tale dato insieme al mancato raggiungimento degli obiettivi di raccolta differenziata e al ritardo di realizzazione degli impianti di trattamento previsti dal vigente piano di gestione, richiede una redistribuzione della potenzialit? complessiva del sistema di raccolta-movimentazione e trattamento dei rifiuti solidi urbani(RSU)."

A questo punto risulter? chiaro che, in una scala gerarchica, le responsabilit? della fallimentare gestione del ciclo dei rifiuti in terra di Basilicata vanno attribuite, nell’ordine, alla Regione, alle Province, alle ATO e ai Comuni. Il Decreto Ronchi affermava che entro il 2003 in ogni "ambito territoriale ottimale" bisognava raggiungere il 35% di raccolta differenziata. Tredici anni dopo, la raccolta differenziata in Basilicata non raggiunge nemmeno il 10%, gli impianti di compostaggio, che potrebbero favorire la raccolta, sono pari a zero e 1’80% della monnezza finisce in discariche che, come abbiamo visto, in molti casi inquinano il territorio e in qualche caso ospitano rifiuti pericolosi. In compenso, per migliorare la gestione della monnezza, con il decreto Ronchi sono nate le AATO(Autorit? d’ambito territoriale ottimale). Sul sito dell’AATO della Provincia di Potenza c’? scritto che "L’AATO ha il compito di organizzare e coordinare il ciclo unitario dei rifiuti urbani, secondo criteri di efficacia, efficienza ed economicit?. Obiettivi prioritari sono il recupero, riciclaggio, riutilizzo e smaltimento in sicurezza dei rifiuti, da realizzare attraverso un sistema "integrato" di impianti e di attivit? connesse, finalizzate a superare la frammentazione oggi esistente nella gestione dei rifiuti ed a garantire l’autosufficienza tecnologica ed organizzativa ... "
Nell’aprile del 2009, l’ex assessore regionale all’Ambiente Vincenzo Santochirico annuncia urbi et orbi che le AATO lucane passeranno da due a una. Dal suo sito, l’Assessore afferma:
"L’unificazione dell’Ambito ottimale rappresenta una scelta virtuosa da parte della Regione Basilicata, che ha voluto tagliare i costi introducendo un unico organismo, anzich? i due provinciali, con la conseguente riduzione dei consiglieri d’amministrazione che passano da 22 a 11. La nuova organizzazione risponde all’obiettivo di fare del ciclo dei rifiuti un ’occasione di modernizzazione compatibile e competitiva per la regione, all’insegna dell’innovazione, della tutela e della salute. "

Se non si trattasse dello stesso assessore all’ambiente, che ha malamente gestito le "emergenze" ambientali lucane e se la situazione del ciclo rifiuti con relativo "Tour della monnezza" non peggiorasse a vista d’occhio, verrebbe quasi da credergli.

Nel febbraio 2010, a ridosso del voto regionale, l’ex Presidente della Provincia di Potenza, Sabino Altobello, viene nominato commissario unico dell’Ato Rifiuti Basilicata. Su Melfilive.it, Altobello dichiara: "Nell’avvicendarmi con i presidenti dei cessanti Ato, Brancale per quella di Potenza, Giordano per Matera, voglio innanzitutto esprimere il mio ringraziamento per quanto svolto in questi anni. Il futuro di un Ente cos? importante, come l’Ato Rifiuti Basilicata, che dovr? operare per realizzare ai pi? alti livelli il ciclo integrato dei rifiuti, passa anche attraverso il lavoro svolto fino a ieri, con attenzione e competenza, dai due presidenti".
Cos? vanno le cose in terra di Basilicata: Sabino Altobello, Presidente di quella Provincia che partorisce il sopra citato e non attuato "Piano provinciale dei rifiuti", viene nominato all’Ato regionale e il suo ex assessore all’ambiente con delega ai rifiuti viene nominato Presidente dell’Acta di Potenza(Azienda per la tutela e la cura dell’ambiente). Che dire? C’? da esprimere l’auspicio che la raccolta differenziata cresca percentualmente in relazione al decrescere dei consiglieri d’amministrazione dell’Ato.

La gestione del ciclo dei rifiuti in terra di Basilicata ? l’inevitabile prodotto di una realt? che nega diritto, diritti, legalit?, giustizia, conoscenza, trasparenza. La peste lucana si manifesta anche attraverso un misconosciuto e taciuto avvelenamento di porzioni importanti del territorio regionale.
Forse non c’? da stupirsi se i piani provinciali e regionali, nati per dare attuazione a leggi e decreti nazionali, che a loro volta hanno recepito con anni di ritardo direttive comunitarie, sono rimasti a marcire nei cassetti, disattesi e boicottati. Non c’? da stupirsi se, anzich? far nascere una gestione virtuosa del ciclo integrato dei rifiuti, la partitocrazia lucana ha prodotto un apparente caos emergenziale, che promette ulteriori affari sul fronte della monnezza.

Appalti, trasporti, discariche, finti impianti a biomasse, consulenze, presidenze, consigli di amministrazione e partecipate che servono a fare affari e a moltiplicare clientele: il mondo dorato della monnezza made in Basilicata promette ancora effetti speciali.

Gli sviluppi del Caso Fenice /Arpab

Bombe al mercurio e silenzi omertosi

"In questo clima di festosa provincialit?, i nostri amministratori si sono dimenticati che l’acqua della falda nel nostro territorio ? stata pesantemente inquinata da metalli molto pericolosi per la salute pubblica (mercurio, nichel, cadmio, piombo)." - Gazzetta del Mezzogiorno, 7 aprile 2009

Cos? si esprimevano i cittadini del Vulture-melfese pochi giorni dopo aver scoperto che le falde acquifere del fiume Ofanto erano state inquinate dall’inceneritore Fenice. La vicenda, che ha per protagonisti Fenice-Edf e l’Agenzia regionale per la Protezione ambientale della Basilicata, merita di essere raccontata. Essa assurge ad emblema di un sistema che da troppo tempo nega ai cittadini della Basilicata il diritto a poter conoscere i dati dei monitoraggi ambientali.

In Basilicata, nell’area industriale di San Nicola di Melfi, ? in funzione dal 2000 l’inceneritore Fenice di propriet? della francese EDF. Fenice ? il pi? grande inceneritore d’Europa e tratta oltre 65000 tonnellate all’anno di rifiuti urbani ed industriali. Il 3 agosto del 2009, la francese EDF ha dato vita ad una "joint-venture" con l’Enel, che operer? nel settore del nucleare civile. La societ?, denominata "Sviluppo nucleare Srl", avr? il compito di realizzare gli studi di fattibilit? per la costruzione in Italia di almeno 4 centrali nucleari con la tecnologia di terza generazione avanzata EPR. EDF ? quotata alla borsa di Parigi ed ? membro del Cac 40.

Fenice-Edf si traduce in Basilicata con inquinamento delle falde acquifere. Infatti, da almeno 30 mesi, due anni e mezzo, l’inceneritore Fenice inquina la falda acquifera del fiume Ofanto con mercurio e alifati clorurati cancerogeni.

Da mesi i cittadini lucani attendono risposte dalla Procura della Repubblica di Melfi. A settembre del 2009 ho presentato un esposto indirizzato alla Procura della Repubblica di Potenza, ipotizzando l’omissione di atti d’ufficio a carico di alcuni dirigenti dell’Arpab. Ad oggi non ho ricevuto risposta alcuna.
La vicenda Fenice potrebbe essere sintetizzata con le dichiarazioni rese alla stampa, il 20 ottobre del 2009, dal Direttore dell’Agenzia regionale per l’ambiente Vincenzo Sigillito:
"L’Arpab non era tenuta ad informare le istituzioni entro tempi determinati, rispetto all’inquinamento provocato da Fenice. Se l’avessimo detto prima a cosa sarebbe servito? A creare allarmismo?"(il Quotidiano della Basilicata).
Sigillito, oltre a tentare un maldestro depistaggio, rilascia dichiarazioni sorprendenti, che fanno a pugni con il D.LGS 152/2006 e con la convenzione di Aarhus, allineando il suo pensiero a quello del coordinatore provinciale dell’Arpab, dottor Bruno Bove. Il Dottor Bove, infatti, il 25 settembre 2009 aveva dichiarato al TGR Basilicata: "Gi? dal marzo del 2008 eravamo a conoscenza dei livelli preoccupanti di mercurio nella falda, ma non spettava al nostro Ente lanciare l’allarme per legge ? Fenice a dover comunicare entro 24 ore il superamento della soglia. "

Sigillito e Bove probabilmente non hanno mai letto un testo che ? di fondamentale importanza per chi ha il compito istituzionale di difendere l’ambiente e la salute dei cittadini. Il testo in oggetto ? il Decreto legislativo 152/2006(Norme in materia ambientale) e segnatamente l’art. 244 che recita: "Le pubbliche amministrazioni che nell’esercizio delle proprie funzioni individuano siti nei quali accertino che i livelli di contaminazione sono superiori ai valori di concentrazione soglia di contaminazione, ne danno comunicazione alla regione, alla provincia e al comune competenti."

Proviamo a chiarire meglio la vicenda. Marzo 2009: l’Arpab comunica al Sindaco di Melfi "il superamento della concentrazione di soglia delle acque sotterranee". Le analisi Arpab documentano la presenza nella falda acquifera del fiume Ofanto di agenti inquinanti cancerogeni. Pochi giorni dopo, anche Fenice-Edf comunica al sindaco di Melfi un "superamento delle concentrazioni di soglia." Tutto in ordine, direte voi. Assolutamente no! L’Arpab, come accertato da un’inchiesta sul campo condotta dall’Associazione Radicali Lucani, era a conoscenza fin dal gennaio 2008 di un inquinamento in atto della falda acquifera, con presenza di mercurio anche 140 volte superiore ai limiti previsti dalla legge. L’Arpab per 15 mesi ha negato al Sindaco di Melfi e ai cittadini il diritto a poter conoscere i dati dei monitoraggi effettuati. E’ dunque evidente che Sigillito e Bove, oltre a non aver letto il D.lgs 152/2006, non hanno letto nemmeno la Convenzione Aarhus(Danimarca - 25 giugno 1998), ratificata dall’Italia con la legge 108/0l.

Convenzione di Aarhus che afferma alcuni elementari principi:

  1. 1) Necessit? di garantire che qualsiasi persona fisica o giuridica abbia il diritto di accedere all’informazione ambientale detenuta dalle autorit? pubbliche o per conto di esse, senza dover dichiarare il proprio interesse;
  2. 2) necessit? della messa a disposizione di informazioni da parte delle autorit? pubbliche e della diffusione dell’informazione ambientale anche tramite tecnologie di informazioni e comunicazioni;
  3. 3) necessit? di chiarire la portata dell’informazione ambientale comprensiva, in qualsiasi forma, delle notizie sullo stato dell’ambiente, sui fattori, le misure o le attivit? che incidono o possono incidere sull’ambiente, le analisi costi benefici, l’informazione sullo stato della salute e della sicurezza umana, compresa la contaminazione della catena alimentare, le condizioni della vita umana.

Fatto sta che i cittadini lucani hanno potuto conoscere una parte dei monitoraggi(Febbraio 2008 - settembre 2009) effettuati sulle matrici ambientali acqua e terra dell’area in cui ? insediato l’inceneritore Fenice, solo grazie all’azione e all’iniziativa politica dei Radicali.

Da mesi, per?, siamo ritornati alla totale assenza di trasparenza, ai "panni sporchi che si lavano in famiglia". Il 4 novembre 2009, il direttore dell’Arpab, ascoltato dalla II commissione permanente regionale, ha dichiarato: "L’Arpab non ha effettuato analisi sulle acque di monitoraggio nell’ambito di Fenice dal 2002." Eppure, la delibera della Giunta regionale n. 304 del 25 febbraio 2002 trasferiva all’Arpab "la rete di monitoraggio della qualit? dell’aria e delle indagini volte alla caratterizzazione delle matrici ambientali nell’area del melfese". Il 5 novembre 2009, il Quotidiano della Basilicata titola:"Pasticcio Arpab:mancherebbero i dati sull’inceneritore dal 2002 al 2006." Domanda maliziosa: i dati 2002-2006 non ci sono o qualcuno li ha convenientemente distrutti o occultati?

Di certo, sostenendo che non ci sono, quelli dell’Arpab hanno definitivamente respinto l’assalto di chi, come i Radicali, chiedeva di poterli consultare.

Il 18 maggio 2010, il direttore dell’Arpab, ascoltato dalla Commissione Bicamerale sul ciclo dei rifiuti, rompe il reiterato muro di omert? e segretezza, affermando: "Oggi posso dire che la maggior parte dei parametri ? molto rientrata a differenza del mercurio, c’? ancora mercurio ... stiamo tentando di venirne a capo in via definitiva." Dopo 30 mesi dall’inizio dell’evento inquinante, e ad oltre un anno dalla comunicazione del marzo 2009, il dottor Sigillito, che aveva tentato anche un maldestro depistaggio, comunica in sede di bicamerale che il mercurio c’? ancora, ma che stanno tentando di venirne a capo!!!! Verrebbe da chiedere al dottor Sigillito e alla EDF: di quanto sono rientrati gli altri parametri, cio? gli alifati clorurati cancerogeni? E di quanto il mercurio supera la soglia stabilita dal DLGS 152/2006? Cosa ? successo tra il 2002 e il 2006? Di certo, oggi pi? di ieri, ? lecito chiedersi quando sia davvero iniziato l’inquinamento delle falde acquifere del fiume Ofanto. E se davvero i dati 2002-2006 non ci sono, cosa ? successo in quel periodo? Fenice ha assunto la duplice veste di controllore e controllato, cos? come ? avvenuto per l’Eni in Val D’Agri?

Luigi Rizzella, cittadino del Vulture, il 12 novembre 2009, da voce alla sua rabbia scrivendo:
"In tutta la zona di san Nicola di Melfi ci sono i terreni dei nostri agricoltori dove si coltivano e producono quelle delizie che ci lusingano e ci spingono ad andare a comprare dal parente o conoscente di fiducia in modo da poter dichiarare che mangiamo solo cose sane senza insetticidi e fertilizzanti vari, peccato che siano innaffiate con un po’ di Nikel e Mercurio. "

Forse Rizzella esagera, o forse no. Di certo le sostanze presenti in falda, di cui si ? avuta notizia solo nel marzo 2009, sono nocive e cancerogene. Di certo, il 28 ottobre 2009, il dottor Giuseppe Morero afferma: "Lo dico da medico, il tasso di diffusione dei tumori proprio nel Vulture sembra troppo alto. E’ vero che non ? stata dimostrata correlazione, ma il dato che si manifesta nelle zone attorno all’impianto del termovalorizzatore dovrebbe almeno far pensare." Le parole di Morero, dalle quali si percepisce un legittimo timore, sono cadute nel vuoto, come quelle di altri medici condotti, che pronunciano a mezza bocca analoghe parole, in altre aree della Basilicata. In Basilicata, chiss? perch?, si preferisce puntare sul binomio discarica-inceneritori. Il dottor Sigillito vanta buoni rapporti con Fenice, tant’? che nel novembre 2008 partecipa ad un incontro con Patrick Lucciconi, amministratore delegato di Fenice-EDF, intitolato "la promozione di forme di partecipazione pi? trasparenti e sinergiche con le realt? locali in un’ottica di governance territoriale." Nel corso dell’incontro Sigillito dichiara: "L’Arpa Basilicata considera il termovalorizzatore una risorsa estremamente positiva per il territorio lucano a maggior ragione in un momento in cui la regione ? costretta a fronteggiare la problematica dello smaltimento rifiuti."

Forme di partecipazione pi? trasparenti? Alla luce di quanto emerso viene da sorridere. E ancor di pi? sorridiamo amaro se ripensiamo alla frase che il direttore dell’Arpab ci ha rivolto nell’ottobre del 2009 dalle pagine della Nuova del Sud: "I Radicali fino a prova contraria non rappresentano un’istituzione per cui non sono tenuto a fornire loro i dati."

La verit? ? che alla luce di quanto avvenuto a partire da novembre 2009, alla luce delle dichiarazioni pronunciate in Commissione da Sigillito, L’Arpab e il Dipartimento ambiente regionale, la Provincia e il Comune di Melfi non hanno ancora compreso che ? un diritto dei cittadini poter accedere facilmente ai monitoraggi delle matrici ambientali, anche quelle che ufficialmente non esistono, e che non si pu? scherzare con la salute di un’intera popolazione. Il dottor Sigillito e il Dipartimento ambiente della Regione Basilicata, e in generale l’intero ceto dirigente lucano, pensano che le questioni ambientali, i dati inerenti i monitoraggi, siano questioni riservate a pochi eletti e che il popolo bue "che non capisce e non sa leggere i dati" non debba sapere. Per il suo bene, naturalmente.

Il 22 maggio 2010, con Elisabetta Zamparutti abbiamo chiesto nuovamente le dimissioni del direttore dell’Arpab. Nel Comunicato, pubblicato su radicali.it, abbiamo scritto: "ci chiediamo anche come sia possibile che, in queste condizioni, Fenice continui ad operare. Osiamo sperare che in terra di Basilicata le indagini non si facciano solo a carico di cronisti che hanno voglia di fare il loro mestiere. "

Dopo pochi giorni, il Direttore dell’Arpab ha replicato alla richiesta di dimissioni, scrivendo:
"Per cui non se ne abbia a male l’on. Zamparutti: le dimissioni del sottoscritto da lei reclamate, forse pi? per tacitare qualche frustrato compagno di partito che non per reale convinzione personale, arriveranno solo quando mi si dimostrer? dove ho sbagliato." Che dire? Come si fa a non essere frustrati quando si sbatte perennemente contro un muro di gomma? Quando si vive in un contesto in cui le attivit? di monitoraggio ambientale sono, volendo usare un eufemismo, carenti? Come si fa a non essere frustrati quando si vive in una realt? in cui la difesa dell’ambiente e del diritto alla salute viene spesso subordinata ad interessi altri?
La vicenda Fenice di certo non si chiude qui. Noi continueremo a rivendicare il diritto dei cittadini lucani a poter conoscere per deliberare, continueremo a porre domande. Prima di chiudere questo capitolo, ancora qualche informazione di servizio.

Dicembre 2009 - Un’inchiesta della Corte dei Conti coinvolge due Giunte regionali e la Metapontum Agrobios, societ? interamente partecipata dalla Regione Basilicata. Il nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza afferma che "nel corso del quinquennio 2004/2009 sono stati erogati alla Metapontum Agrobios 12 milioni di euro per servizi che potevano essere di competenza dell’Arpab, realizzando risparmio della spesa pubblica per quell’importo." Anche il Presidente della Metapontum, come il Direttore dell’Arpab, ? nominato dalla Giunta regionale. In buona sostanza, la Corte dei Conti afferma che con i fondi girati ad Agrobios si ? realizzato un inutile sperpero di denaro pubblico. La Regione finanzia L’Arpab per gli stessi servizi commissionati ad Agrobios.

Febbraio 2010 - Il settimanale L’Espresso pubblica un articolo in cui si parla, pensate un po’, proprio di Fenice. Nell’articolo, a firma Fittapaldi-Schinaia, ? dato leggere di fanghi pericolosi smaltiti presso l’inceneritore Fenice-Edf come rifiuti innocui. I cronisti raccontano di un coinvolgi mento della Fiat: "Dall’Arpa di Frosinone, l’agenzia dell’ambiente che ha effettuato i test, alcuni ricordano che nello stabilimento Fiat di Cassino le prime analisi furono effettuate nel lontano 2004, e gi? allora i risultati evidenziarono livelli troppo alti di metalli pericolosi e cancerogeni come il nichel. "

Febbraio 2006 - L’ottava sezione della Corte di Giustizia Europea condanna alcune regioni italiane per il mancato obbligo ad elaborare e comunicare i piani di gestione dei rifiuti pericolosi. Tra queste regioni troviamo la Basilicata.

Giugno 2006 - L’allora Consigliere regionale Egidio Di Gilio definisce Fenice un "oggetto misterioso" e aggiunge: "non si sa con precisione la provenienza e la "natura" dei rifiuti speciali e nocivi che sono "lavorati" nell’impianto".

Verrebbe da chiedersi: ma quante cose ci hanno nascosto? E quanti in questi anni hanno aperto bocca solo per ottenere in cambio uno strapuntino, barattando il silenzio con qualche dorata poltrona o qualche consulenza?

Perch?, infine viene da chiedersi, nessuno si ? costituito parte civile contro Fenice-Edf, ad iniziare dal Comune di Melfi?"

L’Arpab e la sede di Matera

Rispetto alla realt? dell’agenzia regionale per l’ambiente, aggiungiamo qualche informazione utile. L’Arpab paga, per l’affitto della sede di Matera, ventiduemila euro al mese al signor Castellano, a cui vanno aggiunti altri sessantamila euro all’anno per la manutenzione ordinaria, versati allo stesso Castellano. Totale 324000 euro all’anno, che per sei anni(la durata del contratto) fanno 1.944.000 euro. L’affitto per Matera ? decisamente fuori mercato.

A Matera, Castellano significa Semataf, una societ? che gestisce un impianto per il trattamento di rifiuti pericolosi. Nell’oggetto sociale della Semataf, cos? come risultante dalla lettura della visura camerale storica, leggiamo quanto segue: "la societ? ha quale oggetto sociale la costruzione e gestione, in conto proprio e/o di terzi, di sistemi per la depurazione dei reflui industriali e per lo stoccaggio, il trattamento e lo smaltimento dei rifiuti in genere, ivi inclusi i rifiuti industriali, ospedalieri, urbani e di ogni altra tipologia e provenienza. " (Vedi video su Fai Notizia)

Chiare fresche e dolci acque

Storia di merda e di depuratori nella Basilicata Saudita

"Prima ancora che un bacino petrolifero, la Basilicata ? un bacino idrico che d? da bere a due regioni". (Maria Rita D’Orsogna, esperta di inquinamento da idrocarburi, docente dell’University Northridge Mathematics Department di Los Angeles, in California.)

Se visitate il sito internet di AQL(Acquedotto Lucano) vi accorgerete che nella home page, in buona evidenza, si trova un link intitolato "Rimborso depurazione". Il link ? apparso dopo che una sentenza della Corte Costituzionale (n? 335 deIl’11/10/2008) ha affermato che non ? dovuto il canone di depurazione se la depurazione delle acque non viene effettuata.

Mercoled? 10 dicembre 2008, sul sito dell’Adiconsum Basilicata appare un comunicato stampa dal titolo "I consumatori incontrano il Presidente Nardozza". Il prof. Angelo Nardozza ? il Presidente dell’Autorit? d’Ambito territoriale Ottimale(AATO). Nel comunicato si parla di un incontro avente per oggetto "la restituzione da parte dell’Ente acquedottistico dei canoni illegittimamente percepiti, negli ultimi dieci anni, dagli utenti del servizio idrico non serviti da impianti di depurazione".

Che la rete fognaria e di depurazione della Basilicata non sia tra le migliori d’Italia ? cosa arcinota, tant’? che nel dossier "Mare Monstrum 2009", redatto da Legambiente, si parla di "allerta" per quanto riguarda la condizione delle foci dei fiumi Agri e Basento, che vengono indicate come fortemente inquinate. Nel dossier ? dato leggere: "Per la Basilicata dati fortemente negativi sono stati registrati alle foci dei fiumi. Una situazione che non stupisce, considerando che la rete di depurazione regionale arriva a coprire solo il 74% del territorio, lasciando la Basilicata al quart’ultimo posto nella classifica delle regioni italiane per capacit? di servizi di depurazione e fognatura."
Quello che Legambiente non dice ? che ci sono seri dubbi sul funzionamento della rete di depurazione; dubbi su quel 74 per cento di territorio che risulta coperto.

Non pochi paesi lucani hanno reti fognarie che scaricano a cielo aperto. E’ il caso di Castro nuovo Sant’Andrea(Vedi inchiesta su Fai Notizia/Storie di merda e di depuratori), i cui reflui fognari finiscono nel torrente Serrapotamo e da l? nel fiume Sinni che alimenta l’invaso della diga di Montecotugno. Ma il modello Castronuovo appartiene anche ad altri comuni dell’area sud della Basilicata, quali Chiaromonte, Fardella, Calvera e Carbone, le cui fogne dovevano essere collegate al depuratore consortile di Senise.

La rete fognaria di Castronuovo doveva essere collettata al depuratore consortile di Senise, ma il collegamento non ? mai stato effettuato e la stessa situazione vale anche per altri paesi dell’area sud della Basilicata. Quello che vale per l’area sud si replica anche nel materano, a Salandra e Tricarico, e ancora problemi di scarichi fognari a cielo aperto si segnalano anche nel potenti no, a Muro Lucano, San Costantino Albanese e Rivello.
Giugno 2010 - I Carabinieri del Noe appongono i sigilli al depuratore di Ferrandina. Nel comunicato del NOE leggiamo di "rifiuti speciali, costituiti dai fanghi di depurazione" che "non sono stati smaltiti nel rispetto delle prescrizioni imposte dalla normativa ambientale. "

Marzo 2010 - I Carabinieri del Noe sequestrano l’impianto di depurazione di c/da Pantano(Matera). Sul portale Sassilive scrivono: "L’impianto, gestito dalla societ? "Giuzio srl" di Potenza e che serve la rete fognaria del Comune di Matera, ? risultato non in regola con la normativa vigente, in quanto, per il trattamento dei reflui, venivano utilizzate anche le vasche di essiccazione di un analogo impianto adiacente e ormai dismesso e, quindi, il trattamento avveniva in luogo diverso da quello autorizzato. Il processo descritto e rivelato risulta particolarmente dannoso per l’ambiente, in quanto le acque da trattare non compiono il ciclo completo che determina, appunto, la depurazione, come invece sarebbe dovuto accadere. I liquami, conferiti all’impianto, catalogati come "Liquame civile", "Reflui civili" o "Fossa biologica", provenivano, inoltre, da diversi luoghi di produzione e venivano trasferiti con autobotti per lo smaltimento, effettuato sulla base di contratti stipulati dalle ditte appaltatrici con Acquedotto lucano Spa, nonostante l’impianto in questione fosse privo della prescritta autorizzazione per lo smaltimento dei rifiuti e inadeguato per capacit? depurative. "

Dicevo appunto di depuratori inesistenti, ma anche di un serio punto interrogativo sul funzionamento della rete di depurazione esistente. Potrei continuare, ma sono certo che a questo punto la situazione sia fin troppo chiara ed eloquente.
Inquinamento delle falde acquifere nel vulture-melfese, nella Val Basento, nella Val d’Agri, inquinamento degli invasi, di fiumi e torrenti e sorgenti inquinate(vedi Acqua dell’abete). La cronaca recente e passata testimonia di una situazione che mette a grave rischio fiumi, dighe e coste lucane. L’attacco alle risorse idriche lucane, che offrono acqua anche alla Puglia(vedi invasi di Senise e del Pertusillo), proviene da molteplici fattori, uno di questi va identificato con certezza nella rete fognaria e di depurazione delle acque reflue. Il problema, per?, non pu? essere limitato agli impianti di depurazione, ma ? collegato anche ai percolati che fuoriescono dalle discariche, alle estrazioni petrolifere effettuate anche in prossimit? di importanti bacini idrici, allo stoccaggio illegale di rifiuti di varia natura, a scarichi industriali abusivi(vedi Val Basento), ai veleni provenienti dalla vasca fosfogessi di Tito scalo e a quelli dell’area diaframmata, ai Siti di bonifica di interesse nazionale dove l’interesse latita da tempo.

La Basilicata assente dal monitoraggio nazionale dei pesticidi nelle acque

Potr? sembrare incredibile, ma se scaricate dal sito dell’Ispra(Istituto superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) i dati inerenti al monitoraggio 2007-2008 dei pesticidi nelle acque superficiali e sotterranee, vi accorgerete che la Basilicata, insieme alla vicina Calabria, ? l’unica regione italiana a non aver comunicato dati. Eppure, la Basilicata ? una regione agricola, che fa abbondante uso di pesticidi e fertilizzanti. In materia ? di certo interessante la riflessione fatta dal movimento "No scorie Trisaia", che riferendosi all’inquinamento dell’invaso del Pertusillo afferma: "se non esistono monitoraggi sull’inquinamento da pesticidi e fertilizzanti nel sistema idrico regionale, come si pu? risalire ad un eventuale inquinamento causato dalle aziende agricole non in regola? Senza considerare che molti prodotti chimici sono presenti anche nei solventi usati dall’industria petrolifera e che la rete di monitoraggio degli inquinanti petroliferi, messa su dopo dieci anni di estrazioni petrolifere, parte gi? male se non ha raccolto questi dati." La domanda di "No Scorie" ? pi? che pertinente, ma temo che nella Basilicata saudita si preferisca subordinare la tutela ambientale alla salvaguardia di altri interessi. Spesso si ha la sensazione che i cittadini lucani, in un rapporto costi-benefici, siano il costo da pagare. Un costo che si traduce in inquinamento ambientale e aumento delle malattie tumorali(vedi capitolo dedicato).

AQL e ARPAB sulla rete di depurazione

Ci? che ? davvero incredibile ? che la situazione disastrosa della rete di depurazione ? documentata proprio da Acquedotto lucano e dall’Arpab, cio? da coloro che non hanno esitato ad accusarmi di "procurato allarme" quando ho sollevato la questione della qualit? delle acque invasate nelle principali dighe lucane. Sul suo sito Web, Aql afferma che lo stato di "conservazione e di gestione dei depuratori" rappresenta "la maggiore criticit? gestionale" ereditata dalla SPA nata nel 2002.

In un documento dell’Arpab (Agenzia regionale per la Protezione ambientale), intitolato "Gestione sostenibile delle risorse idriche" (scaricabile dal sito dell’ISPRA) si riferisce dello stato della rete di depurazione in Basilicata.

La premessa al documento, a dire il vero, non ? delle migliori. Scrive, infatti, L’Arpa Basilicata:
"La Regione Basilicata, pur non avendo adottato il "Piano regionale di Tutela delle Acque", dal dicembre 1999 ha conferito ad un gruppo di lavoro, costituito da rappresentanti dei vari enti regionali coinvolti nella tutela e gestione delle acque e dell’Universit? della Basilicata, l’incarico di collaborare alla conduzione di attivit? di ricerca, dati e analisi, finalizzate alla stesura del Piano". Tale attivit? ? stata oggetto di una prima delibera Regionale(DGR N? 669 del 23 marzo 2004), relativa alla "Definizione dello stato conoscitivo dei corpi idrici per la redazione del piano regionale di tutela delle acque. " Ad ogni buon conto, nel documento dell’Arpab c’? scritto che i depuratori funzionanti sono 173 su un totale di 241.

L’inquinamento degli invasi e il "disegno criminoso"

Montecotugno, Pertusillo, Camastra

Montecotugno - La diga di Montecotugno(Senise) ha una capacit? di 530 Mmc ed ? uno dei pi? importanti bacini idrici d’Europa. Le acque della Diga di Montecotugno vengono utilizzate per il 55,2% dalla Regione Puglia e per la restante parte dalla Regione Basilicata. In Basilicata, le acque della diga di Senise vengono utilizzate prevalentemente per scopi irrigui(41,9%) e per un 3% per uso potabile; in Puglia, invece, l’acqua proveniente da Monte Cotugno viene utilizzata prevalentemente per usi potabili(40,4%). La diga di Montecotugno viene alimentata dal fiume Agri.

Pertusillo - La diga del Pertusillo(Spinoso) ha una capacit? di 155 Mmc. Le acque del Pertusillo vengono utilizzate per il 65% dalla Regione Puglia(prevalentemente ad uso potabile) e per la restante parte dalla Basilicata(prevalentemente ad uso irriguo).

Camastra - L’invaso della Camastra, completato nel 1970, serve la citt? di Potenza ed ha una portata massima di 32 Mmc di acqua. Come viene ottimamente illustrato dal sito dell’Autorit? di Bacino della Basilicata, 1’80% delle acque della diga della Camastra vengono erogate per uso potabile, mentre il 13% ? destinato ad uso irriguo e la restante parte per uso industriale.

Nel gennaio 2010, il tenente della Polizia Provinciale Giuseppe Di Bello mi invia delle analisi inerenti le acque invasate nelle dighe della Camastra, del Pertusillo e di Montecotugno, tre dei principali invasi lucani. Le analisi fanno sorgere forti dubbi sulla qualit? delle acque invasate nelle dighe in oggetto e mostrano una presenza di inquinanti biologici(Coliformi fecali) e chimici (Bario e Boro). L’8 gennaio inizio a porre alcune doverose domande e divulgo i dati ricevuti, che, manco a dirlo, non erano stati pubblicati e messi a disposizione dei cittadini da chi ne aveva competenza(Arpab e Dipartimento Ambiente). Contestualmente, chiedo alla Regione che vengano svolti al pi? presto controlli ed analisi ad ampio spettro per capire la reale situazione degli invasi. La risposta alle mie domande non tarda ad arrivare ed inizia un autentico tiro al bersaglio, una sorta di caccia all’uomo, dove l’accusa pi? carina che mi viene mossa ? quella di "Procurato allarme". A turno intervengono Il Dipartimento Ambiente, L’Aql, l’Unibas, l’AATO; il Prefetto di Potenza si reca presso la sede di Acquedotto lucano e l? va in onda la scena madre, con l’alto funzionario che beve un bicchiere d’acqua offertogli da un dirigente di Aql. Insomma, un linciaggio in piena regola e quasi senza possibilit? di replica, laddove quando la replica c’? stata ? servita pi? che altro ad alimentare la dose di insulti e bastonate. Il clou arriva il 14 gennaio e porta la firma dell’editorialista della Nuova del Sud, Nino Grasso, oggi portavoce del Presidente della Giunta regionale Vito De Filippo. In un articolo al curaro Grasso arriva ad insinuare che sono al soldo delle multinazionali dell’Acqua minerale, ma forse giover? riportare alcune delle affermazioni dell’ex cronista della Nuova: " .... Con una superficialit? a dir poco irresponsabile, alimentata - presumiamo - dall’ansia preelettorale di conquistare qualche voto in pi? alle prossime regionali di fine marzo, il segretario dei Radicali lucani, Maurizio Bolognetti, s’? reso protagonista nei giorni scorsi di un "procurato allarme" sociale, denunciando a mezzo stampa la presunta "contaminazione" dell’acqua contenuta negli invasi lucani e destinata ad uso potabile ... " E’ facile presumere per? che, al di l? degli aspetti formali legati alla trasmissione dei dati ufficiali, la mossa di Santochirico si configuri come qualcosa di pi? di un puro atto di cortesia nei confronti della magistratura potentina. Tanto pi? che qualcuno potrebbe,a giusta ragione, interrogarsi sui contraccolpi economici provocati da una sorta di "aggiotaggio" in favore delle societ? di acque minerali .... L’allarmismo creato in questi giorni da forze politiche minoritarie, interessate a conquistare una visibilit? mediatica altrimenti loro preclusa da un peso elettorale inesistente, ? stato un atto indegno ed esecrabile di superficialit?, che speriamo di non vedere pi? replicato in televisione e sulle pagine dei giornali. "

La penna di regime Nino Grasso invia un messaggio forte e chiaro per conto terzi: "che speriamo di non vedere pi? replicato in televisione e sulle pagine dei giornali."

Tra le poche voci che manifestano sostegno, quella dell’ambientalista materano Pio Abiusi, che in una lettera datata 20 gennaio 2010 scrive: "Bolognetti sta dicendo il vero. Santochirico (ex assessore all’ambiente ndr) mistifica. Bolognetti ha detto nelle acque degli invasi c’? bario che potrebbe venire dai lavori di perforazione e residui fecali che vengono di sicuro dagli impianti di depurazione non efficienti. L’Aato stessa ha detto che il nostro sistema di depurazione va rivisitato quindi, Bolognetti, ? credibile. Per ci? che riguarda i lavori di perforazione e di estrazione, a dieci anni dall’inizio delle attivit?, lo stesso De Filippo ha ammesso che non si ? fatto nulla in materia di monitoraggio. Tutto vero quindi. Hanno messo in campo l’Arpab ma non ? credibile, non gi? per le analisi ma, in questo caso o forse pure, per il modo di fare di Sigillito. Impianti di depurazione che fanno schifo e ce ne sono molti non in funzione o addirittura doppioni inutilizzati vedi il caso di Francavilla. Monitoraggio sul bacino petrolifero inesistenti."

Il 21 Gennaio decido di effettuare dei prelievi sugli invasi e consegno ad un laboratorio privato, la Biosan di Vasto (CH), i campioni d’acqua prelevati dalle dighe della Camastra, di Montecotugno e del Pertusillo. All’operazione assiste il Tenente della Polizia Provinciale Giuseppe Di Bello. Il 27 gennaio, la Biosan mi comunica i risultati delle analisi, che trasformano i dubbi in certezze: l’acqua della Camastra, del Pertusillo e di Montecotugno ? scadente; c’? un’inquietante presenza di Bario(sostanza usata dalle industrie petrolifere), superiore ai limiti previsti dal D.LGS 152/2006, ed enterococchi intestinali ed escherichia coli(insomma merda). Da precisare che, per ragioni di Budget, le analisi in oggetto sono state limitate alla ricerca solo di alcuni inquinanti.

L’art. 80 del Dlgs 152/2006 - "Le acque superficiali, per essere utilizzate o destinate alla produzione di acqua potabile, sono classificate nelle categorie A1, A2 e A3 secondo le caratteristiche fisiche, chimiche e microbiologiche di cui alla Tabella l/A dell’Allegato 2 alla parte terza del presente decreto".

Nel sopra citato articolo si afferma che le acque di categoria A3, che presentano caratteristiche fisiche, chimiche e microbiologiche qualitativamente inferiori ai valori limite imperativi della categoria A3, possono essere utilizzate, in via eccezionale, solo qualora siano sottoposte ad opportuno trattamento. Il 23 marzo del 2004, la Giunta regionale della Basilicata, con la delibera n0669, approva il documento finale relativo alla "Definizione dello stato conoscitivo dei corpo idrici per la redazione del Piano regionale di tutela delle acque". Nel documento in oggetto troviamo ampi riferimenti alla qualit? delle acque invasate nelle dighe lucane. I relatori, parlando degli invasi, scrivono: "si evidenzia un diffuso scadimento della qualit? a partire dall’anno 2001, tutte le acque di invaso passano dalla categoria A2 alla A3 .... ? evidentemente auspicabile disporre di acque di migliore qualit?, per le quali si hanno fasi di processo pi? semplici, minor produzione di sottoprodotti(tipicamente fanghi) e, in definitiva, costi di trattamento complessivamente pi? bassi. Appare quindi utile sottolineare l’opportunit? di procedere a indagini pi? accurate che consentano di evidenziare le cause di tale peggioramento, non solo a fini puramente conoscitivi, ma anche per definire eventuali interventi migliorativi." E ancora, Pio Abiusi il 26 gennaio: "Il problema ? rappresentato invece dal Bario ed dal Boro. Il primo non esiste in natura, ? pericoloso e viene utilizzato diffusamente nei pozzi di petrolio per appesantire i fluidi di trivellazione .... I1 secondo non si trova libero in natura e riviene anche esso dall’attivit? di perforazione come evidenzia la relazione del comune di Noto sul’ impatto ambientale per trivellazioni Panther Eureka. In essa si riferisce come nel NW del Kazakistan le acque sotterranee nella zona degli sfruttamenti di petrolio e di gas mostrano valori di boro da 4 a 10 volte oltre il valore ammissibile. "

Il 2 febbraio del 2010 convochiamo una conferenza stampa per diffondere i risultati inviatici dalla Biosan. Nel comunicato stampa di convocazione citiamo una serie di fatti di cui sembra essersi persa la memoria:

Maggio 2009 - il Corpo Forestale dello Stato denuncia un inquinamento in atto della diga di Montecotugno. Sulla vicenda il quotidiano "Notiziario Italiano" scrive: "Hanno accertato che nella diga di Montecotugno era presente un evidente stato di inquinamento provocato dal versamento diretto di acque reflue provenienti dal depuratore consortile di Senise".

Novembre 2008 - La Procura della Repubblica di Potenza sequestra la sorgente "Acqua dell’Abete", tributaria dell’invaso della Camastra. La sorgente ? ubicata a valle del Pozzo petrolifero Cerro Falcone 2 in agro di Calvello.

Un giorno in caserma

10 marzo 2010, vengo convocato presso la Caserma dei Carabinieri di Latronico per essere ascoltato da due ufficiali del NOE. In caserma, fin dal primo momento, sono presenti anche due agenti della Polizia postale. Inizialmente penso che mi abbiano convocato per avere notizie sugli esposti inoltrati sulle vicende di Tito, della Val Basento, di Fenice o per ascoltarmi sulla denuncia inoltrata in procura nei confronti di alcuni dirigenti dell’Arpab. Non ? cos?: la Procura di Potenza vuole conoscere la mia fonte sulla vicenda dell’inquinamento degli invasi. In pochi minuti, passo dal ruolo di "accusatore" a quello di imputato. Il sostituto procuratore di Potenza, dottor Salvatore Colella, dispone la perquisizione della mia abitazione, negandomi la possibilit? di avvalermi del segreto professionale, in quanto non iscritto nell’albo dei giornalisti professionisti. Nel decreto di perquisizione e sequestro ? dato leggere: "Attese le risultanze investigative, vi ? fondato motivo di ritenere che presso i locali ed in qualunque altro luogo chiuso nella disponibilit? di Bolognetti Maurizio dell’associazione politica liberale, liberista e libertaria facente capo ai Radicali Lucani, e nella specie all’interno dei computer ed altri supporti informatici ivi custoditi, vi sia documentazione relativa alla posta elettronica alla quale si fa riferimento nell’articolo di stampa pubblicato sul quotidiano "La Nuova del Sud" del 15 gennaio 2010 relativo all’inquinamento in atto nella diga del Pertusillo."

Poco dopo, la mia casa viene invasa da Carabinieri e Polizia, tutti alla ricerca del "corpo del reato", cio? uno scambio epistolare intercorso tra me e il Tenente della Polizia Provinciale Giuseppe Di Bello.

Con il senno di poi, e ci arriveremo tra poco, devo ammettere che trovo piuttosto singolare che il PM nel decreto faccia riferimento solo all’invaso del Pertusillo e non parli genericamente di invasi, includendo anche la diga di Montecotugno e della Camastra.

La deputata Radicale Rita Bernardini, nel commentare l’accaduto, afferma: "E’ accaduto che dopo gli esposti e le denunce presentate dal Segretario dell’Associazione Radicali Lucani e membro della direzione di Radicali italiani Maurizio Bolognetti sull’inquinamento e le mancate bonifiche della Val Basento e di Tito scalo, la Procura della Repubblica di Potenza abbia disposto ed effettuato la perquisizione dell’abitazione dell’esponente radicale, abitazione che ? anche sede del soggetto politico radicale in Basilicata. Per mesi, non una volta Maurizio Bolognetti ? stato ascoltato sugli esposti presentati sulle vicende Tito e Fenice. Ma ieri, luned? 1? marzo, ecco che la Procura di muove: Bolognetti viene convocato presso la Caserma dei Carabinieri di Latronico e pensa per un momento - nonostante i manganellamenti ricevuti in questi anni - che finalmente lo avrebbero ascoltato sulle sopra citate denunce. Si sbagliava: la Procura di Potenza, attraverso il Noe, voleva semplicemente conoscere le sue fonti e per poter acquisire un carteggio di posta elettronica ha disposto la perquisizione della sua abitazione. E le denunce su Tito e Fenice, sull’Arpab e la Val Basento? Beh, quelle possono aspettare. Intanto, c’? da perseguire chi fa il suo dovere di cittadino e di esponente politico denunciando i gravissimi danni alla salute e all’ambiente provocati da anni di delitti, connivenze, insabbiamenti. "

Una volta di pi? si fa largo la sensazione che in Basilicata le indagini si facciano soprattutto su chi indaga, su chi racconta e su coloro che denunciano.

Chi ha detto che in Italia la giustizia non ? veloce?! Forse non lo ? quando c’? da indagare sui fanghi di Tito, sull’inceneritore Fenice o sugli scarichi industriali della Mythen (Val Basento), ma diventa velocissima quando c’? da indagare su un’ incredibile ipotesi di rivelazione di non so quale segreto istruttorio. Il 25 maggio del 2010, i Carabinieri di Latronico mi consegnano un "Avviso all’indagato di conclusioni delle indagini preliminari", dalla lettura del quale apprendo di essere stato rinviato a giudizio, con il Tenente Di Bello, per la violazione degli art. 81-110 e 326 del c.p. Verrebbe da dire: meno male che non hanno aggiunto anche l’accusa di aggiotaggio formulata dal sig. Nino Grasso.

Il Pertusillo e "L’alga cornuta"

A maggio 2010, per?, succede anche altro: la stampa regionale inizia a parlare della presenza di un’alga all’interno dell’invaso del Pertusillo. Ironia della sorte, proprio la Nuova del Sud, in un articolo a firma Mimmo Parrella, il 12 maggio titola: "Acque color Marrone. Il Pertusillo ha cambiato colorazione. I timori di inquinamento". Manco a dirlo, e come da copione, l’Arpa Basilicata minimizza il fenomeno, attribuendo la comparsa della cosiddetta "Alga cornuta" a cause meteorologiche. Saranno i fatti e l’evidenza a smentire di l? a poco le poco rassicuranti e poco credibili affermazioni dell’Agenzia regionale per la protezione ambientale. Il 17 giugno, il giornale on-line la Siritide diffonde la notizia della morte dei pesci all’interno dell’invaso. Il 18 giugno, il Presidente del WWF Basilicata, Vito Mazzilli, dalle pagine della Gazzetta del Mezzogiorno afferma: "La vicenda mostra quanto siano fallaci e poco rassicuranti le dichiarazioni scritte e orali degli organi preposti al controllo e al monitoraggio dell’integrit? dell’habitat del lago. O quanto importi alle istituzioni la salute delle acque del lago e dei cittadini che di esse si servono per ricavarne acqua potabile, acqua di irrigazione, acqua di produzione di energia elettrica. Il rapporto dell’Arpab ? scarno e rassicurante, come al solito, secondo loro ? tutto sotto controllo, non ? successo niente, ? una concomitanza di eventi meteorologici che ha causato il tutto. Pi? completo e dettagliato, invece, il rapporto dell’Agrobios, ordinato dall’assessore provinciale all’Ambiente, Massimo Macchia. Dalle analisi microbiologiche fatte su campioni estratti da sei punti del lago, risulta una moderata contaminazione microbiologica dovuta a escherichia coli, coliformi totali e streptococchi fecali. " Lo stesso Mazzilli aggiunge: "Sappiamo che le alghe che rilasciano tossine sono le Cianoficee, la cui presenza rivela una condizione patologica dell’ambiente. A questo punto vogliamo sapere (e lo vogliono sapere tutti i cittadini della Val d’Agri) se ? stata trovata la presenza di quest’alga o di altre sostanze tossiche ed inquinanti nel lago e qual ? la causa della morte dei pesci all’interno del lago." Chiosa il cronista della Gazzetta Massimo Brancati: "Meno male che quell’alga era innocua e che non c’erano problemi di impatto ambientale. "

La Ola (Organizzazione lucana ambientalista) dalle pagine del suo sito ricorda che l’invaso del Pertusillo ? ubicato "al centro di un campo di estrazione petrolifero e situato vicino al Centro Oli ENI di Viggiano in cui sono state rinvenute sostanze tossiche come il bario e il boro. "

E sempre la Ola il 22 giugno scrive: "Attraverso fonti di stampa locali il direttore dell’Arpab, Vincenzo Sigillito, evidenzia oggi, a distanza di due mesi, "un ’eccessiva concentrazione di azoto e fosforo nelle acque dell’invaso". E sempre il direttore Sigillito si spinge a fare anche alcune ipotesi: "una delle cause di questa eccessiva concentrazione potrebbe essere la presenza di depura tori non funzionanti o fuorilegge per i quali si sta procedendo ad acquisire tutti gli elementi necessari per avere il quadro di riferimento generale sott’occhio ... La OLA auspica che il mistero dell’inquinamento del Pertusillo possa essere svelato, verificando la funzionalit? dei depura tori sui quali indaga anche la Procura di Lagonegro e le azioni di monitoraggio che per l’invaso dovrebbero riguardare tutti gli inquinanti organici, idrocarburi e metalli pesanti, in considerazione del fatto che da analisi effettuate risulterebbe la presenza preoccupante di bario e boro, inquinanti dovuti ad attivit? petrolifera. Presenza questa denunciata e confermata dalle analisi commissionate dai Radicali Lucani. Il Lago del Pertusillo, nonostante sia un SIC/ZPS del Parco Nazionale Appennino Lucano, ? oggi a rischio, minacciato anche da una intensa attivit? petrolifera, da un centro olio, da chilometri di oleodotti che si sviluppano intorno ad esso. I reflui delle attivit? petrolifere insistono su impianti di depurazione civili ed industriali sui quali ? opportuno verificarne la funzionalit?. Il Lago del Pertusillo, ? bene ricordarlo, non rappresenta solo un attrattore turistico. Ci si dimentica troppo spesso che le sue acque vengono infatti utilizzate per scopi irrigui e potabili in Puglia e Basilicata. "

Il 24 giugno, dalle pagine della Gazzetta del Mezzogiorno, Massimo Brancati apre il suo articolo dedicato all’inquinamento dell’invaso del Pertusillo citando il direttore dell’Arpab Vincenzo Sigillito: "Nelle acque del Pertusillo non c’? nulla di anomalo n? di pericoloso per la salute". Aggiunge, poi, il cronista della Gazzetta: "Dichiarazioni che in un mese sono state frantumate dai fatti. AI punto che lo stesso Sigillito comincia a cambiare le carte in tavola, se ? vero che nei giorni scorsi ha parlato di un fenomeno probabilmente collegato al cattivo funzionamento di depura tori o a scarichi abusivi. " Il cronista della Gazzetta riferisce ancora le dichiarazioni della Prof.ssa Patrizia Albertano, ordinaria di botanica all’universit? Tor Vergata di Roma ed esperta di alghe. La professoressa, riferendosi alla presenza dell’alga "cornuta nell’invaso, afferma: "Quello delle temperature ? una sciocchezza. Tutte le alghe, e in particolare quella trovate nel Pertusillo cresce anche a temperature non molto elevate. E’ un problema che stiamo riscontrando in diversi laghi. E’ inequivocabilmente frutto dell’inquinamento. Le alghe crescono e si sviluppano in presenza di nutrienti. Se ? vero che nel Pertusillo ? stata riscontrata una presenza di azoto e fosforo, ecco che tutto torna. Sono elementi, sintomo di un problema di contaminazione da scarichi, che aiutano l’alga a svilupparsi. Se l’acqua ? destinata ad uso potabile - conclude la professoressa Albertano - ? necessario segnalare il tutto all’istituto superiore di Sanit?. Non farlo ? da criminali. "

La conclusione dell’articolo firmato Brancati dovrebbe far rizzare le orecchie ai responsabili del Dipartimento ambiente della Regione. Scrive, infatti, il cronista della Gazzetta: "L’alga apparsa nel Pertusillo si trova anche nel lago di San Giacomo di Fraele, in un piccolo bacino sulle Alpi, in provincia di Sondrio, a 1949 metri sul livello del mare. La sua acqua ? utilizzata solo per produrre energia: stop all’uso potabile da quando l’alga "cornuta" ha messo radici. Vorr? dire qualcosa, o no?"
Per noi vuoi dire tanto; sta a vedersi se questo servir? a far emergere un po’ di verit? su quanto sta accadendo nell’invaso del Pertusillo. Cos? come c’? da augurarsi che qualcuno dia una spiegazione alla presenza di Bario emersa dalle analisi da noi commissionate nel gennaio del 2010.
A questo punto potremmo dire "noi l’avevamo detto", e di certo potremmo chiederci il perch? di una reazione cos? violenta e scomposta alla nostra denuncia, e magari anche perch? a gennaio-febbraio e marzo non una voce, tranne rarissime eccezioni, si ? levata per difenderci. Certo la paura in terra di Basilicata ? tanta e il messaggio ? stato forte: chi parla viene denunciato per "procurato allarme".

Procurato allarme? E allora leggete cosa scrive l’abruzzese Maria Rita D’Orsogna, docente universitaria in California: "L’inquinamento del sottosuolo e dell’aria sono realt? comuni, anche in quei paesi in cui i controlli verso le attivit? estrattive di gas e petrolio sono maggiori ed i limiti pi? severi rispetto all’Italia. E si rilasciano inquinanti in tutti gli stadi, purtroppo anche nella fase esplorativa, non corrispondendo per nulla al vero che ne sia immune, come sembra voglia far intendere la Gas Plus. Nell’atmosfera vengono rilasciati: benzene, toluene, metano, idrogeno solforato, nitrati, particelle fini, formaldehyde e diossido di zolfo. Alcune di queste sostanze sono tossiche e cancerogene. Le sostanze che invece vengono a contatto col sottosuolo, sono quelle usate per trivellare, i cosiddetti fanghi perforanti. Sono composti di acqua mista ad additivi chimici, sali, metalli e a volte anche di componenti radioattivi. La Gas Plus elenca una lunga serie di sostanze chimiche, fra cui f10cculanti e deflocclulanti, viscosizzanti ed alcalinizzanti e la barite. Mai, per?, elenca esattamente cosa ci sia dietro le sigle elencate. Di cosa siano fatti esattamente i polimeri che costituiscono gli avapoly, visto che finiranno nel sottosuolo dei lucani, compreso quello degli amministratori pubblici, che spesso minimizzano le problematiche legate alla perforazione/estrazione. Visto che accade abbastanza frequentemente che queste sostanze penetrino nelle falde acquifere (in New Messico le trivelle hanno di recente contaminato quasi 750 pozzi di acqua potabile), sarebbe buona norma monitorare lo stato delle acque del sottosuolo nei siti trivellati. In Basilicata ? mai stato fatto un monitoraggio del genere? E se non ? stato mai fatto, come fa la Gas Plus ad essere cos? sicura che le sue attivit? non avranno conseguenze sullo stato di salute delle falde idriche lucane? Le falde idriche della Basilicata seguono forse principi fisici diversi da quelle americane ?"

Belle domande quelle poste dalla prof. D’Orsogna. Domande che, temo, nell’Italia della "peste" e della mancata applicazione della convenzione di Aarhus sulla diffusione e accessibilit? dei dati in materia ambientale, sono destinate a rimanere senza risposta."

E ancora la prof.ssa D’Orsogna intervistata da giornalista Enzo Palazzo: "Le sostanze chimiche utilizzate per perforare restano nel terreno e si infiltrano nelle falde acquifere, inquinandole con materiali tossici. Anche perch? l’opera di estrazione necessita di molta acqua ad alta pressione, che molto spesso e’ caratterizzata da presenza di idrocarburi, composti organici, metalli, sali e altre sostanze chimiche di lavorazione. La sua elevata salinit? pu?, inoltre, cambiare la composizione chimica del terreno, riducendone qualit? e fertilit?. Senza parlare dei rischi da fanghi e fluidi perforanti che, a causa di incidenti, mal funzionamenti o perdite, possono riversarsi nei terreni attorno ai pozzi. Esempi di contaminazione di laghi, fiumi e terreni non mancano nel resto del mondo, con il conseguente aumento di tumori, aborti spontanei, morie di pesci, malattie respiratorie e alla pelle. In Basilicata esistono posti dove l’acqua non ? pi? potabile, a causa dell’attivit? estrattiva, come ad esempio presso le sorgenti ’Acqua sulfurea’, ’Acqua la Vecchia’ e ’Acqua Piano la Cerasa di Calvello’ a Calvello (PZ). In quella localit? il sindaco viet? il consumo di acqua dai rubinetti. Anche la zona del parco nazionale ’Acqua dell’Abete’ ? allo stato attuale sotto sequestro per inquinamento: c’? chi pensa sia dovuto a causa di infiltrazioni di sostanze tossiche dal vicino pozzo estrattivo Cerro Falcone, dell’Eni. "

Ma allora, perch? a Gennaio 2010 si scatena un autentico fuoco di fila teso a screditarmi e farmi passare per una sorta di visionario?

"Perch? con pi? azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso ... "

Nell’avviso all’indagato di conclusione delle indagini, consegnatomi il 25 maggio, c’? una frase che, sia pur di rito, fa indubbiamente sorridere: "Perch? con pi? azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso ... "

Un vecchio motto recita: "colpirne uno per educarne cento".

Far conoscere ai cittadini dati che dovrebbero essere pubblici ? un delitto? Onorare la convenzione di Aarhus, il diritto a conoscere per deliberare e il dettato costituzionale ? criminale? Resta la convinzione che in terra di Basilicata le indagini si preferisca farle su chi indaga e su chi racconta e denuncia.
Personalmente penso che in queste ultime settimane sia emersa solo una piccola parte di verit?, un piccolo spiraglio di luce sul quale occorre continuare a lavorare se vogliamo davvero che sorga il sole.
Il 22 giugno 2010, Elisabetta Zamparutti, intervenendo nell’aula di Montecitorio, ha pronunciato parole forti sulla situazione ambientale lucana. Rivolgendosi al Presidente della Camera e all’aula, la deputata radicale ha tra l’altro affermato: "Signor Presidente, intervengo perch? voglio richiamare l’attenzione delle istituzioni, del Parlamento e del Governo sulla gravissima situazione ambientale in Basilicata, che ? bene esemplificata dalla recente vicenda dell’inquinamento della diga del Pertusillo. Cito tale fatto non solo perch? divenuto di grande interesse da parte della stampa locale e, finalmente, anche delle associazioni ambientaliste nazionali, ma perch? credo che questa vicenda ben esemplifichi anche il tasso di inquinamento politico-istituzionale di questa regione ma - devo dire - anche del nostro Paese. "

Il 20 giugno, il geologo Giampiero D’Ecclesiis, di ritorno da una ricognizione nella Val D’Agri, pubblica le sue riflessioni sul suo spazio Facebook: "Un mistero che non sono in grado di svelare, ci giriamo un po’ sconsolati facendo riprese e poi riprendiamo il cammino verso casa. Chiedo ai miei amici di fermarci un attimo al Centro Oli, voglio fare una o due foto di quella fiaccola impertinente che appare in bella mostra da qualunque lato si guardi la valle, giriamo intorno al centro oli, tutto contornato da belle aiuole di prato inglese in cui perfino i tombini sono dipinti di verde. Quando si dice l’eco-compatibilit?!Peccato che stiamo percorrendo una via che si sviluppa affianco ad una vera e propria bomba che ogni giorno tratta enormi volumi di greggio con il processo Klauss che prevede alte pressioni e alte temperature e che produce zolfo e, come sottoprodotti, acqua inquinata e idrogeno solforato che viene bruciato da quella fiaccola sempre accesa."

Nella Val D’agri sono in ballo interessi multi miliardari(miliardi di euro) e non ? da escludere che alla fine venga insabbiato tutto e che ancora una volta ci verr? negato il diritto a sapere, a conoscere fino in fondo la verit? su cosa stia accadendo davvero all’invaso del Pertusillo.

La Basilicata Saudita

La Val D’Agri

"Viggiano - Ancora forti emissioni di gas e odori acri e pungenti si sono sprigionati l’altro ieri mattina dal Centro Oli di Viggiano. Aria irrespirabile e scatta l’allarme. Non ? la prima volta che succede. In altre occasioni addirittura si sono uditi degli scoppi, e la cosa non ? passata affatto inosservata per i cittadini residenti nella zona. Nella gente riaffiorano in maniera prepotente timori e paure legate alle attivit? estrattive." Era il 31 dicembre 2009 quando il giornalista della Gazzetta del Mezzogiorno Antonio Massari firmava il suo pezzo con l’incipit che avete letto. Quello del 30 dicembre 2009 ? solo l’ultimo di una lunga teoria di incidenti collegati alle estrazioni petrolifere nella Basilicata Saudita.
Il 4 gennaio 2010, la deputata Radicale Elisabetta Zamparutti presenta un’interrogazione ai Ministri della Salute e dell’Ambiente, ricordando che il centro oli di Viggiano(PZ) rientra in quella categoria di impianti classificati a rischio incidente rilevante.
In Basilicata c’? il pi? grande giacimento petrolifero in Terraferma d’Europa. Solo il potenziale stimato del giacimento di idrocarburi della Val D’Agri, dove opera l’Eni, ? di oltre 900 milioni di barili(in Val d’Agri si estrae 1’80 per cento del petrolio italiano). Il valore complessivo dell’oro nero presente in Val D’Agri ? di circa 20 miliardi di dollari. In Val d’Agri ci sono 55 pozzi in produzione. Il problema ? che la Val d’Agri non ? un deserto e le estrazioni vengono effettuate in una zona ricca di sorgenti, boschi e instabile per frane. Oltre il 70 per cento del territorio lucano ? gravato da permessi di ricerca e concessioni. Insomma, una sorta di Kuwait nel cuore dell’Italia meridionale.

Enrico Mattei nel 1958 considerava un insulto il 15% di royalties che le sette sorelle versavano ai paesi produttori. La Basilicata incassa molto meno del 15 per cento e, come se non bastasse, per ammissione dello stesso Presidente della Giunta regionale, i monitoraggi ambientali e gli studi epidemiologici fino ad oggi sono stati decisamente carenti, volendo usare un eufemismo.

L’8 febbraio del 2010, su Basilicatanet appare una dichiarazione dell’ex assessore all’Ambiente Vincenzo Santochirico, che parla della necessit? di istituire l’Osservatorio ambientale sulla Val D’Agri. Dichiara tra l’altro Santochirico: "Il Presidente Vito De Filippo ha ricordato che il nuovo organismo era previsto nell’ambito del protocollo d’intenti tra Regione ed Eni quale misura di compensazione ambientale in relazione al progetto di sviluppo petrolifero nell’area della Val D’Agri. De Filippo ha segnalato l’importanza di procedere alla costituzione dell’Osservatorio Ambientale. "

Di Osservatorio si ? tornato a parlare a fine giugno 2010 e se davvero, come sembra, dovesse nascere, tocca constatare che verr? battezzato con quasi 12 anni di ritardo, visto che il protocollo d’intesa di cui parla l’assessore ? datato 18 novembre 1998(DGR 3530) e reca in calce la firma dell’ex Presidente della Regione Basilicata Angelo Raffaele Di Nardo e per l’Eni di Franco Bernab?. Di tutta evidenza, la dichiarazione di Santochirico conferma in pieno quanto ha sostenuto per anni la Ola(Organizzazione Lucana Ambientalista), che ancora a dicembre 2009 ricordava quello che tutti i cittadini della Val D’agri sanno da tempo: "In Val d’Agri, da oltre dieci anni, ? assente una rete di monitoraggio che rilevi in continuo tutti gli inquinanti (ivi compresi IPA, COV, Benzene, H2S Idrogeno Solforato), cos? come previsto dagli accordi EniRegione. "

Di certo il fatto che l’Osservatorio venga finanziato da quella stessa compagnia petrolifera che ha operato in regime di sostanziale autocontrollo per oltre due lustri, fa sorgere una qualche perpIessit?.

Il 26 giugno 2010, il Consigliere regionale, Avv. Alessandro Singetta, parlando della ricaduta delle estrazioni petrolifere in Basilicata, scrive: "Il monitoraggio ambientale latita, quello sanitario ? approssimativo." Il Consigliere Singetta, a scanso di equivoci, siede nei banchi della maggioranza di centrosinistra che governa la Regione Basilicata.

CONTROLLI SANITARI CARENTI

Il 21 dicembre del 2009, dalle pagine de Il Quotidiano della Basilicata, il dottor Giambattista Mele, medico di base, che vive e opera nel paese che ospita il Centro oli dell’Eni, dichiara: "Non siamo contro le estrazioni(come ovvio, per numerose ragioni), ma siamo contro l’inefficienza del monitoraggio e contro la regola che il controllore ? anche controllato. Dopo quasi due anni che andiamo ripetendo che i controlli erano insufficienti e che l’aumento delle malattie(anche tumorali), che sta avvenendo nel cratere estrattivo sta superando i limiti di guardia. Non abbiamo chiesto nulla di insensato, solo che venga rispettato un nostro sacrosanto diritto: il diritto alla salute. "

Verrebbe da aggiungere al disarmante buon senso del dottor Mele, che la sua richiesta ? anche in linea con quanto afferma il nostro dettato costituzionale. Niente di "eversivo", dunque.

Nell’agosto del 2008, Sky tg24 intervista il dottor Pino La Veglia, altro medico di base che vive ed opera a Grumento Nova (PZ). Il dottor La Veglia spiega ai microfoni di Sky le ragioni che lo hanno spinto a presentare un esposto-denuncia nei confronti dell’Eni in data 22 agosto 2008. Afferma La Veglia nel corso dell’intervista: "Il Petrolio ha portato l’inquinamento del territorio, l’inquinamento delle acque, l’inquinamento dei terreni, l’inquinamento dell’aria. Ho sottolineato la situazione che si ? venuta a creare, una situazione che impedisce alla gente in alcuni momenti di respirare. L’aria ? impregnata di anidride solforosa e crea disagi fisici alla popolazione, da me evidenziati pi? volte. Partendo da questo punto di vista e valutando poi la situazione epidemiologica di alcune malattie, e mi riferisco alle malattie dell’apparato respiratorio e alle malattie tumorali, pur non avendo io dati precisi scritti e registrati, ho pensato che fosse giunto il momento di fare qualcosa per questa popolazione. "

A fine gennaio 2010, il WWF nel corso di un incontro pone alcune domande alla Regione Basilicata, chiedendo se ci sia un nesso tra l’aumento delle malattie respiratorie, circolatorie e tumorali riscontrato nella Val D’Agri e l’estrazione del Petrolio, il suo stoccaggio e raffinazione presso il Centro Oli di Viggiano.

Il 18 gennaio 2010, l’ing. Filippo Massaro, presidente del Csail, annuncia l’avvio di una Class Action. Dalle pagine della Nuova del Sud, l’ing. Massaro afferma: "Intendiamo comunque compiere ogni passo per affermare il diritto alla salute dei cittadini della Val D’Agri. Riteniamo tardivo e poco efficace il progetto di sorveglianza sanitaria. "

La polveriera Val D’Agri, nonostante un fondo di atavica rassegnazione, sta per esplodere.

Le domande del WWF sui Monitoraggi

Il 19 febbraio 2010, dalle pagine di Lucanianews24, il WWF Basilicata rivolge una serie di domande alla Regione:
? Perch? l’attivit? di monitoraggio svolta presso il centro oli ? la stessa effettuata nei centri abitati per l’inquinamento da attivit? urbana e non specifica per l’attivit? petrolifera?
? Perch? l’Eni fornisce solo i dati semestrali del Biossido di Zolfo, del Biossido d’azoto e dell’Ossido di Carbonio?
? Che cosa ? realmente successo presso il Centro Oli di Viggiano il 30 dicembre e perch? l’Arpab non fornisce dati sul monitoraggio dell’aria in quella data e nei giorni successivi?
? Come mai l’Agrobios non pubblica pi? i dati relativi alla propria centralina, a partire dal 1 gennaio 2010?
? Come mai la popolazione non ? stata informata preventiva mente riguardo all’aggiornamento del piano di emergenza esterno realizzato dal comune di Viggiano nel 2009?

Tra il serio e il faceto si potrebbe commentare che l’Arpa Basilicata riesce sempre a non essere nel posto giusto al momento giusto. Di certo le domande del WWF sono state anche le nostre, quelle poste ad esempio da Elisabetta Zamparutti nell’interrogazione del 4 gennaio 2010. E di certo, una volta di pi?, dall’incidente del 30 dicembre 2009 ? emersa un’assoluta mancanza di considerazione del diritto dei cittadini lucani a poter conoscere per deliberare.

Eppure, ai sensi del comma 4 dell’art. 22 del D.Lgs 334/1999, i Comuni "interessati dall’ubicazione di stabilimenti a rischio industriale sono obbligati" ad informare tempestivamente la popolazione. Nell’Italia della peste e del reiterato tradimento del dettato Costituzionale, cosa volete che sia il mancato rispetto della lettera della legge?

L’Idrogeno Solforato - In Italia limiti 6000 volte superiori a quelli consigliati dall’OMS

Petrolio significa un’inevitabile immissione in atmosfera di H2S (Idrogeno Solforato). L’idrogeno solforato ? il sottoprodotto principale dell’opera di idro-desulfurizzazione del petrolio. Il processo di Claus elimina solo il 95-97% di H2S, la restante parte viene immessa in aria da un inceneritore a fiammella costante come quello che si intravede nel Centro Oli di Viggiano. Dalle fiammelle arrivano altri 60 inquinanti, tra questi: Benzene, Toluene, Policyclic aromatic hydrocarbons [PAH, in italiano: I.P.A. idrocarburi policiclici aromatici, Ndr] . L’H2S ? un gas incolore facilmente infiammabile ed ha una tossicit? paragonabile al cianuro. L’H2S pu? essere assorbito per respirazione, digestione e contatto con la pelle. L’ H2S entra nel ciclo vegetativo attraverso il processo di fotosintesi. A detta di autorevoli scienziati, un contatto quotidiano, anche con basse dosi di H2S, dell’ordine di grandezza delle normali immissioni nell’atmosfera di un centro di idro-desulfurizzazione, ha effetti di alta tossicit? per la salute umana. Decisamente istruttivo per i Lucani quanto emerso da un’indagine epidemiologica "preliminare" effettuata in quel di Falconara Marittima. Nell’indagine ? emerso che il suolo e il sottosuolo di Falconara sono contaminati da sostanze quali: Arsenico, Mercurio, Benzene, IPA (vedi studio Agrobios 2001 sul Pertusillo), idrocarburi. Un documento sul tema H2S ? stato prodotto dalla professoressa Maria Rita D’orsogna(docente universitaria in California). Quello che c’? scritto nel documento in oggetto non ? per niente confortante per gli abitanti della Val d’Agri, che vivono a poche decine di metri in linea d’aria dal Centro Oli di Viggiano. L’Organizzazione mondiale della sanit? (OMS) consiglia di fissare il limite di rilascio di idrogeno solforato a 0,005 parti per milione (ppm); negli Stati Uniti, il Governo federale raccomanda un limite di 0,001 ppm con limiti differenti fissati da Stato a Stato (ad esempio la California pone il limite dello 0,002 ppm ed il Massachussetts dello 0,006). In Italia, il limite massimo di rilascio di idrogeno solforato, secondo quanto stabilito dal decreto ministeriale del 12 luglio 1990, recante le "Linee Guida per il contenimento delle emissioni degli impianti industriali e la fissazione dei valori minimi di emissione", ? di 5 ppm per l’industria non petrolifera e 30 ppm per quella petrolifera. E tutto questo nonostante sia ormai noto nella letteratura medica e scientifica che quest’ultimo valore ? non solo seimila volte pi? alto dei valori raccomandati dall’OMS, ma anche causa di danni irreversibili per la salute umana. Nel citato studio della prof. D’Orsogna si citano due incidenti rilevanti avvenuti in Basilicata nel 2002 e nel 2005 che hanno riguardato il Centro oli di Viggiano. Incidenti gravissimi, sui quali non sono stati mai forniti i dati relativi all’emissione dell’idrogeno solforato. In una ricerca curata dall’Universit? della Basilicata, pubblicata dall’International Journal Food Science and Technology, risulta che nel miele prodotto nella Val D’Agri si trovano alti tassi di benzeni ed alcoli.

Nel 2001, in un rapporto inviato dalla Metapontum Agrobios alla Regione Basilicata, possiamo leggere quanto segue: "Sono state ricercate 21 sostanze appartenenti alla famiglia degli idrocarburi policiclici aromatici (IPA) sia nelle acque che nei sedimenti ... nei sedimenti si ? riscontrato una presenza di IPA soprattutto nei sedimenti della diga del Pertusillo. Gli IPA pi? diffusi sono il fenatrene, il flurantene, il crisene ed il pirene, anche se nella diga sono state ritrovate tracce di benzoantracene e benzopirene. I saggi ecotossicologici mettono in evidenza la tossicit? dovuta al singolo inquinante e agli effetti sinergici di pi? inquinanti. "
(vedi capitolo "Chiare fresche e dolci acque")

L’EPA e gli IPA

Sul sito del Parco Nazionale dell’Asinara troviamo un capitolo dedicato agli IPA (Idrocarburi policiclici aromatici), curato dal dotto Mauro Marchetti. Scrive il dotto Marchetti: "Gli IPA sono presenti nell’ambiente sotto forma di miscele complesse contenenti oltre un centinaio di differenti composti. A causa di questa estrema variet? in genere ? possibile identificarne analiticamente solo alcuni. Negli anni 1980 l’Agenzia federale statunitense dell’ambiente (EPA) ha incluso 16 di questi composti nell’elenco dei principali inquinanti ambientali (priority pollutants). Da allora, spesso vengono analizzati questi 16 IPA in rappresentanza di tutta la classe di sostanze, oppure ci si limita a misurare solo il benzo(a)pirene come sostanza indicatrice. La sua proporzione in una miscela di IPA si attesta con relativa costanza intorno al 10%, perci? dal suo tenore si pu? risalire alla concentrazione complessiva della miscela. A seconda dell’obiettivo, vengono determinati analiticamente anche altri sottogruppi rilevanti di IPA. A causa della speciale conformazione della loro struttura ad anelli, alcuni IPA vengono trasformati nel corpo in composti estremamente reattivi, chiamati epossidi, che hanno una spiccata tendenza ad interagire con le molecole del DNA, alterando il patrimonio genetico delle cellule con il rischio di provocare tumori. Poich? gli IPA vengono adsorbiti dal particolato atmosferico che si deposita sulla superficie terrestre o su un bacino acquifero, il fattore responsabile dell’incorporazione degli IPA nei sedimenti marini, ? la sedimentazione del materiale sospeso nell’acqua marina. La dispersione dipende da molti fattori quali, ad esempio, la solubilit? in acqua, la velocit? di degradazione ed i fenomeni di risospensione di sedimenti inquinati. I composti organici meno solubili (proprio come gli IPA) hanno maggiore tendenza ad associarsi alle particelle sospese nell’acqua, quindi ad essere inglobati nei sedimenti. "

Biossido d’Azoto - L’Agrobios smentisce l’Arpab

Il Dossier Mal aria 2010

Nel dossier Mal aria industriale 2010, redatto da Legambiente, troviamo un altro "simpatico" episodio relativo agli improbabili monitoraggi effettuati in Val D’Agri. La vicenda oggetto di interesse da parte dell’Associazione Radicali Lucani era stata denunciata nel 2009 da Antonio Nicastro. Scrive Legambiente: "A distanza di 11 anni dalla stipula dell’accordo, si attende ancora l’affidamento operativo del sistema di monitoraggio nonostante l’urgenza dettata dai pochi e disorganici dati oggi disponibili. In assenza del sistema di monitoraggio, i dati sulla qualit? dell’aria al momento disponibili, oltre a quelli dell’Eni, provengono dalle rilevazioni della centralina fissa dell’ARPAB (in funzione dal 2006) e da quella della societ? consortile Metapotum Agrobios che opera solo con finalit? scientifiche. Nel primo semestre del 2009, secondo i dati Agrobios il valore limite orario di N02 (il DM 60/2002 stabilisce la soglia di 200 microgrammi/metro cubo) ? stato superato per 18 volte nei mesi di maggio e giugno, ma ? solo nel mese di luglio che ? possibile mettere a confronto i dati con quelli di Arpab. In questo mese, nel periodo compreso fra il 13 e 25 luglio, si sono registrati delle forti discrepanze tra i valori massimi di N02 registrati dalle 2 centraline. Diversamente dalla centralina dell’Arpab che ? posta ad est del centro Oli, quella di Agrobios, posizionata invece ad ovest del sito, fa registrare dei superamenti in tutti i rilevamenti effettuati. Resta da verificare se ci? ? dovuto al diverso posizionamento delle centraline. Se cos? fosse, sarebbe opportuno dotarsi di una rete di monitoraggi e soprattutto di un numero maggiore di centraline per fare degli opportuni confronti fra i risultati. "

Sul sito dell’Agenzia provinciale per la protezione dell’Ambiente della Provincia autonoma di Trento, in relazione al Biossido d’Azoto, leggiamo quanto segue: "il biossido d’azoto si pu? ritenere uno degli inquinanti atmosferici pi? pericolosi ... il biossido d’azoto esercita il suo effetto tossico principalmente sugli occhi, sulle mucose e sui polmoni. In particolare, il gas ? responsabile di specifiche patologie a carico dell’apparato respiratorio."

Fanghi di Perforazione e falde acquifere

Giampiero D’Ecclessiis ? un profondo conoscitore del territorio lucano e ama sottolineare che "la fase di perforazione di un pozzo di petrolio ? cosa affatto indolore dal punto di vista ambientale", soprattutto se viene effettuata in una zona ricca di risorse idriche. D’Ecclesiis ricorda che nel corso della perforazione le trivelle vengono raffreddate mediante fanghi e fluidi perforanti. Come abbiamo ripetutamente sottolineato per la composizione dei fanghi si usano sostanze quali il mercurio, il cadmio e il Bario.

"La valle dell’Agri per le sue caratteristiche geologiche ospita alcuni dei pi? rilevanti acquiferi della Regione Basilicata e dell’intero Appennino meridionale. Le attivit? di perforazione e coltivazione petrolifera costituiscono per loro natura, per metodologie utilizzate, per i componenti chimici usati negli additivi necessari durante la fase di perforazione, per la circostanza che perforando il sottosuolo mettono in comunicazione ambienti sotterranei con caratteristiche chimiche-fisiche molto diverse, un’attivit? con un elevato rischio potenziale di determinare effetti sulle acque sotterranee tali da provocare mutamenti delle caratteristiche chimico-fisiche nel tempo e nello spazio. Studi e ricerche svolte da diverse Universit? hanno dimostrato che gli acquiferi dell’alta Val D’Agri e, pi? in generale i grandi acquiferi della Basilicata sono caratterizzati da vulnerabilit? intrinseche da alte ad elevate." (Giampiero D’Ecclesiis).

I pozzi di reiniezione

La Reiniezione di liquidi nel pozzo Eni Monte Alpi 9 Or Deep e il rischio di stimolare eventi sismici.

Nella letteratura scientifica si pu? apprendere che iniettare liquidi, come ad esempio acque di strato ricavate dall’estrazione di petrolio, pu? stimolare e riattivare una significativa attivit? sismica. L’Eni ha richiesto alla regione Basilicata di poter attivare un pozzo di reiniezione a Grumento Nova, che notoriamente ? una zona ad alto rischio sismico. In relazione al pozzo Monte Alpi Deep 9, il prof. Vito Mazzilli, Presidente regionale del WWF, il 15 gennaio 2010 sottolineava quanto segue: "il rischio sismico derivante da questa operazione di reimmissione di acque di strato nel pozzo dimesso Monte Alpi 9 or deep esiste concretamente e va correttamente evidenziato; la soluzione migliore per evitare la possibilit? di creare nuovi e non auspicati terremoti ? quella di non realizzare la suddetta reimmissione. "

Rischio subsidenza

La subsidenza indotta dall’uomo si esplica generalmente in tempi relativamente brevi (al massimo alcune decine di anni), con effetti che possono compromettere fortemente opere ed attivit? umane, nel caso in cui non si intervenga preventivamente con azioni di controllo e gestione. Le cause pi? diffuse sono essenzialmente lo sfruttamento eccessivo delle falde acquifere, l’estrazione di idrocarburi, le bonifiche idrauliche. Il grado di urbanizzazione e industrializzazione di un’area "sensibile" alla subsidenza pu? quindi sia influenzare tale fenomeno, sia esserne condizionato. (dal sito ISPRA)
E adesso, se vi dicessimo che in Basilicata, il 29 giugno 2009, l’Eni ha chiesto nuove autorizzazioni a trivellare in aree ricche di sorgenti, idrogeologicamente instabili e in prossimit? di una diga?

Un’audizione decisamente interessante

Mercoled?, 8 luglio 1998, Massimo Scalia presiede la Commissione bicamerale sul ciclo dei rifiuti. Si parla di Eni e pozzi di reiniezione.
L’audizione di Franca Macchia(ex Sostituto Procuratore presso la pretura di Matera):

"Le nostre indagini sulle attivit? dell’AGIP nel territorio della Basilicata hanno gi? portato ad un decreto di citazione in giudizio di cinque tra dirigenti e dipendenti; esse riguardano il ritrovamento, in un pozzo minerario esaurito, di rifiuti di origine chimica che i nostri consulenti hanno definito assolutamente incompatibili con le attivit? di estrazione mineraria. Si tratta quindi di rifiuti illegalmente smaltiti in questa cavit? geologica profonda e l? confinati. Gli elementi di stranezza che indussero a compiere accertamenti pi? penetranti erano costituiti in primo luogo dal fatto che c’erano molte anomalie nei richiami normativi, che forse potevano essere conseguenti alla difficolt? di lettura delle norme in materia ambientale. Il provvedimento della regione Basilicata, infatti, faceva riferimento alla legge Merli non tenendo in nessun conto la legge sulle unit? geologiche profonde - che erano i luoghi di recapito di queste acque - secondo la quale le sostanze con tracce di idrocarburi non avrebbero potuto essere reiniettate in queste cavit? geologiche. Si prevedeva, inoltre, che la reiniezione dovesse avvenire a seguito di una sorta di trattamento delle acque attraverso un sistema di vasche di decantazione. Le acque dovevano quindi essere trasportate dagli impianti a queste vasche attraverso autocisterne e poi essere inserite nei pozzi mediante un sistema interrato e una pompa. In realt? l’AGIP, pur essendo stata autorizzata a questo specifico sistema di smaltimento delle acque di strato, utilizza anche un sistema interrato di tubi a maniche, direttamente sui luoghi in cui avviene la separazione senza passare per /’impianto di decantazione. Questo aspetto di irregolarit? ci indusse a ritenere che, mentre l’autorizzazione prevedeva una forma di tutela ambientale realizzata con il sistema della decantazione, parte delle acque di strato fossero direttamente inserite nei pozzi. Cercammo di vederci pi? chiaro, anche perch? poco prima del nostro intervento le vasche erano state svuotate ed era stata effettuata una bonifica e verificammo che, tra l’altro, non c’era mai stato un controllo amministrativo. Quando la regione Basilicata aveva rilasciato l’autorizzazione alla reiniezione, aveva demandato i controlli alla provincia; quest’ultima aveva chiesto alla regione come avrebbe dovuto controllare questo meccanismo di reiniezione e la regione aveva laconicamente rinviato alle previsioni di legge. Era seguita l’inazione totale e questo sistema di smaltimento non aveva subito alcun tipo di controllo, considerate anche tutte le difficolt? di campionamento di un posto tombato, nel senso che aveva la testa pozzo chiusa ed era ad oltre 800 metri di profondit?. Chiedemmo allora all’AGIP di aprire il pozzo ed al suo interno i nostri consulenti hanno trovato fenoli, mercurio e materiali assolutamente diversi dalle acque di strato. Se mi ? possibile, vorrei segnalare un ulteriore elemento emerso in sede di indagini. Mi riferisco al fatto che queste autorizzazioni alla reignezione, secondo i chimici da noi interpellati, sarebbero pienamente conformi a pratiche spesso applicate in chimica ed in geologia. In altri termini con questo sistema si riportano nelle cavit? geologiche sostanze che provengono dalla terra.

Ebbene, quelle autorizzazioni sono state rilasciate dalla regione Basilicata in assenza di un’istruttoria condotta dall’Ente, ma ci si ? semplicemente rimessi agli studi geologici forniti da chi avanzava l’istanza. Peraltro, a corredo della sua istanza, l’AGIP riporta un provvedimento analogo adottato in altre regioni nelle quali, evidentemente, esistono altri distretti minerari: ebbene, praticamente il provvedimento regionale ? sempre lo stesso. In altri termini si tratta di una fotocopia, una sorta di documento standard che ? stato recepito dalla regione Basilicata e da tutte le altre regioni che sono state interessate a questo tipo di pratica. "

Terra: A qualcuno piace calda

Milena Gabanelli e Report si occupano della Basilicata

Il 28 agosto del 2002, la trasmissione Report in onda su Rai3 e condotta da Milena Gabanelli si occupa delle estrazioni petrolifere in Basilicata. La conduttrice conclude il servizio affermando:
"Clima e petrolio non vanno d’accordo, ma del petrolio abbiamo bisogno e finch? non si investe seriamente in altri sistemi ogni discorso ? inutile. Certo ? che finora le estrazioni di petrolio sono state fatte in aree deserte o in mare, dentro a un parco su un territorio abitato, ricco d’acqua e sismico ancora ci mancava, in compenso non sar? aumentata l’occupazione, non diminuir? il prezzo della benzina che continuer? a subire le oscillazioni del mercato, e alla regione Basilicata arriveranno 50 miliardi l’anno, per 20 anni potranno giusto riparare le strade. Per fare un rapporto: il bilancio della regione e’ di 6000 miliardi l’anno. "

Pozzi a ridosso dei centri abitati

Il 1? luglio 2010, il consiglio comunale di Marsicovetere ha dato il via libera all’Eni per la realizzazione del pozzo "Alli 2 or". L’installazione petrolifera nascer? a meno di 500 metri dall’ospedale e a ridosso del centro abitato. L’Eni verser? nelle casse del Comune della Val D’Agri 1 milione di euro all’anno. Forse nemmeno nelle repubbliche ex sovietiche si ? arrivati ad ubicare una piattaforma petrolifera a ridosso di un centro abitato.

Dopo 12 anni si d? attuazione al protocollo d’intesa

Prendo atto che dopo dodici anni, la regione Basilicata ha finalmente varato l’osservatorio ambientale sulla Val D’Agri, ma, considerando quanto avvenuto in questi anni, tocca esprimere l’auspicio che l’osservatorio non diventi uno strumento nelle mani delle multinazionali petrolifere e dia reali garanzie di essere al servizio dell’ambiente e dei cittadini. Quanto avvenuto nella Val D’Agri, a partire dalla fine degli anni ’90, non contribuisce a creare un clima di fiducia nei confronti di istituzioni che per troppo tempo non hanno garantito, come ammesso dallo stesso Presidente della Giunta regionale Vito De Filippo, monitoraggi seri ed una altrettanto seria indagine epidemiologica. Spiace constatare che il Presidente De Filippo, nel momento in cui ha annunciato la nascita dell’osservatorio previsto negli accordi del ’98, abbia voluto parlare di forze politiche che cavalcano le paure, facendo una chiara allusione ai Radicali. AI Presidente tocca rispondere che nessuno vuole cavalcare le paure della gente; piuttosto c’? una classe dirigente che ne cavalca i bisogni.

La Trisaia di Rotondella

L’Itrec

L’acronimo Itrec sta per "Impianto di Trattamento e Ri-fabbricazione Elementi di Combustibile". Per capire cosa sia l’Itrec basta andare sul sito della Sogin(Societ? gestione impianti nucleari). L’impianto Itrec ? ubicato all’interno del Centro Trisaia di Rotondella (MT) ed ? stato costruito tra il 1965 e il 1970 dal CNEN (Comitato nazionale per l’energia nucleare). Come spiegano sul sito della Sogin tra il 1969 e il 1971, in seguito ad un accordo tra il CNEN e la statunitense USAEC United States Atomic Energy Commission) sono stati trasferiti nell’Impianto "84 elementi di combustibile irraggiato uranio-torio provenienti dal reattore sperimentale USA di Elk River".

L’Audizione del dottor Nicola Maria Pace

Sul sito Sogin per? non troviamo l’audizione dell’ex procuratore capo di Matera Nicola Maria Pace. Il dottor Pace il 20 gennaio 2010 ? stato ascoltato dalla Commissione bicamerale sul ciclo dei rifiuti e nel rispondere ad una domanda del Presidente della Commissione, l’avvocato Gaetano Pecorella, che chiedeva chiarimenti sulle indagini avviate sul Centro Itrec, ha affermato:"alla Commissione, a un organismo istituzionale di questo livello, perch? si accerti ... Mi riferisco alla giacenza per quanto riguarda /’impianto ITREC di Rotondella di 2,7 tonnellate di rifiuti radioattivi ad alta attivit? giacenti in strutture ingegneristiche di contenimento, che gi? vent’anni fa avevano mostrato i segni dell’usura ed erano gi? ?scaduti?, secondo il gergo tecnico utilizzato in sede di analisi di rischio, e che, essendo stati corrosi e avendo manifestato cedimenti strutturali, avevano dato luogo ai tre rilevanti incidenti nucleari. Secondo le buone tecniche di gestione dei materiali nucleari accettati in campo internazionale, questi materiali dovrebbero essere ceramizzati o vetrificati, perch? solo in queste matrici si pu? tenere solido il materiale senza esporlo a dilavamento, a screpolature, a perdite di sostanza. L’ENEA ha sempre menato le cose per le lunghe immaginando una forma di solidificazione per cementificazione, ma all’epoca feci una consulenza per dimostrare al pi? alto livello scientifico possibile che la cementificazione non solo determinava un abnorme aumento dei volumi, fatto da evitare in materia di gestione del nucleare, ma esponeva i materiali al fenomeno del dilavamento, quindi a una possibilit? di propagazione nell’ambiente. Mi risulta che ad oggi, almeno per guanto riguarda l’impianto ITREC di Rotondella, mentre non posso esprimermi con lo stesso grado di certezza per quello che riguarda Saluggia, non si sia proceduto alla solidificazione secondo un sistema corretto."

Chi controlla gli scarichi radioattivi del centro Itrec?

In un documento datato 6 aprile 2009, inviato dall’Ispra(Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) alla Sogin Spa, ? dato leggere di un "accordo di collaborazione" tra la stessa Ispra e l’Arpab, finalizzato alla "Vigilanza sugli scarichi di effluenti liquidi". Il documento in oggetto porta la firma del dr. Roberto Mezzanotte e nello stesso leggiamo che Ispra invita la Sogin a trasmettere il programma annuale degli scarichi liquidi all’Arpab.
Il 24 novembre del 2009 la deputata radicale Elisabetta Zamparutti interroga i ministri dell’Ambiente, della salute e dello sviluppo economico. La deputata radicale chiede ai Ministri lumi su una situazione dalla quale emerge che la Sogin opera in una situazione di autocontrollo. Scrive la deputata radicale nell’interrogazione: "tra Arpab e Ispra sarebbe stato stipulato un "Protocollo operativo" che impegna l’Arpab ad effettuare controlli all’interno del centro Enea di Rotondella; nonostante il suddetto protocollo operativo, Arpab non effettuerebbe i controlli all’interno dell’Itrec di Rotondella, ma si limiterebbe a convalidare i controlli effettuati dalla Sogin; tale situazione si tradurrebbe di fatto in una mancanza di controlli all’interno del centro Enea di Rotondella tanto da parte dell’Ispra quanto da parte dell’Arpab con la Sogin che assumerebbe il duplice ruolo di controllore e controllato. "

Il 19 aprile del 2010 il sottosegretario di Stato Roberto Menia risponde alla interrogazione dei radicali scrivendo: "Su richiesta dell’Arpab gli aspetti operativi del suddetto accordo sono attualmente in fase di perfezionamento. Si auspica che una volta che tali modalit? saranno state definitivamente stabilite possano essere avviate, come gi? in altre regioni, le attivit? da parte di Arpab che l’accordo in discussione prevede. "

Noi non sappiamo se nel frattempo il "perfezionamento" sia intervenuto, ma la risposta del sottosegretario letta con attenzione sembra essere una conferma al fatto che la Sogin abbia operato in autocontrollo.

Il 15 maggio in una nota l’ambientalista materano Pio Abiusi riferendosi alla vicenda dei monitoraggi dell’impianto Itrec scrive: "Sul sito Arpab si legge bellamente alla voce - tematica "Radioattivit?" - "Programma di Controllo e Monitoraggio dell’Impianto ITREC" - che l’agenzia con delibera n. 287 del 19 settembre 2008, dispone che per tutte le matrici interne all’impianto e contemplate nel piano di monitoraggio, quali gli effluenti liquidi presso le vasche di raccolta ed il particolato atmosferico presso il punto di emissione degli effluenti aeriformi e per le matrici interessate da eventuali lavori straordinari, effettuer? le analisi su campioni che verranno prelevati da SOGIN e consegnati all’Agenzia secondo un calendario indicato dalla stessa. Il controllato, cio?, consegna al controllore il materiale sul quale vi sar? poi la verifica." Di certo l’accordo da "perfezionare" tra Ispra ed Arpab prevedeva l’eventuale l’acquisizione di campioni in doppio e questo emerge dalla gi? citata nota inviata dalla Ispra alla Sogin in data 6 aprile 2009. Tradotto l’Arpab avrebbe dovuto effettuare direttamente dei prelievi e non accontentarsi dei prelievi inviati dalla Sogin.

L’Assenza di Trasparenza

L’Ex assessore Santochirico veste i panni dell’allarmista

Questa volta a vestire i panni dell’allarmista ? l’ex assessore all’ambiente Vincenzo Santochirico, in carica fino al marzo 2010. Scherzi a parte, non possiamo che condividere le preoccupazioni espresse da Santochirico sui rapporti tra Sogin e Regione Basilicata.
Il primo giugno del 2010 in un intervento, pubblicato su Basilicatanet e ripreso da tutti i quotidiani regionali, l’ex assessore all’Ambiente Vincenzo Santochirico(in carica fino al marzo 2010) afferma che la Regione "deve con tempestivit? ripristinare rapporti corretti con la Sogin, improntati a chiarezza, trasparenza e tempestivit?."

Tradotto: Santochirico, dismessi i panni di Assessore e tornato consigliere semplice, viene improvvisamente folgorato sulla via di Damasco della trasparenza, della chiarezza e della tempestivit? delle comunicazioni, in una parola dal diritto al conoscere per deliberare.

Nella nota pubblicata su Basilicatanet, l’ex assessore, che fino a qualche giorno prima aveva minacciato il sottoscritto di improponibili denunce per Procurato allarme ed era stato il paladino del "tutta posto", l’uomo che non aveva pronunciato una parola sulla vasca fosfogessi e sulla vicenda Fenice, lancia bordate nei confronti della Sogin, affermando che "fino a poche settimane fa dalla Sogin non sono pervenute informazioni sulle attivit? di messa in sicurezza e di gestione del sito Itrec di Rotondella". Il Santochirico consigliere arriva a parlare di "silenzio assoluto protrattosi per un anno sulle attivit? della Sogin e sullo stato di avanzamento degli interventi di messa in sicurezza. "

La domanda ovviamente sorge spontanea: perch? Santochirico ha parlato solo il 1? giugno?

Il Tavolo della Trasparenza?

Il 30 marzo del 2009 si ? tenuta a Potenza l’ultima riunione del cosiddetto "Tavolo della Trasparenza" istituito con la delibera di Giunta regionale n. 1806 del 27 luglio del 2004. Il "Tavolo" dovrebbe assicurare "la vigilanza e l’informazione su tutte le attivit?" inerenti la Trisaia di Rotondella.

Nel corso del tavolo del 30 marzo si registra l’intervento di Felice Santarcangelo presente in rappresentanza della Lipu, il quale afferma: "Noi vogliamo sapere anche che cosa fate e vogliamo dei dati da parte di Ispra che controlla, di Arpab che controlla e di Sogin: potremmo non comprenderli, per? ? una questione di trasparenza. Poi possiamo fare anche noi delle analisi successive, per? dobbiamo agire nel massimo della trasparenza."

Insomma, al tavolo della trasparenza si discute della trasparenza che non c’?. Una costante in Basilicata, dove tocca giocare a rimpiattino per poter ottenere ci? che ? dovuto e questo ovviamente quando i monitoraggi delle varie matrici ambientali vengono effettuati.

Le Dichiarazioni del Prof. Paolo Togni

"La situazione del deposito Enea di Rotondella, sulla base di quanto mi ? stato rappresentato, ? deplorevole." Cos? si esprime il prof. Paolo Togni, ex Capo di Gabinetto del Ministero dell’Ambiente, ascoltato dai Carabinieri nell’ambito di un’inchiesta sul business del nucleare aperta nel 2004 e archiviata nel 2010. Non basta, il Prof. Togni ? ancora pi? esplicito e riferendosi allo stato di conservazione dei materiali nucleari stoccati all’interno dell’Itrec afferma: "Le notizie relative alla cattiva conservazione dei materiali sono preoccupanti. "

IL SITO DI BONIFICA DI INTERESSE NAZIONALE "Area industriale della Val Basento"

La Val Basento pattumiera d’Italia

Il sito dell’area industriale della Val Basento ? stato individuato quale sito di interesse nazionale con l’art. 14 della legge 31 luglio 2002 n.179.
Successivamente, con il D.M. 26 febbraio 2003, ? stato definito il perimetro del sito che comprende sei comuni del materano: Ferrandina, Pisticci, Grottole, Miglionico, Pomarico, Salandra.

La perimetrazione dovrebbe essere il primo passo per arrivare alla bonifica di un’area devastata dai veleni, invece, come nel caso di Tito, ? solo l’inizio di un interminabile susseguirsi di Conferenze di Servizio tenutesi presso la sede del Ministero dell’Ambiente. Nei verbali ministeriali che abbiamo potuto sfogliare si parla ancora di caratterizzazioni, la fase che serve a determinare l’inquinamento di un’area, e di messa in sicurezza d’emergenza(MISE). Bonifica quasi zero e idem dicasi per l’interesse. In compenso una marea di carte e di trasferte per qualche solerte funzionario regionale, che immagino non abbia pi? molta voglia di vedere gli uffici di Viale Colombo.

Come Radicali e da Radicali ci siamo occupati della Val Basento con alcune video-inchieste postate sul sito di Giornalismo partecipativo "Fai Notizia" (radioradicale. it), nell’ambito dell’inchiesta "i veleni industriali e politici della Basilicata - video inchiesta sulla Val Basento". I video hanno seguito anche le tracce che emergono dalla lunga teoria di Conferenze di servizio decisorie ed istruttorie susseguitesi a partire dal 2006. Tonnellate di carta. Una piccola Treccani che racconta la storia di una bonifica mai decollata.

La Conferenza di Servizi Decisoria del 22 dicembre 2008

Il 22 dicembre del 2008 si tiene a Roma l’ultima Conferenza di Servizi di cui siamo a conoscenza. Dal verbale redatto al termine dell’incontro emerge con chiarezza la situazione in cui versa l’area della Val Basento. Dopo 6 anni siamo ancora nella fase di Caratterizzazione(indagini condotte in un sito contaminato o ritenuto potenzialmente tale, il cui scopo principale ? quello di definire l’assetto geologico e idrogeologico, verificare la presenza o meno di contaminazione nei suoli e nelle acque e sviluppare un modello concettuale del sito) e di MISE(Messa in sicurezza d’emergenza). Nel verbale datato dicembre 2008, il Direttore Generale della Direzione qualit? della Vita del Ministero dell’Ambiente, dottor Mascazzini, scrive: "Si sottolinea che in caso di ulteriore ritardo delle Societ? ad ottemperare alle richieste formulate dalle numerose Conferenze di Servizi tenutesi sull’argomento, l’Amministrazione attiver? i poteri sostitutivi in danno delle Societ? medesime, costituendo il presente verbale messa in mora nei tempi sopra indicati, che debbono essere considerati perentori. Si ricorda che l’inerzia delle Societ? medesime integrer? gli estremi del reato di cui all’art. 257 del D.Lgs 152/06.

L’odierna Conferenza di Servizi decisoria richiede infine all’Avvocatura Distrettuale di Matera(in realt? la sede dell’Avvocatura ? Potenza ndr) di attivare nei confronti delle aziende ogni iniziativa ritenuta opportuna a tutelare la pretesa erariale dell’Amministrazione in relazione sia agli obblighi di risarcimento dell’eventuale danno ambientale derivato e derivante dalla fuoriuscita di inquinanti dai terreni e dalle falde sottostanti le propriet?, sia alla rivalsa dei costi sostenuti per la messa in sicurezza e la bonifica della medesima, attivando altres? le procedure per l’iscrizione dell’ipoteca legale sulle propriet? a garanzia dei crediti che saranno azionati. A tal fine il presente verbale sar? inviato alla medesima Avvocatura."
Se il verbale sia stato poi inviato all’Avvocatura dello Stato resta un mistero, ma di certo la lettura dei verbali fa emergere una situazione ben lontana da un’effettiva bonifica di un’area che, al pari di quella di Tito scalo, ? letteralmente devastata da ogni sorta di veleni(inquinamento delle falde, presenza di amianto, ecc.).

Il caso Mythen una video-inchiesta curata per "Fai Notizia"

Il 21 ottobre del 2009 in compagnia del Tenente della Polizia Provinciale Giuseppe Di Bello percorro la S.S. 407 (Basentana). Partendo da Tito ci dirigiamo a Ferrandina(MT). A Ferrandina troveremo quel che resta dello stabilimento liquichimica e soprattutto lo stabilimento della Mythen. Andando verso la Val Basento stiamo per calarci nell’ennesima storia lucana fatta di veleni e cassa integrazione, di bonifiche fantasma e corruzione, un itinerario dei disastri che sembra non finire mai. Ci dirigiamo verso la "Terra di Nessuno", che per qualche investigatore ? terra amata dai trafficanti di rifiuti tossici. La Val Basento ha ospitato, sin dai primi anni sessanta e fino alla fine degli anni settanta, industrie che producevano clorosoda, cloruro di vinile, polivinile cloruro (PVC) e amianto (Materit).

Per ammazzare il tempo sfoglio due documenti piuttosto interessanti: "La caratterizzazione Geochimica dei Siti inquinati di interesse Nazionale di Tito scalo e della Val Basento" e un contratto di sperimentazione tra Metapontum Agrobios(societ? interamente partecipata dalla Regione Basilicata) e la Mythen Spa. Scopro che la stessa Metapontum, che ha dato il suo contributo alla caratterizzazione geochimica del sito di interesse nazionale della Val Basento, ha stipulato un contratto di sperimentazione con la Mythen.

Da quel piano emerge "un diffuso stato di contaminazione della falda."

La Mythen, in base a quello che leggiamo sul sito della societ?, produce biodisel, olio di soia epossidato, glicerina pura, fosfato monopotassico.

Il Ministero dell’Ambiente ha inserito lo stabilimento Mythen di Ferrandina tra gli stabilimenti suscettibili di causare incidenti rilevanti. La cosa davvero interessante ? che lo stabilimento Mythen ? stato insediato(2003) proprio all’interno del sito di bonifica di interesse nazionale. Nel novembre del 2008, l’assessore all’ambiente della Regione Basilicata, Vincenzo Santochirico, dopo un incontro con il management della Mythen, parla di "criticit? che non agevolano la produzione, come ad esempio la mancanza della rete fognante". Dall’impianto Mythen parte un tubo che scarica sostanze inquinanti direttamente nel Basento. La condizione dei piezometri installati dall’Arpab, all’esterno dello stabilimento, e che dovrebbero servire a monitorare la falda acquifera, ?,per usare un eufemismo, "precaria".
A pochi chilometri in linea d’aria dallo stabilimento Mythen c’? l’area industriale della Felandina, con capannoni costruiti da anni e non utilizzati: un buco nero che ha inghiottito decine di milioni di euro. La peste lucana continua a mietere vittime, e un intero ceto dirigente, pi? che pensare alle bonifiche, pensa alle consulenze e ad arricchire il portafoglio clienti. Sono i disastri prodotti da un sistema di potere corrotto e corruttore. I veleni che inquinano le falde e i fiumi lucani, l’aria e la terra di Basilicata, si moltiplicano grazie all’assenza di legalit? e stato di diritto.

Nel dicembre del 2008, soffermandosi sulla situazione dell’area Mythen, il Ministero dell’Ambiente scriveva: "si sollecita l’attivazione dell’intervento di messa in sicurezza d’emergenza della falda. Dovr? essere verificata l’efficacia e l’efficienza del pompaggio presentato ai fini della delimitazione della contaminazione delle acque di falda; di presentare la validazione da parte dell’Arpab della campagna analitica sulle acque di falda del 29/06/2005 (!!!-ndr);di sollecitare la trasmissione degli approfondimenti sul ritrovamento del Piombo in acque di falda". Il capitolo Mythen elenca una lunga serie di inadempienze e, infatti, il verbale si chiude con la segue frase: "La Conferenza di Servizi istruttoria del 25/11/2008 ha verificato che non risulta pervenuta alcuna comunicazione in merito a quanto richiesto".

L’esposto

Il 3 novembre del 2009 indirizziamo alla Polizia Provinciale un esposto sull’area Mythen al quale alleghiamo il filmato pubblicato su Fai Notizia il 29 ottobre del 2009.

L’intervento del Corpo forestale dello Stato e il segreto istruttorio

Il 19 novembre del 2009 i quotidiano regionali riferiscono di un’operazione del Corpo forestale dello Stato. In particolare la Gazzetta del Mezzogiorno titola: "Versamenti inquinanti scoperti nel Basento. La Forestale deferisce una ditta in agro di Ferrandina." L’articolo non contiene nessun esplicito riferimento alla Mythen, ma si parla genericamente di "Ditta". E’ di un certo interesse, per?, leggere la descrizione che da del fatto il cronista: "Un’ iniziativa conseguente anche alle emanazioni maleodoranti nei pressi della zona industriale di Ferrandina(vedi video su Fai Notizia - ndr). Gli uomini del Corpo Forestale dello Stato di Salandra(MT) hanno accertato la presenza di componenti organici inquinanti nel fiume, in agro di Ferrandina. Lungo la pertinenza idraulica del corso d’acqua ? stato rilevato lo sversamento abusivo di acque reflue provenienti da tubature di insediamenti industriali. Tramite ulteriori indagini, gli agenti sono riusciti a risaIire alla ditta responsabile della produzione del liquido inquinante, che ? risultata avere gi? precedenti segnalazioni all’autorit? giudiziaria per analoghi reati. Le analisi dei campioni delle acque prelevate dal fiume Basento in prossimit? dello scarico, hanno confermato la presenza di composti inquinanti con valori oltre i limiti stabiliti dalla normativa ambientale in tema di acque di scarico provenienti da insediamenti industriali. "

Chiazze gialle nel Basento

Il 25 luglio del 2006, il Quotidiano della Basilicata pubblica un articolo dal titolo "Chiazze gialle nel Basento". Nel pezzo firmato da Margherita Agata ? dato leggere: "Chiazze giallastre e uno sgradevole odore acre lungo un tratto del Basento hanno fatto gridare ad un nuovo pericolo inquinamento .... E comunque per sgombrare il campo da ogni dubbio Mythen ha avviato in sintonia con gli enti preposti(Arpab e Forestale) e le istituzioni(Comune e Regione) tutte le procedure necessarie per risolvere alcune criticit? del processo produttivo che pure ci sono. "

Tra i materiali utilizzati dalla Mythen il Keroflux

Tra le materie prime utilizzate dalla Mythen troviamo il Metanolo e Keroflux. In relazione al Keroflux, sul sito della IES(Italiana Energia e Servizi Spa) alla voce "controindicazioni", leggiamo: Tossico per gli organismi acquatici;pu? determinare a lungo termine effetti nocivi per l’ambiente acquatico." Ad oggi non ? dato conoscere quale sia la "ditta" denunciata dal Corpo Forestale dello Stato. Anche l’ultimo episodio di cronaca nera determina l’esposizione al pubblico ludibrio del presunto colpevole, mentre nel caso di un’azienda che inquina un’ importante arteria idrica si ha la delicatezza di non citarla.

I video su "Fai Notizia"

Tra fine ottobre e inizio novembre 2009 postiamo su Fai Notizia una serie di video sulla Mythen. In uno di questi video, la signora Pierina racconta la sua convivenza con la Mythen. Pierina, riferendosi ai cattivi odori provenienti dallo stabilimento, afferma: "Ci hanno reso la vita invivibile".

Quella strana area di bonifica (Left parla della video-inchiesta postata su fai Notizia)

Il 4 dicembre del 2009, il giornalista di Left Rocco Vazzana nell’occuparsi della Val Basento scrive: "Siamo in Lucania, nella provincia di Matera. ? da qui che si alza J’ultimo grido di dolore di una regione martoriata dai veleni lasciati in dono dall’ industria chimica. Si tratta del secondo sito di "bonifica di interesse nazionale" della Basilicata, quello della Val Basento, offeso e desertificato da anni di scarichi tossici. Un territorio recintato al cui interno si possono trovare interrati rifiuti di ogni tipo. Peccato, per? che il ministero dell’Ambiente abbia inserito lo stabilimento della Mythen all’ interno "dell’ Inventario nazionale degli stabilimenti suscettibili di causare incidenti rilevanti". Come sia possibile consentire la creazione di un nuovo impianto pericoloso all’ interno di un ’area da bonificare resta un mistero. ?La Mythen - afferma Maurizio Bolognetti, segretario dei Radicali lucani, tra i primi a denunciare la grave situazione di Ferrandina e autore di una video inchiesta (visibile all’ indirizzo www.radioradicale.it) - si spaccia come azienda ambientalista produttrice di chimica verde, ma l’elenco delle sostanze trattate non mi sembra cos? ecologico. Se, ad esempio, leggo che il keroflux, utilizzato dalla Mythen, provoca gravissimi danni all’ ambiente acquatico, non mi sento affatto tranquillo?.

E le preoccupazioni di Bolognetti non sembrano essere fuori luogo, visto che dallo stabilimento parte un tubo, come si pu? vedere nel video girato, che arriva direttamente a sversare del liquido, non meglio precisato, direttamente nel fiume Basento. In pi?, come se non bastasse, l’impianto in questione sarebbe sprovvisto persino di rete fognaria, cos? come denunciato dall’ assessore al/’ Ambiente della Regione Basilicata, Vincenzo Santochirico, che nel 2008 parl? di ?criticit? che non agevolano la produzione, come ad esempio la mancanza della rete fognante?. "

Un Caso Emblematico: la discarica di rifiuti pericolosi di Pisticci Scalo.

Conferenza di Servizi decisoria del 16 maggio 2006, il Ministero dell’Ambiente scrive:’’Alla luce delle informazioni trasmesse sullo stato di contaminazione della falda e la relativa richiesta, gi? sollecitata, per l’attivazione di misure per la messa in sicurezza d’emergenza della falda medesima nell’area della discarica in oggetto, si rappresenta l’urgenza e l’improcrastinabilit? dell’attivazione di tali misure per il contenimento della contaminazione. Tali misure si rivelano ancora pi? urgenti alla luce del fatto che risulta effettuato un travaso di rifiuti in vasche dedicate solo ai fanghi. "

Lo stesso Ministero, inoltre, avverte l’esigenza di evidenziare che, con delibera della Giunta Regionale, nel luglio del 1989 la Regione Basilicata "vietava lo smaltimento di tutti i rifiuti tossico-nocivi", e aggiunge: "Nel settembre 2003, in discarica risultavano smaltiti rifiuti speciali e rifiuti tossico-nocivi, in quantit? tale da saturare la vasca da mc 20000 adibita allo scopo." Come se non bastasse la bacchettata sull’assenza di interventi tesi a limitare la contaminazione, il Ministero sottolinea che non risulta attuato il "monitoraggio dell’area discarica", previsto dalla gi? citata delibera G.R. del luglio 1989.

Quasi beffardo, il dotto Mascazzini scrive: "Sembra evincersi che le attivit? di monitoraggio della discarica in oggetto non siano ancora iniziate ..... ad oggi non risulta attuato alcun intervento di messa in sicurezza d’emergenza delle acque di falda. "

Ma s?, tutto sommato chi se ne fotte dell’inquinamento delle falde acquifere lucane, dall’Ofanto passando per Tito. Un po’ di veleno non pu? che farci bene!
Era il maggio del 2006 e, come leggiamo, il Ministero parla di misure di messa in sicurezza gi? richieste e non attuate, di delibere di Giunta disattese e di interventi di messa in sicurezza d’ emergenza richiesti e non attuati. Come vedremo, le richieste resteranno inevase anche negli anni successivi. La discarica, giover? segnalarlo, sorge a 600 metri dal martoriato Basento.

Va anche sottolineato che, nel verbale in oggetto, il Ministero afferma che nel caso di ulteriori inottemperanze "saranno attivati i poteri sostitutivi per l’esecuzione degli interventi medesimi, in danno, costituendo il presente atto verbale di formale messa in mora."

Conferenza di Servizi Decisoria 1 febbraio 2007, sono trascorsi 9 mesi dalla Conferenza del 16 maggio e il Ministero scrive: "Si ? verificato che le aree interessate dalle vasche della discarica in oggetto erano accessibili e, in particolare, che la copertura della vasca risultava di consistenza elasto-plastica con evidente attivo pericolo di collasso in occasioni di eventi meteorici e/o carichi aggiuntivi, questi ultimi possibili data la mancanza di recinzione dell’area." Verrebbe da dire: "Benedetto Mascazzini, ma l’area ? aperta per consentire ai turisti di fare un bel bagno nella vasca!" Anche a Tito le vasche fosfogessi, con il loro carico di fanghi industriali allo stato liquido, fino a poco tempo fa non erano nemmeno recintate.
Nello stesso verbale il Ministero aggiunge: "Non risultano in corso le richieste attivit? di Messa in sicurezza d’emergenza delle acque di falda cos? come prescritto nel verbale della Conferenza di Servizio del maggio 2006".
"Ma come", chiosiamo noi, "e l’emergenza e l’urgenza?" Verrebbe da ridere, se la situazione non fosse drammatica e non rispecchiasse la storia dei due siti di Bonifica della Basilicata.

Conferenza dei Servizi Decisoria 14 gennaio 2008, finalmente inizia a muoversi qualcosa sul fronte della Messa in sicurezza d’emergenza, ma ovviamente le cose non vanno per il meglio. Infatti, il Ministero scrive: "Non risulta attivato, ad oggi, l’intervento integrativo di barrieramento idraulico". Lo stesso Ministero, poi, chiede al Consorzio di poter conoscere il destino delle acque contaminate emunte e il relativo programma di verifica dell’intervento attivato.

Conferenza dei Servizi Decisoria 3 dicembre 2008(il Colpo di scena), il solito Mascazzini scrive: "Si ribadisce la richiesta di immediato completamento ed attivazione dell’intervento di Messa in sicurezza d’emergenza delle acque di falda dell’area della discarica in questione." Giover? ribadire che dopo anni non si parla di bonifica, ma ancora di Messa in sicurezza d’emergenza e cio? di una soluzione tampone.

Ma proprio dal verbale del dicembre 2008 emerge una verit? sconcertante. Scrive, infatti, il Ministero: Si prende atto a seguito dei sopralluoghi effettuati dalla Provincia di Matera e, vista la comunicazione della Regione Basilicata del 27/02/2007 che "le due vasche costituenti la discarica sono state realizzate prive dei dovuti settori dedicati allo smaltimento delle diverse categorie di rifiuti pericolosi e non, e /’impianto ? stato esercito senza impedire che detti rifiuti venissero a contatto."
La vicenda della discarica di rifiuti pericolosi e tossico-nocivi di Pisticci scalo ? emblematica di un’opera di bonifica mai effettuata e che riguarda, nel complesso, buona parte del Sito di Bonifica della val Basento.

Nel febbraio del 2007, il Ministero dell’Ambiente, nel prendere atto dell’emanazione da parte dei Comuni di Pisticci e Pomarico di ordinanze di interdizione dell’utilizzo dei suoli e delle acque, chiede l’attivazione di interventi di Messa in sicurezza. Lo stesso Ministero chiede all’Apat, all’Arpab e all’ISS di esprimere un parere sulle zone intercluse tra aree riscontrate contaminate per i parametri Mercurio e PCB, poste in fregio al fiume Basento e prossime alle aree industriali nei territori dei Comuni di Salandra, Ferrandina e Pisticci.

L’Area ex Materit tra amianto e trielina

Tra le aree da Bonificare presenti all’interno del Sin della Val Basento troviamo l’area della ExMaterit, oggi di propriet? del Comune di Ferrandina.
Ecco cosa scrive nel dicembre 2008 il Ministero dell’Ambiente in relazione all’area Materit, azienda che per lungo tempo ha prodotto manufatti in amianto: "Si sollecita l’attivazione di un intervento di messa in sicurezza d’emergenza della falda, alla luce della contaminazione da amianto riscontrata nei suoli; si sollecita l’attivazione di un intervento di messa in sicurezza d’emergenza della falda, alla luce della contaminazione dei parametri Manganese, Esaclorobutadiene e Tricloroetilene riscontrato nelle medesime acque sotterranee".

L’Area Confinata

A Ferrandina(MT) c’? un clone della vasca fosfogessi di Tito scalo. Si tratta della cosiddetta "Area diaframmata" della Syndial, che gli abitanti di Ferrandina hanno ribattezzato "Area confinata". Il 22 dicembre del 2008, il Direttore Generale del Ministero dell’Ambiente, Gianfranco Mascazzini, soffermandosi sull’area Syndial scrive: "in merito ai rapporti analitici dei campioni di acque di falda e percolato prelevati nell’Area Diaframmata Syndial Ferrandina, trasmessi da Syndial spa, si ribadisce preliminarmente la necessit? di una immediata attivazione degli interventi di messa in sicurezza della falda e di sollecitare il recepimento delle richieste formulate durante la Conferenza di Servizi Istruttoria del 23 ottobre 2007."

Insomma, a 5 anni dalla perimetrazione del sito si parla ancora di MISE. Nell’area diaframmata ? stato rilevato un autentico cocktail di veleni, che vanno dal mercurio all’arsenico.

L’area ? ubicata a pochi metri in linea d’area dal fiume Basento e nei pressi della stessa si intravede un campo coltivato a grano.

Nel dicembre del 2009 ci siamo occupati dell’area diaframmata attraverso una video-inchiesta postata sul sito "Fai Notizia". Le testimonianze raccolte e l’eloquenza delle immagini hanno rivelato una situazione immutata rispetto a quanto scriveva il Ministero dell’Ambiente un anno prima. Il 21 dicembre del 2009, anche sull’area diaframmata abbiamo indirizzato un esposto alla Procura attraverso la Polizia provinciale. Nell’esposto ? possibile leggere: I video in oggetto, girati in data 15 dicembre e pubblicati sul sito www.fainotizia.it (Radio Radicale), riguardano la cosiddetta "area diaframmata" di propriet? della Syndial spa e l’area Mythen, entrambe ubicate a Ferrandina(MT). I sopra citati documenti audio-video sono parte integrante di una video-inchiesta sulla Val Basento curata per il sito web www.fainotizia.it (Radio Radicale).

Dicembre 2009, Parte la bonifica?

Il 19 dicembre del 2009 la Provincia di Matera diffonde un Comunicato stampa in cui si afferma: "La Bonifica della Val Basento ? partita". In realt?, a leggere con attenzione il testo e i comunicati diffusi nei giorni successivi, emerge che i soldi stanziati serviranno per misure di Mise(Messa in sicurezza d’emergenza) e per completare le caratterizzazioni del sito. Insomma, interventi propedeutici all’opera di bonifica vera e propria e quindi una conferma della quasi totale assenza di interventi effettuati negli anni precedenti. Per capirlo, per?, occorre leggere con attenzione. Scrive la Provincia di Matera: "Avvieremo a partire da subito l’iter di bonifica del sito a prevalente vocaziane agricola (sigh!!! Ndr). Ma ? bene ricordare che sull’area in questione insistono numerose attivit? produttive di tipo chimico e aree dismesse che sono state in passato sede di produzioni di manufatti in cemento, amianto e produzione di metanolo. Infatti la contaminazione dell’intera zona ? dovuta, principalmente, alla presenza nei terreni e nelle acque di falda a metalli pesanti, IPA (idrocarburi policiclici aromatici) e solventi clorurati. Ebbene, questo Accordo di programma, definisce tutte le attivit? di Bonifica che prevedono: 1. Progettazione e realizzazione degli interventi di messa in sicurezza delle acque di falda e dei suoli delle aree pubbliche nonch? di quelle agricole colpite da inquinamento indotto; 2. Completamento caratterizzazione dei suoli e della falda delle aree agricole colpite da inquinamento indotto; 3. Caratterizzazione e progettazione degli interventi di messa in sicurezza e bonifica delle acque superficiali e dei sedimenti dell’asta fluviale del fiume Basento. "

Inquinamento indotto!!!

Ad inquietare ? quella frase ripetuta per ben due volte "inquinamento indotto delle falde dell’aree agricole". Verrebbe da chiedersi se in questi anni una parte dei veleni stipati nel ventre della Val Basento non sia finita sulle tavole dei lucani, visto che, come ammette la stessa Provincia e come abbiamo documentato nelle nostre video-inchieste, l’area da bonificare ? un’area a prevalente "vocazione agricola".

Ferrandina, ? necessario fare Chiarezza

Il 7 maggio 2010, a circa 6 mesi dall’annuncio in pompa magna fatto dalla Provincia di Matera, ? il solito Pio Abiusi dalle pagine del sito della Lista Bonino-Pannella a sollevare dei dubbi sugli sventolati interventi di bonifica. Scrive l’ambientalista materano:"Che fine ha fatto la dotazione finanziaria di 4.545.454,00 euro, una met? a valere sui Fondi Por 2007-2013, messi a disposizione dalla Regione Basilicata, e l’altra su Fondi statali (D.M. 28 novembre 2006, n. 308) e con i quali avviare da subito l’iter di bonifica del sito? Era, questa, una notizia di met? Dicembre dello scorso anno. Anche queste risorse sono servite per finanziare la costruzione del ponte di Messina? Maurizio Bolognetti, segretario regionale dei radicali lucani, in uno dei suoi raid compiuti alla fine di Ottobre del 2009, scopre un tubo corrugato nero del diametro, forse, di 360 mm e che scarica acqua visibilmente inquinata in un fosso. Bolognetti afferma essere uno scarico della Mythen e che riversa liquido, apparentemente inquinato, nel vicino Basento e denuncia l’accaduto. E’ possibile sapere cosa ? accaduto e quale ? la ditta incriminata? La vicenda ? finita in un assordante silenzio cos? come ? accaduto per il cattivo funzionamento dell’inceneritore Fenice a San Nicola di Melfi." Verrebbe da aggiungere: "a dire il vero abbiamo perso le tracce anche delle denunce su la Fenice, Tito e la Val Basento."

Nel Paese che muore d’Amianto

Il 23 giugno 2010 l’Espresso torna ad occuparsi della Val Basento con un articolo firmato da Andrea Milluzzi. Il cronista dell’Espresso da voce alle preoccupazioni ed ai giustificati timori di un’intera comunit?: "Ma cosa sta succedendo a Ferrandina? Questa ? la domanda che Nunzia si sente rivolgere all’ospedale di Matera, dove le hanno appena diagnosticato un tumore. Una sentenza ultimamente troppo ricorrente fra gli abitanti di questo paesino a una trentina di chilometri dalla citt? dei Sassi. Ma una risposta i ferrandinesi se la sono data: sta succedendo che la pattumiera d’Italia ha iniziato a generare i suoi morti." In un articolo del maggio 2007, sempre l’Espresso aveva inserito Tito tra le aree dove maggiore ? il rischio di morire di tumore. Tre anni dopo i cronisti dell’Espresso scoprono quello che i cittadini lucani sanno da tempo: il problema riguarda anche Ferrandina e non solo.

Interrogazioni

Sulla Val Basento e su tutte le vicende inerenti i "veleni industriali e politici della Basilicata" la Deputata Radicale Elisabetta Zamparutti ha presentato numerose interrogazioni. La quasi totalit? ? rimasta senza risposta da parte dei Ministeri interrogati.

Tra gli atti di sindacato ispettivo dell’on. Elisabetta Zamparutti, giover? citare l’interrogazione sulle centrali di gas previste a Salandra(400 MW) e a Pisticci(800 MW) e il progetto Geogastock per il megastoccaggio di un miliardo di mc di gas russo da stipare nei pozzi esauriti di metano di Salandra e Pisticci. Progetti che fanno ben comprendere che in Basilicata la tutela ambientale e della salute viene sempre subordinata ad interessi altri. Nell’interrogazione la deputata radicale pone domande importanti, chiedendosi tra l’altro se sia un atto di buon senso consentire l’installazione di una centrale, quella di Salandra(MT), a circa 200 metri dalla centrale di compressione del gas del megastoccaggio Geogastock. La Zamparutti non manca di sottolineare anche un altro aspetto che ha dell’incredibile: l’autorizzazione a ricercare idrocarburi concessa alla Gas-Plus in una zona che costeggia l’area destinata al megastoccaggio di gas.

Fare troppe domande non ? opportuno

L’area del materano ? un’area delicata e difficile, e forse ? per questa ragione che su alcuni video che ho postato su Fai Notizia sono apparsi commenti vagamente intimidatori. Qualcuno ci ha anche tenuto a farci sapere che dovevamo "attaccarci bene le scarpe".

I Veleni di Tito

Tito ? un piccolo centro alle porte del capoluogo di regione, lo si potrebbe definire un satellite della citt? di Potenza. A Tito scalo si trova uno dei due SIN (Sito di bonifica d’interesse nazionale) della Basilicata. Anche a Tito, come in Val Basento, ? mancato sia l’interesse che la bonifica. Si ? fatto un gran parlare nei mesi scorsi di navi affondate nel Mediterraneo, ebbene a Tito scalo c’? una nave di cui da almeno 20 anni tutti sono a conoscenza: la cosiddetta vasca fosfogessi, ubicata nell’area ex-liquichimica, dove sono state stoccate migliaia di tonnellate di fanghi industriali e a detta del sindaco di Tito Pasquale Scavone anche fanghi di perforazione provenienti dalle estrazioni petrolifere(Vedi intervista su Fai Notizia).

Il Sito di interesse Nazionale di Tito

Si inizia a parlare della necessit? di bonificare l’area industriale di Tito nel febbraio del 200l. Pochi mesi dopo, il D.M. 468/2001 istituisce "Il sito di bonifica di interesse nazionale di Tito"; ancora pochi mesi e, nel luglio del 2002, sempre con Decreto ministeriale, si stabilisce il perimetro del sito e parte la fase di caratterizzazione, cio? la fase in cui vengono accertate le effettive condizioni di inquinamento. In merito alla bonifica del sito di Tito scalo, ? bene precisare che la Regione Basilicata individu? nel 2005 il Consorzio per lo sviluppo industriale della Provincia di Potenza(ASI) quale stazione appaltante per gli interventi di messa in sicurezza di emergenza e bonifica.

La Conferenza di Servizi decisoria del 22 dicembre 2008

Il 22 dicembre del 2008 si tiene a Roma l’ennesima "Conferenza di Servizi decisoria" avente per oggetto lo "Stato di attuazione delle attivit? di caratterizzazione e di messa in sicurezza di emergenza sul sito di interesse nazionale di Tito."

La fotografia scattata dal Ministero ? quella di un’emergenza che, come tutte le "emergenze" italiane, si trascina da troppo tempo. Dal verbale redatto al termine dell’incontro emergono aspetti inquietanti. La Direzione generale Qualit? della Vita del Ministero dell’Ambiente parla di mancanza di informazioni "derivanti da un incompleto monitoraggio" e di "un contesto ambientale ancora caratterizzato da una pesante contaminazione da tricloroetilene in elevatissime concentrazioni tali da ipotizzare la presenza del prodotto libero in falda". Lo stesso Ministero aggiunge che "a distanza di tre anni e mezzo le aziende e gli altri soggetti interessati hanno dimostrato limitato interesse e volont? nell’adoperarsi per conoscere e quindi, ove possibile, limitare la diffusione dell’inquinante che rappresenta un rilevante pericolo per la salute umana". Leggiamo di monitoraggi incompleti, di dati discordanti, di rifiuti la cui destinazione risulta essere sconosciuta, di problematiche "non risolte". Un quadro che fa temere che l’inquinamento sia andato ben oltre i perimetri stabiliti dalla burocrazia. Con la nostra indagine sul campo scopriremo che ? proprio cos? che stanno le cose.

Il Pozzo S13

Parlando di uno dei pozzi dai quali vengono emunte le acque alla trielina, dal verbale ministeriale emerge che per una qualche misteriosa ragione la presenza dell’inquinante subisce delle forti oscillazioni da un mese all’altro. "In corrispondenza del pozzo S13, nel mese di maggio del 2008, ? stata riscontrata un’elevata concentrazione di tricloroetilene pari a 1590 ?g/l non emersa nel mese precedente, tale circostanza potrebbe far presupporre ad uno sversamento puntuale"(Verbale ministeriale, 22 dicembre 2008).

L’impianto di trattamento smaltimento inidoneo

E’ possibile che i veleni emunti nell’area di Tito scalo siano stati smaltiti in un impianto di propriet? del Consorzio Asi inidoneo a smaltire quel tipo di rifiuti ed ? possibile che la stazione appaltante, lo stesso consorzio industriale di Potenza, commetta un clamoroso errore nell’indicare il produttore dei rifiuti(acque emunte)? A giudicare da quello che scrive il Ministero sembrerebbe proprio di s?: ’’Alla luce della documentazione acquisita, l’impianto di trattamento/smaltimento S. Nicola di Melfi non risulta idoneo a ricevere i rifiuti costituiti dalle acque di falda emunte con codice CER (Codice Europeo Rifiuti - ndr) del gruppo 19. 13 ... In merito all’attribuzione del produttore del rifiuto specificata nel formulario rifiuti, si osserva che, a parere di questa Direzione, il produttore ? identificato nella figura del Consorzio Asi di Potenza e non nella figura della lucana spurghi Srl. "

L’Inchiesta curata per Fai Notizia - Una bucolica passeggiata tra fanghi industriali e fosfogessi.

Particolare curioso, nel sopra citato verbale ministeriale manca un esplicito riferimento ad una delle principali fonti di inquinamento presenti nell’area di Tito scalo, una vera e propria bomba ecologica: la cosiddetta vasca fosfogessi.

Il 16 luglio del 2009, in compagnia del Tenente della Polizia Provinciale di Potenza Giuseppe Di Bello, mi addentro nei "misteri" dell’area ex-liquichimica. Il mio accompagnatore parla di "trincee" dove sono state interrate, in teli di pvc, tonnellate e tonnellate di fanghi industriali; il tutto ricoperto con uno strato di fosfogesso. Ci caliamo nelle trincee ed ho la sensazione di camminare su un materasso ad acqua, solo che sotto i nostri piedi non c’? acqua, ma veleno.

Silenzio tombale. Siamo circondanti da 27500 metri quadrati di "rifiuti tossico-nocivi". Nel rapporto redatto dalla burocrazia ministeriale nel 2008 non c’? traccia della discarica che ci accingiamo a visitare, ma ne troviamo traccia, eccome, nel procedimento 1837/05 aperto dalla Procura della Repubblica di Potenza e dal dotto Woodcock. Penso al cartello di benvenuto e mi assale la sgradevole sensazione che si prova quando ti accorgi che qualcuno vuole prenderti per i fondelli. "Benvenuti", "Welcome to Munnezzopoli". La rete, lo stato di abbandono, il silenzio; sullo sfondo lo scheletro dello stabilimento ex-liquichimica; tutto ha l’odore sinistro della morte e della putrefazione. Difficile allontanare un senso di angoscia. Difficile non pensare ad uno sviluppo industriale che ha prodotto soprattutto veleni, furto, cassintegrati, sperpero di denaro pubblico e clientelismo. Siamo a Tito scalo, a pochi chilometri da Potenza, eppure, sembra di essere in una zona di guerra, in un paese del terzo mondo eletto a discarica di rifiuti tossici. Passeggiando per le strade di Tito ci dicono che, nella zona, sono troppe le persone colpite da malattie tumorali. Se la peste italiana produce assenza di democrazia, legalit? e Stato di diritto, qui nel mezzogiorno d’Italia l’effetto si manifesta amplificato. A Tito, dal 2005 permane un’ordinanza che vieta l’uso dell’acqua per una distanza di oltre 150 metri rispetto ai perimetri stabiliti dalla burocrazia.

Il Procedimento N.1837/05 e il sequestro della vasca Fosfogessi

Marzo 2001: su mandato della Procura della Repubblica di Potenza, la Polizia Provinciale sequestra una discarica abusiva di 27000 mq.
L’area sottoposta a sequestro ? di propriet? del Consorzio Asi di Potenza, che l’ha acquistata dalla Liquichimica Meridionale Spa il 31 marzo del 1989.
Lo scenario che si presenta agli inquirenti ? devastante: interrati in "trincee" e ricoperti da fosfogessi, contenitori in HPDE in cui sono stati stivate decine di migliaia di tonnellate di fanghi industriali allo stato fluido. Nella loro relazione tecnica, consegnata alla Procura di Potenza nel 2001, il dottor Maura Sanna e il dottor Alessandro Iacucci scrivono: "I fanghi in terra ti all’interno delle trincee sono da classificare rifiuti speciali codice CER 190804; tali fanghi sono di origine industriale, e non fanghi di origine urbana, come erroneamente riportato nelle progettazioni predisposte dal Consorzio. Questi fanghi incapsulati all’interno dei manti di Hdpe per il loro elevato contenuto in metalli pesanti, visto lo stato di degrado e di cattiva gestione delle trincee, in completo stato di abbandono, possono essere causa di inquinamenti diffusi per la sottostante falda che affiora a breve profondit? nel sottosuolo, una volta fuoriusciti dalle membrane stesse."

Era il 2001, e purtroppo la relazione di Sanna e Iacucci ? stata profetica. I veleni contenuti nelle trincee hanno inquinato la falda acquifera e da l? il torrente Tora, affluente del Basento. Il tutto ? avvenuto nel pi? totale disinteresse di coloro che dovevano attivarsi per la bonifica. Le analisi effettuate nel 2001 evidenziarono la presenza all’interno dei fanghi di arsenico, mercurio, cadmio, cromo, piombo, selenio, rame, nichel e zinco.

Nell’avviso di chiusura delle indagini, recapitato il 6 novembre del 2008 ad alcuni funzionari del Consorzio industriale di Potenza e ad alcuni imprenditori che operano nel settore dello smaltimento dei rifiuti, si legge di gestione di una discarica non autorizzata costituita da fanghi industriali: "poich? in concorso tra loro e nelle rispettive qualit? di cui sopra, in esecuzione del medesimo disegno criminoso, gestivano una discarica non autorizzata, costituita da fanghi industriali "rifiuti tossico-nocivi" all’interno delle vasche dei fosfogessi nella zona industriale di Tito. "

Curioso che si usi la stessa frase di rito per chi denuncia l’inquinamento delle acque e per chi le acque le inquina.

Chi ha stoccato i fanghi?

Chiarito e ribadito che solo i fosfogessi sono il prodotto dell’attivit? industriale della exLiquichimica, occorre sottolineare che lo stoccaggio di fanghi ? avvenuto sotto la gestione del Consorzio industriale di Potenza.

Il Consorzio industriale di Potenza, con delibera n0263 del 12/11/1997, stipul? un contratto con la Carlo Gavazzi Idross S.p.a., con sede a Catanzaro, per la gestione e manutenzione della linea trattamento fanghi a servizio dell’impianto di depurazione del comune di Potenza. Successivamente, il 19 giugno del 1998, la Gavazzi sub-appalt? la gestione e manutenzione alla Bioeco S.R.L. di Potenza, che attualmente risulta sciolta. E’ agli atti che la Bioeco, la Gavazzi e alcuni rappresentanti dell’Asi sono stati destinatari di una richiesta di rinvio a giudizio.
E’ interessante notare che dai formulari risulta quale produttore dei fanghi la Bioeco srl di Potenza, quale trasportatore la Cosmer Srl di Napoli e quale smaltitore finale la SI.TE con sede in Roma ed impianti in Aia Monaci a Potenza. Secondo gli investigatori, la Bioeco Srl non ? il produttore iniziale, ma solo una ditta intervenuta nella raccolta e gestione di rifiuti "provenienti da diverse attivit? industriali del Mezzogiorno". I rifiuti non sono mai arrivati agli impianti SI.TE srl in area Monaci(area che ? bene sottolinearlo ? destinata al solo smaltimento di rifiuti urbani e solo per questi attrezzata ed autorizzata), ma sarebbero finiti proprio all’interno nella vasca fosfogessi.

Le ordinanze del Sindaco di Tito

Le ordinanze emesse dal sindaco di Tito, scandiscono, a partire dal 2005, il degrado della falda acquifera.

Nel Luglio del 2005 si fa divieto assoluto di utilizzare "per uso umano, per irrigazione e per altre attivit? l’acqua prelevata dai pozzi presenti all’esterno del perimetro dell’area industriale e compresi in una fascia di 100 m dal limite dell’area Asi". Il provvedimento con ogni probabilit? viene emanato con grave ritardo.

Nell’aprile 2009, in una delibera votata dal Consiglio comunale, si legge:"Non ? stato possibile revocare l’ordinanza di divieto di utilizzo ai fini potabili dell’acqua dei pozzi per una distanza di oltre 150 metri rispetto a quella perimetrata dal competente Ministero. Il permanere di detta situazione di grave inquinamento, rischia di compromettere, in maniera irreversibile, le falde acquifere con possibili gravi ripercussioni sulla salute pubblica. "

Il 21 settembre 2009, il Sindaco di Tito ? costretto ad emettere una nuova ordinanza. Questa volta si fa "divieto assoluto di utilizzo delle acque del torrente Tora".

I Veleni di Tito in Procura

Il 28 agosto del 2009, il settimanale Left si occupa dei veleni di Tito con un articolo a firma di Simona Nazzaro. Scrive la Nazzaro: "Cos? con tutte le novit? acquisite negli ultimi mesi, grazie alla video inchiesta e a tutti gli altri documenti raccolti, il 20 agosto scorso Bolognetti consegna un esposto alla Procura della Repubblica di Potenza, con tanto di conferenza stampa davanti alla sede del Tribunale potentino." In realt?, l’esposto presentato il 20 agosto fa seguito ad una precedente denuncia inviata alla Procura di Potenza il 9 luglio del 2009. Entrambi gli esposti non hanno avuto seguito. Eppure, dalla video-inchiesta del 16 luglio, e non solo da quella, emergono numerose notizie di reato.

Nell’articolo dedicato ai Fanghi di Tito, Simona Nazzaro intervista anche il segretario dell’Associazione Luca Coscioni, Marco Cappato, ed ? interessante ricordare alcune delle risposte date in quell’intervista dall’esponente radicale.

Nazzaro - Come ? possibile che non sia avvenuta nessuna bonifica?

Cappato - E’ avvenuto di peggio. Nessuno ne sa nulla, nessuno ha potuto conoscere i dati reali su quali siano i livelli di contaminazione, quali siano i rischi per la salute umana, quanti soldi siano stati buttati via. Senza il verbale "segreto" del Ministero dell’Ambiente, reso pubblico dal radicale Maurizio Bolognetti, nessuno avrebbe mai saputo nulla di questa vicenda. Ancora adesso, la Regione Basilicata ? riuscita a non dare alcuna risposta.

Nazzaro - Quanto ? colpa della politica?

Cappato - La Basilicata ? una delle regioni italiane dove ? pi? chiaro come il dissesto idrogeologico sia il frutto avvelenato di quel "dissesto ideologico" prodotto da sessant’anni di regime fondato sulla corruzione e sull’illegalit?. E non parlo solo della politica, dei partiti.

Un mese dopo ? la deputata Radicale Elisabetta Zamparutti ad occuparsi dalle pagine di Left dei "veleni" lucani. Nell’articolo dedicato alla vicenda Fenice, la Deputata radicale scrive: "il degrado del nostro territorio da tutti i punti di vista - ambientale e idrogeologico - ? frutto del degrado della classe dirigente del Paese. "

La Daramic

Parlare di Tito significa parlare anche della Daramic.

Nel 2005, la Daramic, una societ? che detiene il 65% del mercato mondiale per la produzione dei separatori per batterie automobilistiche, industriali ed applicazioni speciali, si autodenuncia, comunicando di aver causato "un pesante stato di contaminazione della falda e del terreno da tricloroetilene, tricloroetano, dicloroetilene, bromodiclorometano, cloroformio broformio, cloruro di vinile monomero, esaclorobutadene, tetracloroetilene." Le sostanze citate sono tutte da considerarsi sostanze tossiche, cancerogene e persistenti. Si stima che la Daramic abbia versato nelle falde di Tito almeno 15 tonnellate di trielina.

L’Audizione del Sindaco di Tito

Il 14 dicembre 2009, la V Commissione consiliare permanente Controllo, Verifica e Monitoraggio si riunisce per ascoltare il sindaco di Tito. Il primo cittadino, soffermandosi sulle ordinanze di divieto di utilizzo delle acque emesse a partire dal 2005, afferma: "Da anni teniamo ancora in vigore l’ordinanza del mancato uso dell’acqua sia potabile che per altre situazioni irrigue, per gli animali, ecc., in un perimetro che va cento metri oltre il perimetro dell’area Asi. Abbiamo da qualche mese posto in essere un’ordinanza di mancata fruizione del torrente Tora, che sfocia nel Basento, e il Comune di Tito ha fatto l’ordinanza, ma per quanto mi risulta, ? agli atti, ho parlato con il sindaco di Potenza, siccome il Tora ? uno dei maggiori affluenti del Basento, non ? giunta alcuna indicazione in tal senso. Pertanto, ci sono dei passaggi che risultano poco comprensibili: come mai il Ministero impone al Comune di Tito di fare l’ordinanza, di non utilizzare il torrente Tora, e non impone al Comune di Potenza di non utilizzare la risorsa idrica del Basento, del quale il Tora ? il maggior affluente?"

La domanda posta dal Sindaco di Tito ? di certo interessante. Con un pizzico di presunzione voglio rispondere che la fretta con cui si ? imposto al Comune di Tito il divieto di utilizzo delle acque del torrente Tora ? dovuta alla forte iniziativa di denuncia svolta dai Radicali sulle condizioni in cui versano le trincee della vasca fosfogessi e sullo stato di inquinamento della falda.

Piuttosto, come per la val Basento e per Melfi (Fenice), verrebbe da chiedersi se certe ordinanze, ad iniziare da quella del 2005, non siano state tardive.

A che punto siamo - Conferenza di Servizi del 29 aprile 2010

A giudicare da quello che leggiamo nel verbale ministeriale redatto nell’aprile 2010, come per la val Basento, siamo ancora lontani da un serio intervento volto ad una definitiva bonifica dell’area di Tito scalo. A 9 anni dall’istituzione del SIN di Tito, in molti casi siamo ancora alle richieste di MISE(Messa in sicurezza d’Emergenza).

Il Ministero chiede alla Regione Basilicata "l’attivazione di interventi di Messa in sicurezza d’Emergenza sulla falda risultata contaminata da Tricloroetilene, dicloroetilene e tricloroetano"

Il Ministero chiede alla RFI "l’attivazione delle Misure di Messa in Sicurezza d’Emergenza sulla falda risultata contaminata da Alluminio, Piombo, Tricloroetilene".

Per quanto riguarda l’area ex-liquichimica leggiamo della necessit? di procedere alla bonifica dei terreni e dell’approvazione di un "Progetto preliminare" di Messa in sicurezza permanente con recupero funzionale e reindustrializzazione del "Bacino Gessi".
Per l’area Daramic, il Ministero dell’Ambiente riferisce della necessit? di attivare con "somma urgenza interventi integrativi della Messa in sicurezza della falda "stante l’alta concentrazione di tricloroetilene" riscontrata. E ancora, la richiesta di interventi "mirati ai suoli in profondit? al fine di rimuovere i centri di contaminazione pi? rilevanti. "

La stalla chiusa dopo la fuga dei buoi

Insomma, dal verbale emerge quello che avevamo denunciato, cio? l’urgenza di procedere ad interventi di bonifica, laddove veleni quali la trielina e altre sostanze cancerogene da anni inquinano le falde acquifere e i terreni di Tito e da l? il torrente Tora e il fiume Basento. Basti pensare che dalle analisi svolte dall’Arpab il 23/12/2008 nel torrente Tora risulta una presenza di Tricloroetilene 25 volte superiore ai limiti. Peccato che come per molti altri dati inerenti i monitoraggi ambientali, anche queste analisi siano rimaste cosa riservata a pochi eletti e peccato che l’ordinanza di divieto dell’utilizzo delle acque del Tora sia intervenuta solo 10 mesi dopo. Ma se l’inquinamento delle acque superficiali del torrente Tora nel dicembre del 2008 era 25 volte superiore ai limiti, nel gennaio del 2009 le acque di falda presentano una quantit? di tricoloroetilene quasi 300 volte superiore ai limiti.

La sensazione che abbiamo leggendo il verbale ministeriale ? che si sia chiusa la stalla solo dopo la fuga dei buoi.

Sempre in relazione al Tora, il Ministero scrive: "La Direzione Generale ha ribadito al Comune di Tito, la richiesta di interdizione, con apposita Ordinanza, di utilizzo ed accesso delle medesime acque e ad Arpab di presentare un progetto completo di caratterizzazione dei sedimenti a partire dai tratti riscontrati contaminati, nonch? di voler comunicare ogni ulteriore necessit? di intervento ritenuto necessario al fine del contenimento della contaminazione da realizzare quale intervento di messa in sicurezza d’emergenza. "

Emergenza, emergenza e ancora emergenza: una parola ricorrente in queste storie di veleni made in Basilicata.

Ma se le analisi sulle acque di falda del torrente Tora preoccupano, quelle delle acque di falda dell’area ex-liquichimica non sono da meno. Il 10 novembre del 2009 viene riscontrata una presenza di trielina 130 volte superiore ai limiti.
Nell’area RFI il 27 novembre 2009 vengono riscontrati sforamenti per ci? che concerne la presenza di Piombo(anche 8 volte superiore ai limiti) e di Alluminio(100 volte superiore ai limiti). Le analisi dell’area ex-liquichimica, poi, sembrano un bollettino di guerra. Il 4 febbraio del 2009 nelle acque sotterranee si registrano sforamenti per quanto concerne la presenza di Arsenico, Cloruro di vinile(oltre venti volte i limiti), idrocarburi, la trielina(2700 volte i limiti!!!), dicloroetilene, tricloroetano.

La situazione ? grave, ma non ? seria

Parafrasando Flaiano, si potrebbe dire che a Tito scalo "la situazione ? grave, ma non ? seria" e soprattutto verrebbe da chiedersi perch?, quando con Marco Cappato ed Elisabetta Zamparutti abbiamo posto la questione della bonifica mai decollata, dei monitoraggi carenti e dei dati "criptati", si ? tentato di minimizzare, nascondere e depistare. Su Tito, come sulla Val Basento, come su tutte le storie di veleni industriali, figli di una politica incapace di governare il territorio, ma capacissima di creare "emergenze" per meglio distruggere il diritto, Il gruppo Radicale alla Camera ha presentato numerose interrogazioni aventi come prima firmataria Elisabetta Zamparutti.

Record di malattie Tumorali in Basilicata

Delle opinioni di medici lucani quali il dottor Morero, il dottor Mele e il dottor Laveglia abbiamo riferito nelle pagine precedenti, ma adesso giover? analizzare dati e statistiche che pure esistono e che dovrebbero far riflettere. Da essi emerge che la verde Basilicata, che fa registrare una bassissima densit? abitativa, si accinge a detenere il record italiano per ci? che concerne l’incidenza delle malattie tumorali. Il 24 gennaio del 2009 sulle pagine della Gazzetta del Mezzogiorno si riferisce di uno studio redatto da alcuni medici(Silvia Buzzone, Andrea Miceli, Paolo Baili e Roberta De Angelis) dell’Istituto superiore della sanit?, in collaborazione con l’istituto Tumori di Milano. Nello studio in oggetto, denominato "Current cancer profiles of the italian regions", si afferma che in Basilicata l’incidenza delle malattie tumorali cresce come in nessun’altra parte d’Italia. Intervistata dalla Gazzetta del Mezzogiorno, la dott.ssa Gabriella Cauzillo, dirigente dell’Ufficio regionale della Basilicata per le Politiche della prevenzione sanit? pubblica, ha affermato: "L’incidenza dei tumori maligni in Basilicata ? in aumento e lo confermo. Inoltre, la velocit? di aumento dell’incidenza da noi ? superiore."

Scrive Marisa Ingrosso sulle pagine della Gazzetta: "Se i dati sono esatti, l’incidenza dei tumori tra i lucani ? superiore a quella che si registra nel resto d’Italia. Nemmeno nelle regioni del Nord, che pure sono zeppe di fabbriche, i maschi presentano un’incidenza simile. Dal 1970 la maledetta curva che assomma tutti i tumori maligni, cresce vertiginosamente, cresce come nessun ’altra parte e, soprattutto ? previsto che continuer? a crescere nel prossimo futuro. Gli studiosi hanno operato su dati sanitari certi ed hanno fatto delle proiezioni che arrivano fino al 2010. Purtroppo, anche in questo caso, per i soli lucani, le previsioni sono fosche."

Nell’articolo viene riportata un’affermazione della dott.ssa Silvia Bruzzone: "Tra gli anni ottanta e novanta i tumori sono stati una delle cause principali di morte, soprattutto al Nord. Generalmente, dopo c’? stato un decremento. La Basilicata, invece, ? in controtendenza. "

Verrebbe da chiedersi se non ci sia un nesso tra l’aumento delle malattie tumorali e le storie di veleni, monnezza e malapolitica che abbiamo provato a descrivere.

Del resto, per rendersi conto del trend delle malattie tumorali in Basilicata basta leggere con attenzione le pagine del registro tumori e i dati 1997-2001 e 2002-2006. Tra il 2002 e il 2006 l’incidenza di quasi tutte le malattie tumorali in Basilicata raggiunge e supera quella registrata nel resto d’Italia.

Basilicata, la grande malata d’Italia

Il 30 dicembre del 2009, la Gazzetta del Mezzogiorno torna a parlare dell’incidenza delle malattie tumorali in Basilicata. L’articolo porta nuovamente la firma di Marisa Ingrosso, che il giorno prima aveva partecipato ad un incontro sulla vicenda dell’inceneritore Fenice organizzato dal "Comitato Diritto alla salute" di Lavello. All’incontro dal titolo "Il pattume ? servito" ho avuto il piacere di partecipare in qualit? di relatore.

Scrive l’ottima cronista della Gazzetta: "Ci? che, invece, ? davvero difficile spiegare ? la moltitudine di malattie croniche che mina il sistema respiratorio dei lucani. Come ? possibile che siano primi in Italia? Per bronchite cronica e asma bronchiale, il dato nazionale ? del 6,2 che sale a 6,7 se si considera il solo Mezzogiorno. Invece, per i lucani il dato ? di 9(i pugliesi si fermano al 6,5). Un risultato stranissimo sia perch? la regione non spicca per presenza di fumatori (? nona per percentuale di tabagisti, nell’ultimo rapporto nazionale Osservasalute), sia perch? il suo territorio boscoso e scarsamente industrializzato, vanta una qualit? dell’aria invidiabile. Lo certifica quotidianamente l’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente in Basilicata. "

Una bella domanda, alla quale credo abbiano dato una qualche risposta il dottor Pino Laveglia(vedi intervista su Fai Notizia), il dottor Morero, che vive nella zona del Vulture melfese, e il dottor Giambattista Mele di Viggiano.

Ma porre queste domande in una regione in cui per 13 mesi vengono nascosti i dati relativi all’inquinamento delle matrici ambientali acque e terra da parte dell’inceneritore Fenice-Edf, ? assai sconveniente. Interventi come quelli della Ingrosso sono l’eccezione che conferma la regola, che vuole che si descriva sempre e comunque in termini idillici e bucolici la realt? lucana. Chi dissente rischia di essere additato al pubblico ludibrio.

Il Quotidiano Terra si occupa dell’incidenza delle malattie tumorali in Basilicata

Il 2 luglio del 2010, dalle pagine del quotidiano Terra, Pietro Dommarco rilancia le questioni sollevate dalla Ingrosso. Scrive Dommarco: "Il lagonegrese e l’area Sud spiccano per l’incremento di tutte le forme di cancro, sia per i maschi che per le femmine." E ancora, lo stesso Dommarco parlando della Val D’Agri: "Nella stessa fetta di territorio, meglio conosciuta per le impattanti attivit? petrolifere e per la presenza del centro Oli Eni di Viggiano, anche il tasso di incidenza del tumore al pancreas denota disfunzioni. Per questo tipo di cancro, pi? raro al di sotto dei 40 anni, una recente metanalisi - condotta in 92 studi, raggruppando 23 agenti cancerogeni - circa il rischio occupazionale e l’esposizione ambientale ha inserito tra i possibili responsabili sostanze come alluminio, nichel, cromo, idrocarburi policiclici aromatici, polveri di silicio, solventi di idrocarburi alifatici e aliciclici, presenti in attivit? di estrazione e di incenerimento. "

Verrebbe da commentare: tutto torna. I veleni di Tito e della Val Basento, la vasca fosfogessi, l’inquinamento di torrenti, sorgenti, falde acquifere, i fumi di Fenice e tutto quello che abbiamo provato a raccontare in questi anni e in questo certo non breve Dossier. Per ci? che concerne il lagonegrese i dati sono davvero inspiegabili, considerando che si tratta di una zona a dir poco depressa nella gi? depressa Lucania. Bisognerebbe riflettere e molto sui dati relativi ai reati ambientali.

"Procurato allarme" a Latronico (PZ)

Nell’aprile del 2009, un consigliere comunale di Latronico, Vincenzo Forastiere, pose delle domande sull’incidenza delle malattie tumorali a Latronico(PZ). Il consigliere Forastiere fu denunciato, incredibilmente, per "Procurato allarme". Vorrei ricordare a me stesso che fui l’unico a difenderlo e a dichiararmi stupito per l’iniziativa giudiziaria intrapresa. lo stesso ho subito in questi anni ripetute "pressioni" ogni volta che ho toccato temi scomodi cercando di contestualizzarli e facendo riferimento al deficit di legalit?, democrazia, Stato di diritto che ha per inevitabile corollario un deficit di conoscenza e di trasparenza. Quello che ? successo nel marzo del 2010 ? cosa ormai nota. Oggi devo rispondere di un’ipotesi di reato, francamente incomprensibile, in relazione alla diffusione di dati sulla qualit? delle acque. Per qualcuno un disegno criminoso che vale l’accusa di violazione degli art. 81-110 e 326 del codice penale; per me solo il tentativo di onorare il diritto a conoscere per deliberare.

Conclusioni

La nomina dei Direttori dell’Arpa e il ruolo delle Agenzie regionali per la protezione dell’ambiente.

A giudicare da quello che accade in Basilicata e dall’operato della locale Arpa, ? forse giunto il momento di sottrarre la nomina dei direttori delle Agenzie regionali per l’ambiente(Arpa) alla partitocrazia. Le ragioni appaiono fin troppo ovvie. La nomina partitocratica impedisce di fatto ai Direttori delle Arpa regionali di agire con la necessaria autonomia e subordina la tutela ambientale alle decisioni prese dal palazzo. Si potrebbe mutuare per ci? che concerne la nomina dei direttori delle Arpa regionali, la proposta di legge N. 278 depositata alla Camera dai deputati Radicali(prima firmataria Maria Antonietta Farina Coscioni), proposta riguardante la nomina dei direttori generali delle ASL e delle Aziende ospedaliere. Nella proposta di legge avanzata dai radicali ? possibile leggere: "Le regioni rendono nota, con congruo anticipo, non inferiore a due mesi prima della scadenza del bando di concorso, anche utilizzando i propri siti internet, l’attivazione delle procedure per la copertura dei posti di direttore generale delle aziende sanitarie locali e delle aziende ospedaliere. Il bando di concorso ? aperto a tutti i cittadini dell’Unione europea. I curricula dei candidati devono corrispondere al modello definito ai sensi della normativa comunitaria vigente e devono essere pubblicati sul sito internet della regione. I requisiti sono valutati da una commissione nominata dalla regione, composta da cinque membri scelti fra i rappresentanti delle maggiori societ? di interesse nazionale nel campo del consulting manageriale, prese in considerazione in base alla media ponderata dei seguenti fattori: fatturato, numero delle sedi sul territorio .... "

Ci pensate? il Direttore regionale dell’Arpab scelto, selezionato, da una societ? sulla base dei titoli e delle competenze con un concorso pubblico, anzich? attraverso una nomina partitocratica. L’attuale direttore dell’Arpab Basilicata, Vincenzo Sigillito, giover? ricordarlo, in precedenza ? stato direttore generale del Dipartimento ambiente della Regione.

La nomina a mezzo concorso dei direttori delle Arpa potrebbe di certo mitigare i conflitti d’interesse con la politica, ma a mio avviso va anche affrontata la questione dei conflitti d’interesse con i privati. Su quest’ultimo fronte si potrebbe mutuare la legge approvata nel 2009 in Toscana che vieta alla locale Arpa di prestare servizio per i privati. Infine, ma non ultimo, c’? da porre la questione dei mezzi di cui le Arpa regionali dispongono. Vincenzo Grimaldi, Commissario dell’Ispra(Istituto superiore per la protezione ambientale) in un’intervista all’Espresso afferma: "Questo approccio ha generato una situazione a macchia di leopardo: siccome i fondi arrivano dalle regioni, ci sono Arpa che hanno i mezzi e Arpa che non ce l’hanno. Ci? significa che al cittadino non viene offerto un livello comune di protezione ambientale. E la dove il livello di protezione ? pi? basso ci sono imprese che possono essere favorite." Forse il funzionamento delle Agenzie dovrebbe essere garantito solo da fondi pubblici con "un livello minimo di prestazioni" garantito su tutto il territorio nazionale.

Anagrafe pubblica della monnezza

L’esperienza lucana ci porta ad affermare che occorre lavorare sul fronte della trasparenza anche per quanto riguarda la produzione dei rifiuti. I cittadini devono poter conoscere quali e quanti rifiuti producono le aziende e i codici Cer attribuiti a questi rifiuti. I cittadini dovrebbero poter conoscere quali e quanti rifiuti movimentano societ? come la Tecnoparco Val Basento o la Semataf o la quantit? di fanghi petroliferi prodotti dalle attivit? estrattive e la loro destinazione; dovrebbero poter conoscere i percorsi della monnezza e la monnezza prodotta dalle aziende. Insomma, un controllo diffuso del ciclo dei rifiuti. Il Mud (Modello Unico di Dichiarazione Ambientale), meglio noto come 740 ecologico(istituito con la legge n.70/1994), ? un modello attraverso il quale devono essere denunciati i rifiuti pericolosi prodotti dalle attivit? economiche, i rifiuti raccolti dal Comune e quelli smaltiti, avviati a recupero o trasportati nell’anno precedente la dichiarazione. A nostro avviso, l’accesso ai MUD nella loro versione integrale dovrebbe essere garantito attraverso la pubblicazione degli stessi sul sito delle Camere di Commercio, delle Aziende e di tutti i soggetti tenuti alla dichiarazione ambientale. In una parola la tracciabilit? dei rifiuti di cui parla il Ministero dell’ambiente, nel presentare il Sistri(sistema di controllo della tracciabilit? dei rifiuti), deve essere garantita a tutti i cittadini.

Convenzione di Aarhus

In Italia siamo davvero lontani dall’applicare la "Convenzione di Aarhus"; tanto lontani che pu? capitare che un funzionario ministeriale citi la legge 241/90 per negare l’accesso ad atti della P.A., quali i verbali di una Conferenza di Servizi su un Sito di Bonifica di Interesse nazionale. Occorre, ad iniziare dalla Basilicata, facilitare l’accesso a tutti i dati e i documenti che trattano di tematiche ambientali. L’esperienza fatta sul campo, i casi Fenice e Pertusillo, i fatti di Tito e della Val Basento, le questioni connesse alle estrazioni petrolifere, ci dicono che le cose non vanno cos? e che il livello di trasparenza ? assai lontano dai principi enunciati dalla Convenzione di Aarhus.

Sviluppo Sostenibile
Abbattere la produzione di Rifiuti

Nel parlare di rifiuti bisogna prendere in considerazione non solo il profilo del mercato e quello sanitario, ma soprattutto il profilo ambientale.

"Si ritiene, giustamente, che i rifiuti testimonino un ’anomalia dell’attuale modello di sviluppo, il quale, nonostante la oramai provata scarsit? di risorse, consente che ogni anno vengano prodotte centinaia di milioni di tonnellate di rifiuti, ovvero di risorse che si abbandonano. Questo provoca un doppio danno: da una parte aumenta il prelievo di risorse primarie e si impoveriscono i sistemi naturali; dall’altra questi scarti risultano difficilmente metabolizzabili dagli ecosistemi, sia per la loro pericolosit? che per la loro quantit?, causandone un loro indebolimento." (da Fondazione per lo sviluppo sostenibile)
Di "sviluppo sostenibile" parla la Commissione Europea in un documento del 21 dicembre 2005, titolato "Portare avanti l’utilizzo sostenibile delle risorse: una strategia tematica sulla prevenzione e il riciclaggio dei rifiuti." Nel documento si denuncia che "l’andamento insostenibile della produzione dei rifiuti e gli aspetti politici sono fonte di preoccupazione, perch? la produzione di rifiuti pu? essere un segnale di impiego inefficiente delle risorse sotto il profilo ambientale." La Commissione fornisce agli Stati membri dati che dovrebbero far riflettere, sottolineando che l’aumento dei rifiuti ? superiore alla crescita del PIL.

Questi i dati:
? I rifiuti solidi urbani sono aumentati del 19% tra il 1995 e il 2003
? I Rifiuti pericolosi sono aumentati del 13% tra il 1998 e il 2002
? La produzione dei rifiuti nei paesi Ue e dell’Efta ? cresciuta del 10% tra il 1990 e il 1195 a fronte di una crescita del Pii del 6,5%

La Commissione inoltre sottolinea le previsioni di alcuni organismi sulla produzione dei rifiuti:

? L’Agenzia Ambientale Europea stima un +40% di rifiuti e cartone
? L’Ocse prevede che la produzione dei rifiuti continuer? a crescere fino al 2020
? Il CCR prevede un +42% di Rsu nel 2020 rispetto ai livelli del 1995

La Commissione evidenzia che l’aumento del riciclaggio e dell’incenerimento non ha evitato la crescita dei quantitativi di rifiuti smaltiti in discarica.

Alla luce dei dati citati, la Commissione ribadisce che occorre perseguire l’obiettivo della "prevenzione dei rifiuti, rispetto agli altri obiettivi del riciclaggio, recupero e smaltimento.

Il 16 luglio 2008, la Commissione ha trasmesso al Parlamento Europeo, al Consiglio e al Comitato delle Regioni una comunicazione avente ad oggetto il piano d’azione "produzione e consumo sostenibile". Nel documento si sollecita una riforma del sistema di produzione e del consumo che preservi le risorse naturali.
La Direttiva n. 2008/98/CE parla di una gerarchia di azioni da intraprendere nella gestione dei rifiuti, secondo la seguente scala gerarchica: prevenzione, riciclaggio, recupero e come ultima opzione smaltimento.

Viene da sorridere se pensiamo alla situazione lucana, al "Tour della Monnezza", alle discariche che collassano e alle irrisorie percentuali di raccolta differenziata, lontanissime da quanto previsto dal "decreto Ronchi".

"L’obiettivo principale di qualsiasi politica in materia di rifiuti dovrebbe essere di ridurre al minimo le conseguenze negative della produzione e della gestione di rifiuti dovrebbe altres? puntare a ridurre l’uso di risorse e promuovere l’applicazione pratica della gerarchia dei rifiuti. " (da direttiva 2008/98/CE)
E se in Basilicata provassimo a passare dalla non applicazione del decreto Ronchi a Regione pilota nell’applicazione della direttiva 2008/98/Ce?

Un’ultima cosa

Nel settembre del 2009, con la deputata radicale Elisabetta Zamparutti ci rivolgemmo alle istituzioni lucane, ieri come oggi travolte dall’?emergenza" rifiuti, affermando che la Basilicata doveva uscire fuori dalla logica disastrosa "del pi? smaltimento, pi? guadagni".

In quel settembre di "emergenza" rifiuti, ripetuta mente, invitammo le istituzioni lucane a prendere atto di un dato: gli imballaggi rappresentano il 60% del volume e il 40% del peso dei rifiuti. Chiedemmo senza essere ascoltati che le amministrazioni lucane disponessero ad horas "la trattenuta presso i distributori di tutti gli imballaggi, da trattare poi in apposite aree, per ridurre drasticamente la massa da portare in discarica e cos? guadagnare il tempo necessario per trovare, e realizzare, soluzioni alternative al binomio discarica/inceneritore. "

La Provincia di Potenza e il Presidente Lacorazza dovrebbero seguire l’esempio della Provincia di Roma, che per dare applicazione concreta alla direttiva 2008/98/Ce sta avviando una serie di iniziative, tra queste un protocollo d’intesa con la grande distribuzione organizzata per l’attuazione di iniziative in merito alla riduzione degli imballaggi.

Latronico (PZ), 8 luglio 2010
Maurizio Bolognetti

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15 luglio 2010
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